PEKIN INFORMATION
poli-
pub-
Settimanale di informazione e documentazione sull’attualità
tica interna alla Cina e sulle questioni internazionali - Si
blica in inglese, francese, spagnolo, tedesco, giapponese - In ogni
numero articoli e documenti sulla rivoluzione culturale, sulla lotta
contro il revisionismo e sullo sviluppo teorico del marxismo-leni-
nismo, tradotti da Honggi, Renmin Ribao, Wenhui Bao, Jiefang
Ribao, Zhibu Shenghuo e dai maggiori giornali cinesi - Abbona-
mento annuo L. 1.800, biennale L. 2.700, triennale L. 3.600 -
Spedizione aerea
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TRE DES PUBLICATIONS DE CHINE, PEKIN, CHINE, OP.
PURE TRAMITE EDIZIONI ORIENTE, VIA DELLA GUA-
STALLA 5, 20122 MILANO, ITALIA, PRECISANDO IN QUA-
LE LINGUA SI DESIDERA
GIOVENTU’
MARXISTA - LENINISTA
sommario del numero 11/12
L’uomo innanzi tutto (sull’H cinese e il progetto di non-proli-
ferazione) - Gli afroamericani all’avanguardia rivoluzionaria ne-
gli U.S.A. - Guardia rossa a 50 anni - Si moltiplicano i fronti di
lotta in Asia - L'origine della lotta in Sardegna - Ancora sulla
questione del Sud-Tirolo - Sul conflitto arabo-israeliano - Il gover-
no italiano blocca navi cinesi a Genova e Venezia - Corrisponden-
ze e resoconti da Hong Kong, dall’India, dal Vietnam e dalla
Cina - Identikit dell’imperialismo e del revisionismo
RIVOLUZIONE
PROLETARIA
sommario del numero 9
W il 1° congresso della federazione dei comunisti m-1 d’Italia -
Vanzetti e Valle Ticino: occupazione! - La nostra linea di massa
dei centri antimperialisti - La relazione di attività al congresso -
Intervista con Mario Menendez Rodriguez sui movimenti guerri-
glieri e la strategia politica in America latina - Nel cuore degli
U.S.A. esplode la rivolta negra - I marinai rivoluzionari cinesi
hanno vinto - In allegato all’interno: Le tesi del 1° congresso
della federazione dei comunisti m-l d’Italia
ABBONAMENTO ANNUO A “GIOVENTU’ MARXISTA-LENI.
NISTA” O A “RIVOLUZIONE PROLETARIA” L. 1.000,
ESTERO IL DOPPIO; SOSTENITORE L. 3.000 ®@ ABBONA-
MENTO ANNUO A “GIOVENTU’ MARXISTA-LENINISTA” E
“RIVOLUZIONE PROLETARIA” L. 1.800; ESTERO L. 2.800;
SOSTENITORE L. 5.000 ®© VERSAMENTI SUL C.C.P. NUME.
RO 3/55507 (INTESTATO A MAJ GIUSEPPE, MILANO)
VENTO DELL’EST
numero 7, luglio 1967
Presentazione - Sidney Rittenberg, Discorso al reggimento ribelle
del pensiero di Mao Zedong, Bethune/Yanan - I “4 primati” -
Helene Marchisio, Comuni popolari e organizzazioni cooperative
nelle campagne cinesi - Note informative - Rettifiche e discus.
sioni
QUADERNI
numero 9, settembre 1967
Bombardate il quartier generale - Il presidente Mao Tse-tung par-
la della guerra di popolo - Lin Piao: Viva la gloriosa guerra di
popolo - Risoluzione del C.C. e del P.C.C. - Tenere alta la grande
bandiera rossa del pensiero di Mao Tse-tung e criticare e ripudiare
a fondo la linea militare borghese - Adoperarsi per conquistare
nuovi meriti al servizio del popolo - Funzionari del commercio
cinesi protestano contro le provocazioni politiche delle autorità
italiane - Notiziario
EDIZIONI ORIENTE, VIA DELLA GUASTALLA 5, MILA-
NO - CONTO CORRENTE POSTALE 3/48023 - TEL. 799050
- VENTO DELL’EST, TRIMESTRALE: UNA COPIA L. 500,
ABBONAMENTO ANNUO L. 1.800, SOSTENITORE L. 5.000
- I QUADERNI, MENSILE: UNA COPIA L. 250, ANNUO
L. 2.000
VIETNAM 1967
numero unico, a cura de «la comune »
Il Vietnam e la rivoluzione in Italia: origini e responsabilità del-
la guerra, il disegno dell’imperialismo, la strategia sovietica della
coesistenza pacifica, la strategia della guerriglia e la rivoluzione
culturale in Cina, partiti e lavoro politico in Italia - I conflit-
to nel medio-oriente: il ruolo di Israele, gli interessi dell’impe-
rialismo, le responsabilità dei dirigenti arabi e dell'URSS, la po-
sizione di Algeri, la posizione cubana, la posizione cinese, un
editoriale di “Jeune Afrique” - In margine: le manifestazioni
italiane sul Vietnam, la dissidenza, costituita a Verona “La
Comune”
UNA COPIA L. 200 - RICHIEDERE A: CENTRO DI INFOR-
MAZIONE, VIA S. MARIA ROCCA MAGGIORE, VERONA -
TEL. 27978 - CONTO CORRENTE POSTALE 28/2475
senza teoria niente rivoluzione
LA RIVOLUZIONE
CULTURALE E' UNO
SVILUPPO CREATIVO DEL
MARXISMO-LENINISMO
E DELLA LOTTA DI CLASSE
La grande rivoluzione culturale proletaria rappresenta uno di quegli
avvenimenti decisivi che valgono a definire una intera epoca storica. Assi-
milare gli insegnamenti della rivoluzione culturale — assimilarli, come
dice Mao Tse-tung a proposito del marxismo, al solo scopo di applicarli
nella lotta di classe — è indispensabile per consentire la vittoriosa ripre-
sa della marcia verso il socialismo in tutto il mondo. Da questa conside-
razione — criticamente intesa — deve partire ogni elaborazione teorica
e ogni pratica politica che abbia di mira la trasformazione rivoluziona-
ria del nostro paese.
Perchè la rivoluzione culturale riveste questa decisiva importanza?
Prima di tutto perchè essa subentra a un lungo periodo di stagnazione
rivoluzionaria. Un periodo nel quale il movimento comunista internazio-
nale ha conosciuto rallentamenti e sconfitte, nonostante le crescenti con-
traddizioni dell'imperialismo, nonostante l'insostenibilità di un sistema
che per resistere deve opprimere i negri in America, sfruttare i popoli
d'Asia, d'Africa, d'America latina, combattere una vergognosa guerra di
sterminio nel Vietnam, ricorrere anche in Europa ai colpi di stato o alle
dittature militari. Un periodo nel quale ogni militante rivoluzionario ha
avvertito la distanza crescente che c'era fra la teoria scientifica elabo-
rata dai grandi fondatori del marxismo-leninismo e la pratica politica op-
portunistica imposta al movimento operaio dai gruppi dirigenti sovietici
o europei.
La rivoluzione culturale rappresenta il vittorioso superamento della
dissociazione fra teoria e prassi attraverso una critica teorica del revi-
sionismo che si fa pratica sociale, coscienza politica e lotta delle masse
contro di esso. La rivoluzione culturale non solo fonda sul piano teorico-
scientifico ma rende possibile sul terreno pratico-politico la ripresa della
lotta di classe, su scala internazionale, da parte del proletariato.
In questo senso, essa rinnova la lotta intrapresa oltre cento anni
fa da Marx contro le dottrine e le organizzazioni del socialismo utopista,
e che doveva portare alla affermazione del materialismo scientifico. Essa
rinnova la lotta intrapresa oltre cinquanta anni fa da Lenin contro la dot-
trina ‘e la pratica opportunista dei partiti della seconda internazionale, e
che doveva portare alla vittoria della rivoluzione sovietica e alla diffu-
sione del comunismo in tutto il mondo. AI pari di Marx e di Lenin, Mao
smaschera con la rivoluzione culturale il carattere illusorio e mistificante
di tutte le dottrine che rappresentano il passaggio al socialismo come
un processo lineare, automatico e pacifico, come una evoluzione sponta-
nea che non conosce regressi e non ha bisogno di lotte. AI pari di Marx
e di Lenin, Mao riafferma il carattere dialettico della storia e la comples-
“sità del processo che porta al socialismo attraverso una JaatanRabi Ap
ffsologioa, economica, politica, armata,-condotta-non_solo contro il ne-
Mico-di-classe ma anche contro la mentalità del nemico di.classe. Men-
talità che tende a conservarsi, ad ififiltraàsi e a riprodursi — almeno per
1
IL MATERIALISMO
DIALETTICO
DI MAO TSE-TUNG
CONTRO
L'ECONOMICISMO
E L'IDEALISMO
LA TEORIA MARXISTA
COME SCIENZA-DELLA-
RIVOLUZIONE
UNIRE LA GIUSTA
TEORIA RIVOLUZIONARIA
ALLA PRATICA SOCIALE
lungo periodo e finchè esisterà il capitalismo — nelle organizzazioni e nel-
le istituzioni create dalle masse per distruggerlo.
Come Marx aveva individuato nel socialismo utopista il nemico di
classe presente all'interno stesso delle prime organizzazioni operaie, e
come Lenin lo aveva riconosciuto nell'ala socialdemocratica del movi-
mento e dei partiti rivoluzionari; Mao invita oggi a smascherare e a sconfig-
gere il nemico di classe presente non solo nel movimento operaio e nei
partiti rivoluzionari, ma anche ai vertici degli stati usciti dalla rivoluzione
proletaria.
Viene così ripreso e sviluppato il concetto centrale di tutto il pen-
siero scientifico marxista: che la società è divisa in classi e che nessun
progresso può realizzarsi se non attraverso la lotta di classe e il rovescia-
mento violento di una classe da parte di un'altra.
Dal punto di vista teorico ciò ristabilisce il carattere scientifico del
marxismo, contro due interpretazioni filosofiche, piccolo-borghesi ed ex-
trascientifiche di esso, quali sono l'economicismo volgare e l'idealismo
umanitario. Per l'economicismo la sola evoluzione tecnologica e le sole tra-
sformazioni economiche basterebbero a portare gradualmente e sponta-
neamente verso il socialismo, senza una contemporanea rivoluzionariz-
zazione dell'uomo, senza una lotta a fondo contro il capitalismo a livello
ideologico e sul fronte politico e culturale. Per l'idealismo umanitario e
utopista, invece, arrivati ad un certo stadio dello sviluppo e dandosi certi
rapporti internazionali, la sola penetrazione delle idee socialiste e degli
ideali socialisti in mezzo al popolo basterebbero ad indurre gradualmente
e spontaneamente le classi dominanti ad abbandonare il potere pacifica-
mente e senza lotta. Economicismo volgare e idealismo utopista coinci-
dono così nello spontaneismo, nel negare il carattere dialettico della realtà,
nel credere che un solo fattore — tecnico-materiale o ‘ideologico-morale
— possa portare a una pacifica trasformazione dei rapporti economici, po-
litici, sociali e delle idee. Mao Tse-tung e la rivoluzione culturale, al con-
trario — sulla base di una osservazione scientifica dell'esperienza stori-
ca millenaria dell'umanità. — ‘chiariscono contro l'economismo e contro
la idolatria della tecnica che il fattore decisivo delle trasformazioni uma-
ne resta l'uomo. Ma contemporaneamente chiariscono, contro l’idealismo
utopista, che gli ideali dell'uomo non possono affermarsi contro i privilegi
e la forza materiale delle classi dominanti, senza ricorso alle forme più
aspre della lotta di classe.
Dal punto di vista pratico questa giusta visione materialistica e dialet-
tica riporta il marxismo da filosofia delle scuole, da dottrina con cui i
partiti e i dirigenti affermavano la loro autorità sulle masse, a scienza-
della-rivoluzione. Scienza la cui validità teorica non si intende, e non si
verifica, se non mediante l'uso pratico rivoluzionario della teoria da parte
delle masse, anche contro i dirigenti revisionisti.
Si ribadisce in tal modo che l'essenza del marxismo non sta nel
riconoscere l’esistenza delle classi sociali (riconoscimento cui può per-
venire anche un borghese) ma nel perseguire il loro superamento attra-
verso la lotta di classe, la presa violenta del potere da parte delle masse
e la sostituzione dell’apparato statale borghese con la dittatura del pro-
letariato sulla borghesia e sulle altre classi sfruttatrici.
La difesa della dittatura del proletariato o la sua instaurazione vio-
lenta — e non la semplice denuncia dei ‘mali dell'imperialismo’ o delle
‘ingiustizie sociali’ — differenzia oggi, così come al tempo di Kautsky, il
marxismo dal revisionismo e dalle altre ideologie umanitariste, picco-
lo-borghesi.
Su un punto tuttavia conviene riflettere attentamente. Sul fatto, cioè,
che questa corretta posizione teorica via via sviluppata da Mao Tse-tung,
non ha rivelato appieno il suo valore di insegnamento universale interna-
zionalmente valido se non in quanto si è trasformata in rivoluzione cultu-
rale e politica contro le forme specificamente assunte dall'economicismo,
IL DOGMATISMO
RITARDA
L'AFFERMAZIONE
FRA LE MASSE
DEL PENSIERO
E DEL PARTITO
MARXISTA-LENINISTA
LA LOTTA
AL DOGMATISMO
VA CONDOTTA
SULLA BASE DI UNA
INTEGRALE ADESIONE
AL PENSIERO
DI MAO TSE-TUNG
dall'idealismo, dal revisionismo, in Cina. Solo in tal modo è risultato
chiaramente l'interesse di classe (e non di stato) cui rispondeva la riaf-
fermazione e lo sviluppo del marxismo-leninismo. Solo in tal modo si è
offerto un concreto esempio dell'importanza decisiva che ha una giusta
teoria rivoluzionaria nell'affermare praticamente e nel difendere la causa
della rivoluzione.
E' questo il primo. e più generale insegnamento della rivoluzione
culturale. Solo riuscendo ad unire la giusta. teoria marxista-leninista con
l’analisi scientifica della società italiana e con le forme di lotta pratica-
mente capaci di portare alla sconfitta del revisionismo in Italia, si dimo-
stra di aver assimilato la rivoluzione culturale e di averne inteso gli inse-
gnamenti. Un diverso modo di riferirsi alla rivoluzione culturale e al pen-
siero di Mao Tse-tung, un modo che si limitasse a ripetere in Italia i
principi generali del marxismo-leninismo e le forme di lotta sviluppate
contro il revisionismo cinese, non riuscirebbe di alcuna pratica utilità e
non sarebbe, quindi, neppure una acquisizione teorica effettiva del mar-
xismo-leninismo. Sarebbe una assunzione falsificante che lo riconverte
da scienza-della-rivoluzione in dottrina metafisica e in dogma.
Ciò va detto perchè il dogmatismo esiste in alcune componenti del
movimento rivoluzionario italiano; e tendenze a una ripetizione dogma-
tica, puramente formale, del pensiero di Mao Tse-tung, si manifestano
non solo sul piano della propaganda ma anche su quello delle scelte e del-
le formule organizzative. Si manifestano, ad esempio, nella persuasione
— contro cui efficacemente argomentano i compagni, francesi di « Garde
rouge » (vedi il loro documento più oltre riprodotto) =che la vittoria
del marxismo-leninismo possa e. debba venir assicurata ‘dalla costituzio-
ne immediata e formale di un partito marxista-leninista_— anche se si
tratti di un partito privo di qualsiasi capacità di direzione effettiva delle
masse. Ed è inutile sottolineare quanto questo dogmatismo sia pericoloso
per il discredito che reca alla affermazione del pensiero dialettico, crea-
tivo e rivoluzionario di Mao Tse-tung e per il conseguente ritardo che
provoca nell'edificazione di un autentico partito marxista-leninista, profon-
damente radicato nelle masse.
Ma la critica al dogmatismo — che discende dai metodi stessi della
rivoluzione culturale e dall’iniziativa delle masse cui essa ha dato un deci-
sivo impulso —.va fatta soprattutto per delimitare in modo rigoroso cosa
deve intendersi per dogmatismo e per mentalità dogmatica. Un altro peri-
colo — e assai più diffuso in Italia — è infatti rappresentato dalla ten-
denza a ‘prendere qualcosa’ dalla rivoluzione culturale, a ‘imparare qual-
cosa' da essa, a utilizzarla per trovarvi confermate soggettive esperienze
di gruppi dissidenti ‘di sinistra’ o per dare un miglior fondamento teorico
e una maggiore forza a posizioni operaiste, trozkyste, ultrasinistre. Ciò
col pretesto che una assunzione più compiuta ed organica della rivolu-
zione culturale, del pensiero di Mao e del marxismo-leninismo, sarebbe
‘dogmatica’ e che solo una sintesi eclettica pormettarehpe di superare
i limiti del ‘dogmatismo’.
AI contrario, per ‘dogmatismo’, noi possiamo vinicamente intendere la
astratta ripetizione della giusta teoria marxista-leninista al di fuori di una
analisi scientifica delle condizioni della sua applicabilità in un momento
storico determinato, e al di fuori di un suo uso pratico nella organizza-
zione e nella direzione della lotta di classe. Ma, contemporaneamente,
dobbiamo affermare che solo una compiuta assimilazione della teoria mar-
xista-leninista nella sua integralità, permetterà una analisi corretta delle
differenti situazioni storiche e una pratica rivoluzionaria.
Certamente la pratica della rivoluzione potrà rivelare ai marxisti-leni-
nisti i limiti della teoria oggi assunta come guida all’azione. Se così non
fosse il marxismo non sarebbe una scienza ma una metafisica. Altro è,
tuttavia, superare i limiti teorici — che il movimento presenta in ogni sua
fase — attraverso il movimento stesso, e altro è modificare a priori o se-
condo proprie particolari esperienze, una teoria che è il prodotto di un
lungo processo storico e. di una enorme esperienza delle masse.
Noi diciamo che Mao Tse-tung stesso può oggi redigere un bilancio
critico delle esperienze rivoluzionarie e sviluppare il marxismo-leninismo
in modo creativo, solo perchè ha assunto fino in fondo e senza riserve, ha
assimilato compiutamente e totalmente la teoria marxista-leninista —
quale essa era diventata attraverso la precedente elaborazione teorica e
la pratica rivoluzionaria di Marx, Engels, Lenin, (Stalin) — unendola con la
i r analisi materialistica e dialettica della società cinese e con la pratica
della lotta di classe in Cina.
Oggi questa teoria marxista-leninista, arricchita di questi sviluppi e |
riassunta nel pensiero di Mao Tse-tung, si propone come guida all'azione
rivoluzionaria, come strumento non sostituibile della lotta di classe, come |
linea politica generale del movimento comunista internazionale. La sua |
totale e piena assimilazione, non meno dell'analisi critica delle condizio- |
ni della sua applicabilità e la pratica esperienza della rivoluzione nei |
diversi paesi, è condizione per quella trasformazione oggettiva e mate-
riale della realtà da cui solo possono scaturire nuovi sviluppi creativi |
della teoria, nuovi ed effettivi superamenti. Diversamente si opererebbero
solo superamenti soggettivi e fittizi — combinazioni eclettiche di marxi-
smo-leninismo e trozkysmo, marxismo-leninismo e sinistrismo, marxismo-
leninismo e operaismo. Si rivelerebbe una mentalità piccolo-borghese,
incapace di disciplina rivoluzionaria, e si cadrebbe, per un verso o per
l'altro, nel revisionismo.
IL REVISIONISMO Il revisionismo è il principale nemico del marxismo-leninismo non
ANCHE ‘DI SINISTRA solo nella sua espressione ufficiale e principale, ‘di destra' ma anche
E' IL NEMICO PRINCIPALE nelle sue manifestazioni e varianti secondarie, ‘di sinistra’, apparente-
DEL mente antirevisioniste. Il revisionismo nella sua espressione principale
MARXISMO-LENINISMO rappresenta il nemico da battere a livello di massa, per restituire alle
lotte delle masse una direzione rivoluzionaria. Il criptorevisionismo o ultra-
sinistrismo si manifesta soprattutto all’interno delle forze impegnate a
costruire uno strumento politico rivoluzionario e che sono, magari, onesta-
mente rivoluzionarie: la sua sconfitta è indispensabile se si vuole costruire
una forza politica effettivamente capace di strappare ai revisionisti la
direzione delle masse e non una ennesima organizzazione ad essi su-
balterna.
Questa necessità è del resto comprovata dal fallimento cui sta andan-
do incontro in Italia la cosidetta ‘dissidenza di sinistra’, per non aver
saputo sostituire con una teoria scientifica dell'organizzazione e della
lotta di classe in Italia, i suoi atteggiamenti letterari, extrascientifici e
di generica protesta. E' appunto la mancanza di una teoria e di un metodo
scientifico, materialistico, desunto dalla esperienza delle masse, a carat-
terizzare le posizioni di sinistra non marxiste-leniniste, verbalmente ultra-
rivoluzionarie; a renderle incapaci di contrastare l'egemonia dei revisionisti
sul proletariato.
IL TROZKYSMO, Sul piano teorico il supporto a queste posizioni ultrasinistre è gene-
VARIANTE DI SINISTRA ralmente offerto, ancora una volta, dal trozkismo o da elementi ideologici
DEL REVISIONISMO e atteggiamenti mutuati dal trozkysmo. Il trozkysmo, in quanto radicalizza-
zione estremistica di stati d'animo piccolo-borghesi, in quanto polemica da
sinistra contro la burocrazia — dettata in effetti da insofferenza intellettua-
listica per ogni disciplina e per ogni lavoro metodico — è in realtà assai
più diffuso di quanto non faccia pensare la consistenza e la presa delle
organizzazioni trozkyste propriamente dette. Di esso — della sua argomen-
tazione che mira a sopprimere ogni differenza fra impostazione teorico-
strategica e tattica politica, della sua abitudine a considerare il marxi-
smo come una metafisica immobile anzichè come una scienza impe-
gnata a mediare la teoria con le condizioni della sua applicabilità e
a rendere praticamente raggiungibili gli obiettivi rivoluzionari del movi-
mento — sono una prova anche certe interpretazioni della rivoluzione
culturale, della quale pure esse esaltano il valore.
Dando una arbitraria estensione al significato autocritico assunto dalla
rivoluzione culturale nei confronti della stessa storia del movimento ope-
MAO TSE-TUNG
TROZKY, STALIN,
E LA DITTATURA
DEL PROLETARIATO
raio internazionale, alcuni compagni hanno creduto di poter vedere nel
pensiero di Mao una ripresa e una rivincita del trozkysmo contro lo sta-
linismo. Si è così fatta circolare una interpretazione della rivoluzione cul-
turale che non la presenta come il ristabilimento e lo sviluppo creativo
della dottrina scientifica marxista-leninista contro le deviazioni extrascien-
tifiche e piccolo-borghesi di destra e di sinistra, contro l'opportunismo e
l'avventurismo, contro la sopravalutazione strategica del capitalismo ma
anche contro la sua sottovalutazione tattica; bensì come una ripresa e una
vittoriosa riaffermazione delle tendenze ‘di sinistra’ del movimento ope-
raio internazionale, criticate a suo tempo da Lenin e combattute da Stalin.
Per sostenere questa tesi si è ricorsi a un metodo antistorico e
idealistico — appunto tipico del trozkysmo — che consiste nell’accostare
i testi senza riguardo al momento storico e alla funzione cui assolvono
in rapporto alla lotta di classe in un certo momento.
Si è così equiparata la polemica di Mao Tse-tung contro la coesistenza
pacifica a quella di Trozky. Ma si è evitato di osservare che altra cosa è
prospettare la coesistenza pacifica come linea strategica generale del mo-
vimento rivoluzionario in un momento in cui le forze socialiste sono in
netta espansione e proprio fidando sul fatto che esse, ormai, potreb-
bero prevalere pacificamente, senza lotta; e altro è usare la tattica della
coesistenza pacifica per salvare il primo stato socialista in un momento
di generale riflusso rivoluzionario e di accerchiamento. Nel primo caso
la coesistenza costituisce una alternativa alla lotta armata, un modo per
impedire le rivoluzioni; nel secondo caso è una misura indispensabile per
mettere al sicuro il risultato della vittoria e per rendere possibile la
ripresa della lotta rivoluzionaria. Nel primo caso la critica colpisce una
strategia controrivoluzionaria, nel secondo caso la critica colpisce una
misura tattica indicata da Lenin stesso come indispensabile temporanea-
mente per non distruggere il primo risultato della rivoluzione.
Analogamente, cioè con lo stesso metodo idealistico, si è soliti para-
gonare l'internazionalismo di Mao con la critica di Trozky all'edificazione
del socialismo in un solo paese. Critica fondata se si volesse dire con
questo che l'instaurazione del socialismo non è mai garantita da una
restaurazione capitalistica, da un intervento controrivoluzionario esterno
o da una sovversione interna ad opera di elementi borghesi, finchè l’im-
perialismo non sarà stato distrutto a livello internazionale. Ma posizione
scorretta se essa dimentica che uno dei modi di aiutare la distruzione
dell'imperialismo su scala internazionale e di aiutare la rivoluzione inter-
nazionale proletaria è di procedere alla edificazione socialista e allo svi-
luppo del socialismo nei paesi via via liberati dalla dominazione capitali-
stica e dall'occupazione straniera. In questo caso si dimenticherebbe
che se il processo di trasformazione socialista non mette un paese nella
possibilità di “promuovere la produzione”, di “contare sulle proprie forze”
e di svilupparsi in forme socialiste che lo rendono materialmente interes-
sato alla vittoria su scala mondiale del socialismo, esso resta economica-
mente esposto al ricatto imperialista, alla restaurazione capitalista e, in
definitiva, all'impossibilità di “fare la rivoluzione” e di sostenerla concre-
tamente negli altri paesi.
Una medesima astrazione dal contesto storico e dalla funzione di clas-
se si opera confrontando la critica trozkysta ai ‘metodi’ staliniani con la
critica sviluppata dalla rivoluzione culturale contro la ‘obbedienza ser-
vile' e contro i burocrati revisionisti. In realtà l'insufficienza dei metodi
staliniani di direzione, la scarsa iniziativa di massa che seppero promuo-
vere nella lotta contro le tendenze piccolo-borghesi e per la difesa del
sistema socialista, sono una delle esperienze storiche più drammatiche
del movimento operaio. L'insufficienza di tali metodi che legarono alla
persona di Stalin la salvaguardia della dittatura del proletariato, finendo
per rendere più facile il suo rovesciamento e la restaurazione del capi-
talismo; l'impossibilità di liquidare per via amministrativa il fenomeno
del burocratismo — di liquidarlo cioè senza un costante ricorso allo slan-
cio rivoluzionario delle masse, alla rivoluzione ininterrotta: ecco l'espe-
rienza che Mao stesso ha presente nel promuovere la rivoluzione culturale.
5
orientamenti
EDIFICHIAMO IN FRANCIA UN PARTITO COMUNISTA
DELL'EPOCA DELLA RIVOLUZIONE CULTURALE
Pubblichiamo qui integralmente un documento politico
che merita di essere studiato e discusso dai militanti ita-
liani — perchè riferito ai problemi della costruzione del
partito rivoluzionario e della lotta rivoluzionaria in un
paese capitalistico europeo. Il documento è apparso su
Garde rouge (n. 6, giugno 1967), organo dell'Union des
Jeunesses Communistes (marxiste-leniniste), che ha cir.
ca un anno di vita.
Non esiste attualmente in Francia un Partito Comunista. Da un
{ato esiste un Partito revisionista che ha ancora un numero de-
terminante di aderenti e che dispone di potenti mezzi materiali,
che conserva una influenza in certe frazioni della classe ope-
raia, che riesce perfino a svilupparsi rapidamente: nella piccola
borghesia come testimoniano i suoi successi elettorali, ma che
a lungo termine non rappresenta che una forza politica di ap-
poggio e un elemento secondario nelle lotte interne delle diver-
se frazioni della piccola borghesia e della borghesia; questo
partito ha dunque una esistenza effettiva in quanto partito pic-
colo-borghese reazionario, non ne ha più in quanto partito del
proletariato rivoluzionario. D'altro lato esistono degli: elementi
di forza marxista-leninista, dei militanti isolati e delle organiz-
zazioni eterogenee, radicati in certi settori della classe operaia
e del popolo ma che non sono ancora sufficientemente forti,
diversificati e unificati al punto da prendere la direzione cen-
tralizzata delle lotte di classe progressiste e rivoluzionarie in
Francia. La classe operaia e il popolo non possono vincere sen-
za un partito comunista vero che sia il partito della classe
operaia e che diriga le lotte di tutto il popolo sotto la dire-
zione della classe operaia. E' perciò evidente che la formazione
di questo partito comunista è il problema decisivo da cui di-
pende lo sviluppo futuro delle lotte di classe nel nostro paese.
La edificazione di questo partito è un processo lungo il cui inî-
zio si pone molto prima della costituzione ufficiale del partito
in quanto tale e che si attua molto dopo il momento di questa
costituzione, durante tutta la vita del partito. Le leggi di que-
sto processo sono subordinate alle leggi della lotta di classe
e regolate dalla teoria marxista-leninista dell'organizzazione e
dall'esperienza acquistate in questo campo; è un problema che
dobbiamo studiare e risolvere nel suo insieme, principalmente
per quanto riguarda le prime tappe di questo processo, quelle
del radicamento frammentario del movimento, della sua pene-
trazione nelle masse, della sua unificazione e trasformazione in
una organizzazione centralizzata capace di dirigere le lotte di
classe nel loro insieme. Sottovalutare l'ampiezza di questo
processo di formazione e ridurre il problema. della edificazione
del partito a quello della sua costituzione ufficiale in quanto
partito, (il momento della sua ’‘creazione’) è un grave errore
che non dobbiamo commettere. Nondimeno è vero che il pro-
blema della ‘creazione’ del partito, il problema del momento,
delle forme, delle modalità della sua costituzione ufficiale atti-
8
ra particolarmente l'attenzione di numerosi compagni marxisti-
leninisti al punto che talvolta la ‘creazione’ del partito assu-
me l'aspetto di un rimedio magico a tutte le difficoltà, e che
la forza di questa idea è tale da affascinare molti compagni
da un punto di vista unicamente formale (il fatto che qualsiasi
organizzazione, qualunque sia la sua capacità di dirigere le lotte
di classe su scala nazionale prende il nome di Partito Comu-
nista). Per questo è utile, e noi cominceremo da qui, determi-
nare quale è il contenuto di ciò che sarebbe bene chiamare la
‘nascita’ del Partito in senso stretto e che non è evidente-
mente che una fase della formazione del Partito; è in effetti il
contenuto di questa fase, il contenuto concreto in determinate
condizioni, che può solamente conferirgli un valore e dare si-
gnificato all'atto della creazione.
Prima di proseguire conviene chiarire al lettore un punto che
gli permetterà di seguire meglio il nostro procedimento, elimi-
nando possibili malintesi.
Studiando la storia del movimento operaio, noi ci rendiamo
conto che esistono delle leggi generali riguardanti la edificazione
dei Partiti Comunisti e che in particolare le condizioni della loro
nascita effettiva come partiti rispondono a delle caratteristiche
essenzialmente comuni che si possono così riassumere: la rea-
lizzazione delle esigenze teoriche e pratiche che permettono a
una organizzazione di unire la verità universale del marxismo-
leninismo con la direzione della lotta di classe rivoluzionaria e
progressista in un dato paese. Per contro i rapporti tra la crea-
zione ufficiale dei Partiti e le tappe concrete della loro edifica-
zione, compresa la loro effettiva nascita, hanno preso degli
aspetti molto diversi (che noi analizzeremo sistematicamente in
testi ulteriori). Notiamo semplicemente che se si lasciano da
parte le numerose ‘creazioni’ di pseudo-partiti che non sono
mai stati che dei gruppetti o delle effimere organizzazioni op-
portuniste, ‘gauchistes’ trotskyste ecc., si trovano dei casi im-
portanti dove la creazione del partito ha preceduto la sua nasci-
ta effettiva (per esempio la creazione del POSDR nel 1898). Due
osservazioni devono essere fatte su questo tipo di sviluppo or-
ganizzativo. In primo luogo, in questi casi, la ‘creazione’ è stata
seguita da un lungo processo di lotte, di trasformazioni brusche,
di dispersione, di divisioni e aggiunte di elementi nuovi, infine
di fusione su nuova base: è questo processo che ha preceduto
e reso possibile la vera nascita del Partito e di conseguenza è
giusto dire che le leggi generali della formazione del Partito
Comunista nella prima tappa di questa edificazione in partico-
lare, leggi che studieremo più avanti, hanno un valore universale
nel loro contenuto. In secondo luogo bisogna sottolineare che
questo tipo di creazione anticipata non ha per niente la stessa
conseguenza e lo stesso senso in un paese dove la classe ope-
raia è ancora quasi vergine dal punto di vista organizzativo
(come il proletariato russo alla fine del XIX sec.) e in un paese
come il nostro, dove la classe operaia è anticamente e larga-
mente organizzata e dove ha una lunga esperienza di organizza-
zione. In più, l'esistenza di una congiuntura rivoluzionaria, la ne-
cessità di una azione clandestina o di lotta armata, possono im-
porre delle forme molto precoci di centralizzazione e all'occor-
renza la ‘creazione’ rapida di un partito, mentre questa ‘creazio-
ne' non si giustificherebbe dove le possibilità di una organizza-
zione agile e diversificata, di lotta ideologica pubblica o perlo-
meno organizzata senza difficoltà, di lavoro teorico, di inchie-
ste, ecc., permettono ai rivoluzionari di sviluppare un processo
adeguato e rigoroso di edificazione prolungata del loro partito.
Per ora lasceremo da parte .i diversi esempi storici e analizzere-
mo le leggi generali della edificazione del Partito da un punto
di vista di principio, considerando particolarmente ciò che si
applica al nostro paese, tenendo conto delle condizioni concrete
della lotta di classe in Francia. Il nostro bersaglio è la rivolu-
zione in Francia, non ci interessa lanciare frecce teoriche senza
mirare a questo bersaglio. E' utile avere presente ciò anche
quando noi studiamo le leggi generali della edificazione del Par-
tito e maggiormente quando noi passiamo alle leggi della sua
edificazione in Francia nella nostra. epoca.
Ritorniamo ora al problema che ci ponevamo, quello del con-
tenuto concreto della nascita del Partito.
La ‘nascita’ del partito si può intendere rigorosamente in un
solo modo: delle organizzazioni eterogenee, locali o specifiche
a dati ambienti, dei militanti isolati, dei quadri nati da settori
diversi della classe operaia e del popolo hanno accumulato forze
sufficienti (in organizzazione, esperienza e teoria) per organiz-
zare il movimento e prendere la direzione effettiva della lotta di
classe nei settori rispettivi della classe operaia e del popolo
ai quali si sono legati. D'altra parte (ed è la seconda condizione,
complementare alla prima) questi diversi settori marxisti-leni-
nisti hanno acquistato, attraverso l'esperienza pratica, il lavoro
teorico, le inchieste e la lotta ideologica, (lotta contro i rea-
zionari e reciproco convincimento nei rapporti con i nostri ami-
ci) una tale unità di pensiero, di stile, di analisi e di metodo di
lavoro da permettere loro di elaborare un programma unico di
movimento, di determinare un piano di propaganda e di azione
unico per il movimento in tutto il paese e di produrre infine
una stampa diversificata nel suo stile e nella sua linea di lavoro.
Quando le organizzazioni locali e specifiche esistono, hanno
accumulato delle forze sufficienti e sono state parte attiva del
movimento di unificazione, la linea determinata non resterà for-
male ma diventerà effettivamente operativa nei diversi settori
della classe operaia e del popolo; da allora in poi la Direzione
unificata del movimento sarà una vera direzione, capace di di-
rigere l'insieme della lotta di classe del paese. Il contenuto del
movimento marxista-leninista in Francia sarà il contenuto di un
partito, il contenuto del suo sistema di direfione (unificato o
no organicamente durante un periodo transitorio), sarà il conte-
nuto della direzione di un Partito Comunista. Il Partito sarà ef-
fettivamente nato: la sua creazione formale (un congresso co-
stitutivo) dovrà sanzionare questa trasformazione qualitativa del
movimento. I marxisti-leninisti lottano per la nascita effettiva del
Partito, non per una creazione formale.
Così definite, la nascita e la creazione del Partito Comunista
rappresentano una fase determinata nel processo di formazione,
fase che deve essere rigorosamente regolata dallo sviluppo del-
le fasi precedenti e dal livello reale di sviluppo del movimento
comunista e delle lotte di classe. Questa creazione non può cer-
tamente dipendere dalla decisione soggettiva di un gruppo di
marxisti-leninisti, di ‘fare un partito’.
E' chiaro tuttavia che un gruppo o una organizzazione par-
ziale di marxisti-leninisti può prendere la decisione amministra-
tiva di trasformarsi assumendo unilateralmente il nome di ‘Par-
tito Comunista’. Non si tratterebbe di una nuova fase di svi
luppo del movimento, ma di una creazione fittizia che equivar-
rebbe in Francia a una regressione sia per la formazione del
movimento, che del partito nel suo insieme. Una situazione par-
ticolarmente negativa in un paese come il nostro sarebbe data
dall'esistenza di un falso Partito marxista-leninista, la cui fal-
sità non consiste nell'abbandono puro e semplice degli interes-
si della classe operaia e del marxismo-leninismo, ma nel fatto
che l'organizzazione in questione non sarebbe in grado di riu-
nire ie condizioni necessarie per dirigere le. lotte della classe
operaia e del popolo e neppure quelle per raggruppare l'insieme
dei militanti marxisti-leninisti — non sarebbe in grado, cioè, di
assolvere ai compiti che incombono a un partito marxista-leni-
nista. Per questo frenerebbe considerevolmente la. propaganda
a favore del marxismo-leninismo nella classe operaia e nel po-
polo, rendendo un considerevole servizio al revisionismo nelle
sue campagne di calunnia contro i marxisti-leninisti.
CENTRALIZZAZIONE E DECENTRALIZZAZIONE
E' necessario avere costantemente presenti i compiti gene-
rali che un vero Partito marxista-leninista deve essere capace di
assolvere. Jl Partito marxista-leninista deve:
1- Essere presente in tutte le classi e strati del popolo
Nata in Francia nel febbraio-marzo del 1966, l’U.J.C.
(m-1.) ha fatto la sua prima apparizione pubblica mel |
l'autunno dello stesso anno con la nota scissione di mas- |
sa dell’U.E.C. (Unione Studenti Comunisti). Già nel 1964
comunque si era formato presso il circolo di U.L.M. del. |
l’U.E.C. un primo nucleo di compagni, che aveva intra-
preso uno studio rigoroso — sotto l'influsso del filosofo
marzista Althusser — delle opere di Marx e degli altri
classici del marzismo-leninismo. |
Una parie di essi, in seguito, rimase ancorata ad una |
teoria pericolosa secondo la quale la sola ’pratica’ che
devono avere i teorici è la pratica teorica, dissimulando
così il fatto che un intellettuale rivoluzionario deve unire
la ’teoria scientifica’ alla ’pratica delle masse popolari’
(il principio della ’linea di massa’ è infatti una regola |
fondamentale) e inoltre che il lavoro teorico degli intel
lettuali rivoluzionari ha per oggetto la pratica rivolu- |
zionaria della trasformazione della società. |
Un'altra corrente ancora — la cui importanza è però |
molto minore — sosteneva la necessità di fare immedia-
tamente la rivoluzione e si sforzava di prendere delle mi-
sure pratiche per jarla. Ma malgrado una posizione rivo-
luzionaria onesta e delle conoscenze serie, questa corrente Î
riposava su una base politica erraia, su una ideologia pic- |
colo-borghese rivoluzionarista (il ’castrismo’ nell'uso stru-
mentale che ne viene fatto in Europa). CAD
I rimanenti compagni infine — quelli che poi diedero
vita all’Union des Jeunesses Communistes — si dedica. |
rono invece con rigore almeno pari all’entusiasmo. allo |
studio della teoria e della pratica della rivoluzione cinese.
Essi erano convinti — sono le loro stesse parole — che
la teoria e la pratica della rivoluzione in Cina, fossero
capaci di. regolare un certo numero di problemi lasciati
aperti dallo sviluppo anteriore del movimento rivoluzio-
nario, e di arricchire in misura decisiva il tesoro teorico
e l’esperienza fissata da Marx e Lenin. La Grande Rivo-
luzione Culturale inoltre forniva loro da una parte un
grande incoraggiamento a proseguire nella lotta intrapre-
sa, e dall’altra il motivo dominante della scissione su gran-
de scala all’interno dell'U.E.C. A
«In definitiva — essi sostengono — è la Grande Rivo-
luzione Culturale Proletaria che fornisce le basi di una
linea di demarcazione profonda, irriducibile e definitiva tra
il marzismo-leninismo rivoluzionario della nostra epoca
e tutte le varianti del revisionismo, Noi pensiamo che
l'assimilazione del pensiero di Mao Tse-tung alla luce del-
la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria è la pietra mi-
liare di una posizione-rivoluzionaria corretta, di una posi-
zione marzista-leninista. E' per questo che ci. sforziamo
di mettere in opera in modo conseguente la giusta tesi
secondo la quale la Grande Rivoluzione Culturale Pro-
| letaria apre un'epoca tutta nuova nel Movimento Comu-
nista Internazionale ».
prendendo la direzione di tutte le forze popolari che lottano con-
tro la reazione;
2 - Organizzare tutte le forme di lotta di classe (politica,
economica, teorica, ideologica, armata).
Per quanto riguarda il primo punto dobbiamo delimitarlo rigo-
rosamente.
E' indispensabile la presenza in tutti i settori del popolo se
si vuol trascinare nella lotta per le trasformazioni necessarie
la maggioranza reale; ma ciò non significa che il Partito Comu-
nista debba organizzare direttamente delle classi, degli strati
e dei gruppi sociali che in un determinato momento compon-
gono il popolo, né che il suo radicamento nelle diverse catego-
rie del popolo rivesta la stessa importanza e possa essere mes-
so sullo stesso piano.
E' chiaro per esempio che il radicamento nella massa operaia
occupa un ruolo decisivo e costituisce anche la pietra di pa-
ragone del livello dell'organizzazione nel suo insieme e della
sua capacità rivoluzionaria.
In più, la forma della presenza nelle diverse categorie del
popolo non è la stessa. | marxisti-leninisti devono organizzare
direttamente nel Partito l'avanguardia operaia a fondersi stretta-
mente con la massa operaia. In certi casi è anche indispensabile
l'azione nei confronti di un'altra forza rivoluzionaria principale
(come è stato il caso dei contadini in Cina). Per contro, per
quanto riguarda le forze secondarie del popolo (categorie della
borghesia o della piccola borghesia, studenti progressisti, certe
categorie contadine nei paesi in cui i contadini non costituisco-
no nella loro massa una forza rivoluzionaria principale) la pre-
senza del Partito assume delle forme più elastiche. In effetti
si tratta talvolta di dirigere le lotte progressiste di queste ca-
tegorie secondarie o semplicemente di conoscerle o, meglio
ancora, di associarle come forza di appoggio alle lotte condotte
dalle forze principali del popolo. I metodi che permettono questa
forma di presenza sono l'inchiesta in queste categorie di popolo,
la direzione organizzativa delle masse popolari (culturali, nazio-
nali, eventualmente economiche e politiche) e all'occorrenza
il posto dato nel Partito a certi elementi avanzati di queste
diverse categorie. Non si può dunque mettere sullo stesso piano
la presenza del Partito nei diversi settori del popolo, ma la ne-
cessità di questa presenza non deve sfuggirci.
Prendiamo un esempio concreto. Uno sciopero scoppia in una
fabbrica di provincia o in un quartiere urbano. E' chiaro che il
fattore principale in questo sciopero è il modo con cui la lotta
è condotta nella fabbrica stessa, la capacità del partito o del
sindacato (o di altre forme di organizzazione di classe) di or-
ganizzare in modo corretto l'offensiva degli operai contro il pa-
drone. Ma pur essendo il principale questo fattore non è l'uni-
co e la sua unione con altri può essere indispensabile per il
successo. Se il Partito, l'avanguardia operaia, riescono a tra-
scinare un importante movimento popolare di adesione allo scio-
pero nella località, nel quartiere o nella regione, ciò darà agli
operai un sostegno nello stesso tempo ideologico, politico e
materiale che può essere determinante. Ciò presuppone che
oltre al suo radicamento nella classe operaia, il Partito conosca
i piccoli borghesi, gli universitari, gli studenti, i piccoli commer-
cianti e artigiani, alcune categorie di contadini, e assicuri tra
di loro una certa forma di presenza. L'esperienza mostra che il
sostegno popolare agli scioperanti (manifestazione di solidarie-
tà, aiuto materiale, propaganda diffusa) è un elemento impor-
tante nello sviluppo di certe lotte operaie.
Vediamo ora a quali condizioni il Partito potrà effettivamente
assicurare la direzione di tutte le forze popolari e la combina-
zione adeguata ad ogni momento determinato delle forme della
lotta di classe.
10
Perchè il Partito possa svolgere questi compiti fondamentali
(il cui adempimento lo definisce come vero Partito Comunista,
unitamente alla giustezza della sua linea politica) esso deve
riuscire a sviluppare l'unità di due aspetti complementari: la
diversità delle componenti del movimento e l'unità della loro
direzione, cioè, in termini organizzativi, la centralizzazione e la
decentralizzazione (v. il testo di Lenin: « Lettera a un compagno
sui nostri compiti organizzativi »).
Questi due aspetti complementari dello sviluppo del Partito
sono indispensabili l'uno e l'altro. Senza la decentralizzazione il
partito sarà incapace di mettere in opera una linea di massa.
Sarà incapace di mettersi alla testa della lotta di tutto il popolo
e di saldare tutte le classi e tutti gli strati progressisti in un
fronte unito potente diretto dalla classe operaia. Sarà incapace
di cogliere lo stato della lotta di classe in tutti i suoi aspetti:
comprenderà gli operai ma non i contadini, gli operai di un
certo ramo ma non gli operai di un altro, i lavoratori manuali
ma non gli intellettuali, gli studenti ma non altre categorie della
piccola borghesia. Sarà incapace di determinare quale forma di
lotta di classe è decisiva nel momento attuale: la lotta econo-
mica, la lotta ideologica o la lotta armata ecc. Sarà incapace di
organizzare all'interno una giusta divisione del lavoro ed una
adeguata ripartizione delle forze militanti che gli permettano di
soddisfare in periodi brevi, il più possibile bisogni nuovi nati
dallo sviluppo della lotta nel suo insieme e che diano brusca-
mente un'importanza decisiva a un dato fronte o a una data for-
ma di lotta: lavoro nelle organizzazioni sindacali in un momento
di sviluppo intenso di lotte rivendicative, bisogni teorici urgenti
in un determinato campo del materialismo storico o del materia-
lismo dialettico, necessità subitanea di un'organizzazione rapida
del lavoro clandestino.
Senza la centralizzazione, il Partito non sarà un vero Partito
comunista, un Partito di tipo nuovo. Sarà un volgare Partito par-
lamentare di vecchio tipo, un partito opportunista diviso in fra-
zioni e tendenze, un club di discussione incapace di dirigere la
lotta di tutto il popolo. Non potrà fondere in un fronte unico le
diverse forze che compongono il popolo. Sarà incapace di unire
i contadini agli operai nel suo seno, di unire nel suo seno i la-
voratori manuali e gli intellettuali, di realizzare nella pratica
l'unione della teoria e della prassi. Sarà incapace di comporre
le diverse linee d'azione nelle diverse classi e nei diversi strati
sociali per dar loro un orientamento comune che possa realiz-
zare l'unità di tutte le classi senza appiattire né eliminare i
tratti specifici di ognuna di esse.
La centralizzazione e la decentralizzazione sono dunque ugual-
mente essenziali al funzionamento del Partito Comunista. Ciò
significa forse che questi due aspetti si equivalgono, che nes-
suno dei due è più importante in questa o quella tappa della edi-
ficazione o dello sviluppo del Partito? Certamente no. Conside-
rando le cose con maggiore esattezza, appare chiaramente che
la decentralizzazione, l'eterogeneità, è l'aspetto principale per
certe fasi e che la centralizzazione (o l'omogeneità) è l'aspetto
principale per certe altre. Ci spieghiamo. Nel momento in cui i
marxisti-leninisti militanti hanno per compito principale quello
di radicare la teoria marxista-leninista nella sua forma più ge-
nerale nelle masse, quando cioè un lungo periodo di degenera.
zione opportunista ha oscurato la conoscenza delle masse e le
ha private di un modo di pensare corretto; nel momento in cui
i militanti marxisti-leninisti hanno per compito principale di
penetrare nei diversi strati del popolo e di acquistare l'espe-
rienza del lavoro militante di questi differenti strati e classi;
nel momento in cui i marxisti-leninisti devono inventare le
forme nuove di lavoro, di elaborazione e di organizzazione nelle
quali si svilupperà la lotta di classe; in quel momento, che cor-
Ì
i
a
ni
risponde alla fase della nascita e della prima strutturazione del
movimento marxista-leninista, fase preliminare alla nascita del
Partito propriamente detto, l'esigenza di decentralizzazione e
eterogeneità prevale di gran lunga sull'esigenza di centralizza-
zione (decentralizzazione che deve essere intesa qui nel suo
significato più forte e cioè come l'assenza di un centro unico
in questa fase: se il processo di edificazione rispetta questa
esigenza, il Partito potrà in seguito applicare la ‘decentralizza-
zione’ in senso corrente). L'imperativo fondamentale di questa
fase è che i militanti marxisti-leninisti si diffondano nelle masse
e non si riuniscano centralmente.
L'essenziale è che i militanti marxisti-leninisti acquistino l'e-
sperienza della lotta in ambienti sociali diversi, nelle forme di
organizzazione più diversificate, che accumulino delle forze in
tutti i settori del popolo, che imparino ad essere presenti su
tutti i fronti della lotta di classe anche se il prezzo di questo
lavoro preliminare è un'apparente incoerenza. La costituzione di
frazioni d'organizzazione aventi loro caratteristiche specifiche,
l'assenza di direzione centralizzata del movimento nel suo insie-
me e talvolta anche inevitabili malintesi soggettivi tra militanti
che hanno conosciuto esperienze diverse; questi malintesi non
saranno gravi se la volontà di unità prevale e permette di pas-
sare correttamente alla fase seguente — di edificazione del
Partito — quando i compiti preliminari di strutturazione del mo-
vimento nelle masse sono assolti e la diversità delle esperienze,
delle conoscenze e delle forme di organizzazione forniscono un
contenuto adeguato all'elaborazione della linea comune e assicu-
rano che la linea elaborata centralmente corrisponderà ai biso-
gni di tutto il popolo e sarà effettivamente applicata alla base
nei diversi settori del popolo mediante organizzazioni specifiche
vicine alle masse e legate ad esse.
Non rendersi conto del ruolo essenziale della decentralizza-
zione, dell'eterogeneità, in questa prima fase, sarebbe un er-
rore di gravi conseguenze. Una centralizzazione troppo rapida
del movimento nel suo insieme quando non avesse ancora af-
fondato le sue radici in ogni settore del popolo, verrebbe a ge-
neralizzare prematuramente un'esperienza parziale determinata,
a tentare di applicare alla lotta di classe nel suo insieme delle
forme di organizzazione e dei frammenti di linea nati da una
piccola frazione del popolo. Ciò approderebbe a una direzione
(limitata) che non potrebbe diventare la direzione del movimen-
to marxista-leninista e delle lotte popolari nel loro insieme, e
ciò in definitiva frenerebbe gravemente lo sviluppo del movi-
mento e la costruione di una vera direzione centralizzata.
Per chi vuole ragionare, ciò non ha niente di straordinario:
che senso avrebbe la centralizzazione, se non si trattasse di
centralizzare qualcosa di diversificato e di eterogeneo? Sarebbe
veramente una cosa risibile pretendere di centralizzare sola-
mente se stessi come sarebbe il caso di una organizzazione
marxista-leninista che rappresentasse una parte del movimento
(a fortiori quando il movimento preso nel suo insieme non è
ancora largamente radicato) e che volesse trasformarsi essa
stessa in partito. Per avere trascurato la decentralizzazione pre-
liminare necessaria, toglierebbe ogni significato alla centraliz-
zazione. La creazione del Partito non sarebbe più quella fase
nuova e decisiva nella quale le componenti eterogenee del mo-
vimento, attraverso un lavoro comune e una lotta ideologica
conseguente, giungono a creare una unità di pensiero tanto più
preziosa in quanto riunisce delle esperienze diverse, e giungono
a costituire una direzione unificata del movimento qualitativa-
mente superiore alla somma delle organizzazioni anteriormente
esistenti, ma una semplice futilità amministrativa!
Ma sarebbe erroneo menzionare solamente fasi dove la de-
centralizzazione e l'eterogeneità sono l'aspetto principale. Esi-
stono inversamente delle fasi in cui la centralizzazione e l'omo-
geneità della direzione sono l'aspetto principale. Si tratta princi-
palmente dei momenti in cui l'organizazione marxista-leninista
può e deve mettersi alla testa del popolo per dirigere le sue
lotte in un modo unificato in conformità a una linea di insieme
elaborata partendo dalla esperienza delle masse e dalle loro
idee così come dalla teoria marxista-leninista.
Ciò presuppone beninteso l'accumulazione preliminare delle
forze in tutti i settori del popolo di cui abbiamo già parlato. Ciò
presuppone ugualmente l'unificazione ideologica delle componen-
ti eterogenee del movimento. E' chiaro che questa unificazione
ideologica definisce la fase che precede immediatamente la crea-
zione del Partito e che il censimento dei mezzi concreti che
permettono di ottenerla è della più grande importanza.
Quando diciamo che nelle prime fasi del suo sviluppo, all'ini-
zio del suo radicamento nelle masse, il movimento marxista-leni-
nista deve restare « decentralizzato » o « eterogeneo » (per pren-
dere la terminologia di Lenin) intendiamo dire che ogni cen-
tralizzazione è da escludere? Evidentemente no. Per poter agire,
ogni settore del movimento deve centralizzarsi: senza centra-
lizzazione non c'è direzione. Quando un gruppo di militanti o una
organizzazione marxista-leninista affronta un'azione determinata
sul fronte della lotta di classe, essi hanno bisogno di centraliz-
zarsi, di realizzare la loro unità di pensiero e di azione per con-
durre a buon termine il lavoro che si sono prefissi, che corri-
sponde alle loro effettive possibilità. Quando parliamo di ’de-
centralizzazione’ noi insistiamo semplicemente sul fatto che non
è ancora possibile realizzare una direzione centralizzata delle
lotte di classe nell'insieme del paese, sotto tutte le forme e
su tutti i fronti, che una tale centralizzazione resterebbe for-
male, fittizia e non corrisponderebbe a una capacità effettiva
di direzione e a una reale omogeneità. La diffusione del movi-
mento nelle masse significa che esso non ha un centro unico
in tutto il paese, per le sue diverse componenti sociali e locali:
essa non può essere confusa con il disordine e l'assenza di me-
todo, non esclude ma al contrario esige dei livelli parziali di
centralizzazione, d'organizzazione e direzione delle lotte che
corrispondano alla realtà del movimento in ogni luogo ed in ogni
momento. Non esclude il coordinamento di tutti gli elementi che
partecipano al movimento su dei problemi dove l'unità di pen-
siero, d'esperienza e d'azione può essere realizzata più rapi-
damente che per altri. Ne consegue che la creazione organica
di un centro unico del movimento per l'insieme del paese e dei
fronti della lotta di classe (creazione del partito), cioè la cen-
tralizzazione in senso lato, corrisponde a una fase ben determi-
nata dello sviluppo del movimento nelle sue diverse componenti,
centralizzazioni parziali, organizzazioni locali e specifiche: i mar-
xisti-leninisti non s'abbassano a giocare sulle parole per ten-
tare di lusingare gli altri ed eventualmente se stessi sullo stato
reale delle forze che sono riusciti ad accumulare.
LEGGI FONDAMENTALI DELL'EDIFICAZIONE DEL PARTITO
La masse attendono da un partito marxista-leninista che egli
metta in opera per tutto il paese i metodi di direzione marxisti-
leninisti. Ora questi metodi sono fondamentalmente due e la loro
condizione assoluta di possibilità è l’esistenza di giusti rapporti
dialettici tra centralizzazione e decentralizzazione, tra omoge-
neità ed eterogeneità.
Ricordiamo la decisione del comitato centrale del Partito Co-
munista Cinese, redatta dal compagno Mao Tse-tung, « A_pro-
posito dei metodi di direzione » (1 giugno 1934):
« 1° - Esistono due metodi che noi comunisti dobbiamo ap-
11
plicare in qualunque lavoro: in primo luogo, combinare delle pa-
role d'ordine generali con una direzione concreta, in secondo
luogo, mantenere i legami della direzione con le masse.
2° - Se non si lanciano delle parole d'ordine generali, che si
estendano a tutti, non sarà mai possibile mobilitare le masse
per l'adempimento di un qualsiasi compito. Ma se ci si limita
a queste parole d'ordine generali, se i dirigenti, nelle organiz-
zazioni che essi dirigono, non si occupano essi stessi, in ma-
niera concreta e riflessiva, del lavoro alla cui esecuzione fanno
appello — in modo che, avendo individuato una prima breccia
in un dato punto e avendovi acquistato esperienza, la possano
utilizzare per orientare il lavoro negli altri settori che dirigo-
no —, essi non potranno verificare se le parole d'ordine gene-
rali lanciate sono giuste, non potranno dar loro un contenuto
concreto; e allora queste parole d'ordine generali rischiano di
restare lettera morta ».
Combinare le parole d'ordine generali con la direzione con-
creta, dirigere l'insieme avendo l'esperienza di ogni settore par-
ticolare: sono questi i principi elementari che presiedono ai
metodi marxisti-leninisti di direzione; essi devono essere messi
in opera ad ogni livello del lavoro del Partito ed è essenziale
che lo siano al massimo livello, alla direzione del Partito. Posso-
no esserlo solo se i dirigenti possiedono collettivamente l'espe-
rienza del lavoro in ogni settore del popolo, in ogni settore di
attività.
Per adempiere correttamente alla sua funzione, la direzione
del Partito deve riunire collettivamente nel suo seno l'esperienza
di ogni settore particolare, di ogni fronte di lotta, di ogni forma
di lavoro, di ogni settore della classe operaia e del popolo. Que-
ste condizioni possono coesistere solamente se la ‘creazione’
del Partito ha un contenuto concreto adeguato e interviene in
una fase determinata del processo di edificazione nel suo in-
sieme. Se queste condizioni sono riunite e se il Partito com-
bina effettivamente la più grande diversità delle organizzazioni
e delle esperienze locali e specifiche con la più grande unità di
pensiero del Partito nel suo insieme e la più grande omogeneità
della sua direzione, allora esso potrà mettere in opera i metodi
marxisti-lenInisti di direzione e combinare le parole d'ordine ge-
nerali con la direzione concreta delle masse. Se queste con-
dizioni non sono riunite il Partito non sarà capace di mettere in
opera i metodi marxisti-leninisti di direzione; le parole d'ordine
generali che lancerà saranno soggettive, non fondate sull'espe-
rienza concreta e non verificabili nell'esperienza concreta, di
conseguenza scorrette anche se si ispirassero ai principi gene-
rali del marxismo e a una concezione rivoluzionaria della lotta
di classe. In secondo luogo queste parole d'ordine non potran-
no essere combinate con una direzione concreta se mancano
organizzazioni di base sufficientemente radicate nella classe
opetaia e in altri settori del popolo. Un'organizzazione che si
chiamasse ‘Partito’ senza riuscire a dirigere le lotte della classe
operaia e delle masse conformemente ai metodi di direzione
marxisti-leninisti, si scontrerebbe con gravi difficoltà e produr-
rebbe effetti negativi profondi sullo sviluppo del marxismo-leni-
nismo nella classe operaia e nelle masse. Questo è il caso
tutto particolare di un paese come il nostro ed è indispensabile
che noi ne prendiamo atto.
ALCUNE LEGGI PARTICOLARI
PER L'EDIFICAZIONE DEL PARTITO IN FRANCIA
La classe operaia francese, o almeno una grande parte dei
suoi elementi avanzati, anche quando sono ingannati dalla linea
politica di tradimento dei revisionisti, hanno conservato l'espe-
12
rienza e una certa conoscenza rudimentale (non dialettica) del-
l'organizzazione: malgrado la liquidazione accelerata dei principi
comunisti d'organizzazione da parte dei revisionisti, le tradizioni
d'organizzazione restano vive nella classe operaia e ricevono
ancora un'applicazione, anche se spesso in una forma degene-
rata. Ciò che resta delle organizzazioni di base revisioniste e
soprattutto degli apparati sindacali è ancora capace di lanciare
parole d'ordine generali e di dar loro una applicazione concre-
ta (anche se ineguale), sebbene queste parole d'ordine siano
errate dal punto di vista del marxismo rivoluzionario e l'applica-
zione ne sia burocratica ed opportunista. In una parola la gran
parte degli operai è ancora in grado di distinguere un'organiz-
zazione radicata sia sul piano locale che nazionale, capace di
lanciare le parole d'ordine generali e di farle applicare, da una
organizzazione che non ne è capace. Una gran parte degli ele-
menti della classe operaia francese — propriamente quelli su
cui dobbiamo agire — misura la serietà di un'organizzazione dal
rigore con cui lancia delle parole d'ordine a un livello di gene-
ralità proporzionale alla sua capacità pratica di dirigerne le
applicazioni concrete. Ora è proprio di un'organizzazione di tipo
frammentario, e soggettivistico di lanciare parole d'ordine gene-
rali senza disporre dei mezzi organizzativi, pratici, di realizzare
l'applicazione concreta all'interno degli ambienti sociali, delle
classi o degli strati ai quali si rivolge. E' proprio di una tale or-
ganizzazione l'elaborazione di un programma generale parten-
do dalle idee di alcuni quadri, non conoscendo che dei punti o
delle forme parziali della lotta di classe, invece di stendere un
programma che sia la sistematizzazione, secondo la teoria mar-
xista-leninista, delle idee delle masse e della loro esperienza
(ciò che esige beninteso un certo livello di sviluppo delle orga-
nizzazioni locali e specifiche e del loro radicamento nelle mas-
se). Tutto ciò la classe operaia francese lo sa sommariamente,
lo sente. Essa è stata diretta nel passato da una potente orga-
nizzazione comunista: ciò che il tradimento revisionista ha la-
sciato sussistere costituisce ancora un'organizzazione seria dal
punto di vista della diversificazione e della strutturazione (seb:
bene votata a un rapido declino). La CGT resta ancora un'or-
ganizzazione di classe potente malgrado i colpi dati dall'interno
dai dirigenti revisionisti e dimostra ancora ai lavoratori la sua
capacità di dirigere concretamente certe lotte, di ingaggiare
azioni locali e nazionali. Questi differenti fatti fanno della classe
operaia francese una classe operaia sperimentata sul piano or-
ganizzativo, una classe operaia che prende sul serio il realismo
ed il rigore delle organizzazioni politiche e di classe. L'esempio
dei diversi gruppetti, trotskysti, ‘ultrasinistri’ e destri, le ha
inculcato invece una profonda diffidenza rispetto ai gruppi che
pretendono imporle dal di fuori un programma generale, una
linea d'azione, delle parole d'ordine, senza aver condotto il la-
voro paziente di penetrazione, di radicamento, di organizzazione,
di studi e di propaganda graduata che, solo, permette di dare
una concreta applicazione alle parole d'ordine. | marxisti-leninisti
del nostro paese saranno giudicati dal legame concreto che essi
realizzano tra il livello delle loro parole d'ordine e la loro ca-
pacità di applicazione concreta. Non si può gabbare la classe
operaia con delle parole: chiamare ‘partito’ un'organizzazione
che non ne ha il contenuto concreto; chiamare programma, linea
generale e parole d'ordine delle frasi che non siano il frutto
delle idee e dell'esperienza delle masse, elaborate da un'organiz-
zazione radicata nel loro stesso seno, e che assicurerà la dire-
zione effettiva della loro applicazione e della loro verifica nella
pratica; queste sono incoerenze di cui ogni operalo sì accorge-
rà, che egli metterà alla prova nell'esperienza; la penetrazione
delle idee marxiste-leniniste nella classe operaia ne sarà resa
perciò molto più difficile.
La creazione di un vero Partito Comunista può divenire un
obiettivo di mobilitazione per numerosi operai e lavoratori du-
rante un lungo periodo; la costituzione prematura di un partito
comunista fittizio, invece, porterà con sè lo scetticismo, la smo-
bilitazione, l'indifferenza.
Abbiamo già mostrato che il PCF e le organizzazioni che esso
domina rappresentano una forza quantitativamente importante;
che. gli apparati nazionali e locali revisionisti sono ancora suf-
ficientemente radicati per permettere ai dirigenti revisionisti di
far coincidere una linea generale con la sua applicazione con-
creta (per quanto questa applicazione concreta si scontri sem-
pre più con delle difficoltà dovute alla debolezza fondamentale
dei revisionisti, difficoltà che i marxisti-leninisti potranno tra-
sformare in altrettante disfatte una volta che essi arrivino a
preparare correttamente le loro forze e a non prendere i loro
desideri per realtà). Questa potenza amministrativa fa sì che
il POF e le sue organizzazioni appaiano ai lavoratori come un
vero partito e vere organizzazioni, capaci di decidere un'azione
locale o nazionale e di farla applicare, capaci di elaborare una
linea generale e di mettere importanti mezzi al servizio della
sua realizzazione: ciò costituisce la forza principale del PCF.
Ma la loro debolezza fondamentale prevale di gran lunga su
questa forza provvisoria e li condanna ad essere presto o tardi
spazzati via dalle masse: la loro linea è una linea di tradimento,
che non corrisponde agli interessi della classe operaia e del
popolo. Attualmente come si manifesta, nella pratica, questa
debolezza? Col fatto che in ogni azione concreta di cui i revi-
sionisti conservano il controllo, i lavoratori esperimentano che la
direzione revisionista non corrisponde alla loro volontà di lotta,
che essa frena il movimento e conduce il più delle volte a un
esito incerto, perfino alla sconfitta. La fedeltà a organizzazioni
da lungo tempo costituite e dal passato prestigioso, il numero
relativamente alto di quadri, di cinghie di trasmissione di cui i
dirigenti revisionisti dispongono nelle imprese e in diversi am-
bienti, i mezzi massicci di propaganda del partito revisionista,
tutto ciò limita ancora gli effetti dell'esperienza del revisionismo
moderno, esperienza che la classe operaia comincia ad acquisi-
re. Ma questa debolezza non esiste meno, per ciò, e costituisce
al fondo il fattore decisivo della situazione.
E' chiaro che il compito principale dei militanti marxisti-leni-
nisti nella fase attuale di sviluppo del movimento è quello di
strappare alle organizzazioni revisioniste la direzione che esse
esercitano su un numero importante di operai coscienti. Qual'è
il metodo corretto per strappare questa direzione? E' questa la
questione principale. Possiamo strappare questa direzione in un
sol colpo, con una rapida offensiva frontale? Oppure conquiste-
remo progressivamente questa direzione, strappandola punto
per punto con offensive diversificate, concentrando successiva-
mente le nostre forze su differenti punti deboli dell'avversario?
Possiamo strappare questa direzione affrontando immediatamente
il partito revisionista sul terreno che è il suo, opponendo una
linea generale e un programma a un'altra linea generale e a un
altro programma, e un ‘Partito’ a un altro ‘Partito’? Oppure dob-
biamo pazientemente minare il terreno su cui si appoggiano i
revisionisti, radicarci nelle organizzazioni di massa che essi di-
rigono, condurre la lotta interna ovunque ciò sia possibile e dove
nascano nuove possibilità, sottrarre loro momento per momen-
to la direzione dei movimenti di massa che arrivano ancora a
controllare — il più delle volte per arginarli e tradirli — fonderci
infine nelle masse al punto da mettere insieme tutte le condi-
zioni per la creazione di un Partito, tale che nessuna manovra e
attacco revisionista arriverà a isolarlo? Esaminiamo attentamente
questo problema per definire il metodo corretto che devono met-
tere in opera i marxisti-leninisti al fine di prendere la direzione
della lotta di casse in Francia.
Per risolvere questo problema, bisogna prima di tutto conosce-
re quali sono i punti forti dell'avversario e quali i suoi punti
deboli; conoscere quali sono i nostri punti forti e quali i nostri
punti deboli.
Il punto in cui il PCF è forte costituisce precisamente la debo-
lezza dei marxisti-leninisti; ciò che fa la debolezza fondamentale
del PCF costituisce precisamente la forza dei marxisti-leninisti
e dà loro la sicurezza della vittoria.
I marxisti-leninisti non si sono radicati a sufficienza nelle
masse, essi non dispongono sufficientemente di organizzazioni
locali e specifiche, di quadri, di mezzi diversificati di propa-
ganda, di agitazione a tutti i livelli, per essere in grado di con-
ciliare, nella classe operaia e nel popolo presi nel loro insieme,
una direzione generale e la sua applicazione concreta; essi non
possono realizzare questa convergenza che su punti parziali, e
non sull'insieme della lotta di classe. Su questo punto, essi sono
più deboli dei revisionisti.
Per contro, quando su un punto preciso della lotta di classe i
marxisti-leninisti sono arrivati ad acquisire — col metodo delle
inchieste — una conoscenza completa della lotta di classe e
della situazione congiunturale di quel punto, a fissare elementi
di organizzazione legati ai lavoratori, allora i progressi che essi
fanno nella direzione delle lotte sono (per il fatto della loro
giusta posizione proletaria e della loro conoscenza del marxismo-
leninismo) tali da mettere in difficoltà i revisionisti su quel pun-
to preciso dell'applicazione della loro linea generale e tali da
svuotare, del suo contenuto concreto la direzione dei revisionisti
su quel punto. In questo senso, quando concentrano le loro for-
ze successivamente su differenti punti che non costituiscono
ancora un fronte generale, i marxisti-leninisti sono molto più
forti dei revisionisti.
Sapendo questo, in qual modo i marxisti-leninisti devono at-
taccare i revisionisti? Devono dar battaglia sul terreno in cui
essi stessi sono deboli e i loro avversari forti? In altre parole,
devono fingere di opporre al PCF un'organizzazione della stessa
ampiezza, che avrà la sua linea generale, il suo programma di
insieme, la sua strategia e la sua tattica per tutte le forme e i
fronti della lotta di classe, sebbene sia evidente che saranno
di gran lunga inferiori ai revisionisti quanto alla loro capacità
di applicare concretamente una linea d'insieme per tutto il
paese? Oppure devono essi dar battaglia in modo da incontrare
il nemico sul terreno in cui essi stessi sono forti e lui debole,
cioè adattare il loro livello e i loro punti di agitazione ai mezzi
effettivi di cui dispongono (in quadri, esperienza, conoscenza)
e mettere in difficoltà i revisionisti su differenti punti in cui la
realizzazione della loro linea di liquidazione urta contro degli
ostacoli?
E' chiaro che in questo settore, come negli altri, i marxisti-
leninisti devono mettere in pratica il principio enunciato da
Mao Tse-tung: « disprezzare il nemico sul piano strategico, te-
nerne il più gran conto sul piano tattico ». Certo, noi sappiamo
che i revisionisti sono ’tigri di carta’ e che saranno vinti inelut-
tabilmente, come tutti i reazionari. Ma essi sono nello stesso
tempo delle vere tigri, che non dobbiamo attaccare a casaccio
sotto pena di andare incontro a dei seri rovesci e di ritardare
la nostra vittoria finale.
E' perciò che dobbiamo guardarci dal suonare le fanfare (sal-
vo poi battezzare ‘audacia’ questa fanfaronata); dall'annunciare
a gran voce trionfi fittizi; dal fingere di riunire sotto la nostra
bandiera larghe masse di lavoratori quando siamo del tutto al-
l'inizio della costruzione del movimento marxista-leninista; dal
lanciare sconsideratamente grandi appelli, privi di senso, vuoti,
13
alla classe operaia; dal chiamare, dall'esterno, a delle azioni
che non siamo ancora in grado di mettere in opera e di dirigere.
Il nostro rigore in questo settore ci permetterà di colpire solo
con cognizione di causa, di condurre in porto i compiti che ci
fissiamo: esso ci permetterà di ottenere dei ‘successi nella
nostra lotta, di guadagnare il rispetto, poi la fiducia, di un nu-
mero sempre maggiore di lavoratori.
Il partito revisionista ha una linea generale e la applica in
tutto il paese lasciando apparire in ogni caso certi aspetti par-
ticolari della sua linea generale di tradimento; è al livello di
questi casi concreti che i marxisti-leninisti devono concentrare
i loro sforzi e strappare punto per punto la direzione al revisio-
nisti, mettendo in opera l'insieme di metodi di cui dispongono:
inchieste pazienti e serie che daranno loro, delle differenti si-
tuazioni locali o specifiche, una conoscenza superiore a quella
che ne hanno i revisionisti; una lotta interna prolungata alla
base delle organizzazioni revisioniste e delle organizzazioni di
massa da loro controllate; la presenza nei momenti importanti
della lotta di classe (scioperi, ecc.); un'agitazione sistematica
sui punti che essi dominano sufficientemente, sia dal punto di
Vista della conoscenza che da quello del radicamento organizza-
tivo. In questo modo, i marxisti-leninisti conquisteranno progres-
sivamente delle forti posizioni nelle masse, arriveranno a diri-
gere settori dapprima diversi e sparsi della lotta di classe, ar-
riveranno nella pratica a gradi dapprincipio inferiori di centra-
lizzazione e di direzione, interverranno su un fronte via via più
esteso, per abbracciare finalmente in modo centralizzato l'in-
sieme della lotta di classe ed estirpare dalle masse il revisioni
smo e le organizzazioni che lo sostengono.
Aggiungiamo dué importanti precisazioni, che saranno svilup-
pate ulteriormente nella nostra stampa.
In primo luogo, la debolezza fondamentale del PCF si mani-
festa, per la grande maggioranza dei suoi punti di applicazione,
laddove î militanti che essi arrivano a ingannare fanno parte
delle masse popolari e hanno interessi progressisti. E' l'aspet-
to essenziale, quello che teniamo presente per la definizione
della nostra tattica. Ma non dobbiamo trascurare che esistono
dei punti in cui il PCF. è forte, ivi compreso nella sua linea d'a-
zione alla base: quelli in cui la sua politica di tradimento si
appoggia su delle categorie reazionarie (aristocrazia operaia
comprata dall'impetialismo, quadri e tecnici superiori, capi-re-
parto di fabbrica, borghesia ‘intellettuale’...). In altre parole, non
neghiamo che il PCF'abbia davanti a sè un certo avvenire in
quanto Partito piccolo-borghese reazionario.
Secondariamente, e di conseguenza, la lotta interna non ha
senso che nelle organizzazioni revisioniste dove esistano alla
base importanti elementi popolari tratti in inganno. Inoltre, que-
sta lotta non può avere per fine di raddrizzare la direzione del
PCF, che è diventato un Partito completamente opportunista.
Questa lotta non è che la sollecitazione a lungo termine di un
processo di scissione prolungata, resa necessaria dal fatto che
non si è avuta nel nostro paese, in questo momento storico, una
rapida scissione di massa, come è accaduto în altre circostanze.
Spetta a noi, di conseguenza, mettere in opera una strategia
ed ùna tattica che, oltre alla linea di demarcazione tracciata tra
noi e i dirigenti revisionisti ci permetterà di tracciare progres-
sivamente una linea di demarcazione tra i dirigenti revisionisti e
larghe fazioni popolari da questi tuttora ingannate. La lotta in-
terna di cui si tratta non è una lotta di apparati ma una lotta
interna di massa, una strategia cosciente di scissione, larga-
mente combinatà con altri metodi di lotta.
Dobbiamo ora esaminare una questione che è della più grande
importanza sia teorica che pratica per la realizzazione dei nostri
compiti attuali.
14
Dobbiamo costruire delle organizzazioni veramente nuove, del-
le organizzazioni che siano in parte inedite, oggi (almeno nel
nostro paese), oppure dobbiamo tentare di rimettere in piedi
tali e quali, le organizzazioni comuniste nate dalla tempesta d'ot-
tobre e dalla grande guerra interimperialista, e degenerate in
seguito in organizzazioni revisioniste? Questa questione è di
grande importanza, e non è molto facile darne la ‘soluzione.
Certi compagni marxisti-leninisti pensano che in effetti la de-
generazione revisionista sia stata un accidente, una :brusca svol-
ta che adesso spetta a noi raddrizzare, in modo da ristabilire il
tipo di organizzazione che ‘esisteva prima della degenerazione,
il Partito Comunista del tempo della Rivoluzione d'Ottobre e
della Terza Internazionale. In modo conseguente, questi adottano
la terminologia adeguata a tale punto di vista: essi dicono che
dobbiamo assicurare la continuità del movimento comunista,
dicono ugualmente che noi dobbiamo ricostruire le organizza-
zioni comuniste distrutte dai revisionisti. Il primo punto, e cioè
che i marxisti-leninisti si assumano al momento attuale la con-
tinuità del movimento comunista è perfettamente giusto. Il se-
condo punto è più discutibile. Bisogna, in effetti, per darne
un apprezzamento corretto rispondere alla seguente - questione:
la teoria e la pratica marxista-leninista dell'organizzazione -sono
state trasformate e arricchite da una parte con l'esperienza del-
la comparsa del revisionismo moderno, del processo di restaura-
zione del capitalismo in certi paesi a dittatura del proletariato
e dall'altra, con l'esperienza di fronti uniti di un'ampiezza inedita,
di forme nuove. della democrazia del proletariato, in particolare
nella grande Rivoluzione Culturale Proletaria?
La comparsa e lo sviluppo rapido del revisionismo nei Partiti
Comunisti usciti dalla terza internazionale, presentano dei tratti
comuni che impediscono di ricondurli ad un semplice accidente,
e che ci impongono di ricercarne le cause profonde, al fine di
creare delle organizzazioni comuniste che non si prestino allo
sviluppo fulmineo di un opportunismo dello stesso tipo (fermo
restando che nuove forme di opportunismo e di revisionismo
— di cuì non possiamo prevedere i tratti particolari — appari.
ranno necessariamente), In un'impresa così immensa come la
creazione di organizzazioni proletarie di tipo nuovo in rottura con
l'opportunismo e il tradimento della Seconda Internazionale, era
inevitabile che esistessero difetti e debolezze: solo l'esperienza
della lotta di classe in un periodo molto lungo (decine e centi-
naia d'anni) può perfezionare ciascun aspetto della pratica e
della teoria dell'organizzazione, trasformarla in un sistema sem:
pre più agile, diversificato, adeguato a tutte le forme nuove
della lotta rivoluzionaria. Ci spetta ora il compito immane di
creare delle organizzazioni rivoluzionarie del tutto nuove, capaci
di' arricchirsi di anni di esperienza in questo campo, capaci di
guidare il popolo alla vittoria in una nuova congiuntura della
rivoluzione mondiale. Come potremo noi averne le forze se non
analizziamo attentamente l'esperienza passata così come le
condizioni presenti, se esitiamo a criticare e a riformare’ quegli
aspetti del passato che ci appaiono oggi come le debolezze del-
l'organizzazione comunista, e, in certa misura, le condizioni che
hanno reso possibile la sua degenerazione?
Le organizzazioni della Terza Internazionale, il Partito Comu-
nista Francese, sono stati delle vere organizzazioni comuniste;
organizzazioni che hanno permesso al proletariato e ai popoli
di differenti paesi, al proletariato e al popolo di Francia, di con-
durre lotte eroiche e di riportare numerose vittorie; organizza-
zioni autenticamente proletarie e fedeli al marxismo-leninismo;
organizzazioni che non sì possono paragonare ai partiti opportu-
nisti della Seconda Internazionale e ai partiti revisionisti 'mo-
derni. Non dobbiamo mai perdere di vista tutto questo e le no-
stre critiche non possono mettere sullo stesso: piano le aquile
e gli uccelli da cortile. Ma il principio che ci guida e che. met-
tiamo al di sopra di. tutto, è quello. di: ‘servire il popolo’ e noi
non dobbiamo temere di ‘analizzare i. difetti di organizzazioni
gloriose, se la nostra critica ci permette di progredire, di for-
giare.uno strumento ancor più efficace, arricchito dall'esperien-
za.passata e presente.
Attualmente .dobbiamo appunto tirare tutte le conseguenze
dall'esperienza di questi ultimi anni. Abbiamo visto interi partiti
comunisti adottare, sotto le direttive di Krusciov, una linea po-
litica revisionista, e. trasformarsi . progressivamente in partiti
socialdemocratici di tipo nuovo senza che questo tradimento. si
urtasse immediatamente con la ribellione della grande maggio-
ranza dei militanti e dei quadri (è il caso in particolare del-
la Francia).
Se prendiamo il caso del Partito Comunista Francese, dobbia-
mo rilevare quanto segue. La tradizione di disciplina comunista
e il senso dell'organizzazione fondata sull'ideologia proletaria
sono stati per un lungo periodo le caratteristiche di una parte
importante della classe operaia francese. L'attaccamento all'or-
ganizzazione e ai suoi principi è una buona cosa. Ma gli avveni-
menti hanno mostrato che se questo attaccamento è meccanico
e non dialettico può rapidamente trasformarsi in una cosa no-
civa, e frenare il movimento rivoluzionario. Tenersi fermamente
ai principi d'organizzazione è un atteggiamento giusto se si su-
bordina la fermezza organizzativa a una linea politica corretta,
cioè, in ultima istanza, agli interessi del popolo. Ma un comu-
nista:che non. arriva a legarsi sufficientemente: alle masse, che
non studia liberamente e coscienziosamente l'insieme dei pro-
hlemi..posti dalla lotta rivoluzionaria, che non esercita ad ogni
momento il suo spirito critico, rischia di abbandonarsi passiva-
mente al seguito dei quadri e della direzione, di fare del partito
un fine. in.sè, di cadere nel feticismo dell'organizzazione (dello
stesso .tipo di quello esaltato dal più alto fra i dirigenti che, in
Cina, pur facendo parte del Partito, prendono la via capitalisti-
ca): Finchè la Direzione segue una giusta linea, egli stesso avrà
una posizione comunista, ma se la direzione tradisce e passa. al
revisionismo, anch'egli seguirà ciecamente e diverrà un revi-
sionista. tanto accanito quanto è stato un fermo comunista. Ciò
non ha nulla di gratuito: quanti comunisti francesi sono dive-
nuti in tal modo dei revisionisti e dei seguaci disciplinati della
cricca .Waldeck-Rochet!
Da parte nostra dobbiamo tenere nel più gran conto il fatto
che la degenerazione revisionista del PCF è stata grandemente
favorita dal fatto che già dal tempo in cui il PCF era comuni-
sta, l'unità e la disciplina del partito erano consolidate non sol-
tanto dallo spirito rivoluzionario, dalla lotta ideologica, dal lavoro
teorico e dai legami con le masse, ma, in gran parte, anche
(e a volte soprattutto) dallo spirito di sottomissione e dalla
volontà di numerosi militanti di essere i docili strumenti del
Partito.
Prendere coscienza è indispensabile se vogliamo, noi comuni-
sti dell'epoca della Rivoluzione Culturale, creare delle organiz-
zazioni in cuì ogni militante sia incitato ad applicare senza ti-
more la linea di massa, in cui egli metta un pensiero vitale al
servizio del popolo, in cui si ponga sempre la questione del
perchè e sia in grado di rispondervi, in cui possa mettere l'or-
ganizzazione al servizio della politica e non viceversa.
Perciò dobbiamo trarre le lezioni dall'esperienza passata e
costruire uno strumento che sia ancora più adeguato ai nostri
compiti rivoluzionari: dobbiamo esaminare seriamente se la de-
generazione revisionista della maggior parte dei partiti comuni-
sti della Terza Internazionale abbia avuto come radice non sol-
tanto delle condizioni oggettive (corruzione dell'aristocrazia ope-
raia.da parte -dell'imperialismo,. ecc...) e dei tradimenti soggetti-
vi di dirigenti, ma anche delle insufficienze nella pratica. marxi-
sta-leninista dell'organizzazione (e. di. conseguenza-nella teoriz-
zazione di questa pratica), dovute all'assenza di ‘esperienza su
certe questioni, al carattere nuovo di alcuni dei problemi ‘da: ri-
solvere, alla difficoltà di trovare concretamente. le giuste forme
di applicazione di una linea generale, organizzativa. nondimeno
perfettamente corretta, in particolare su questioni comé l'unione
concreta della teoria e della pratica nell'organizzazione, la di-
visione del lavoro e la costruzione dell'unità di pensiero, la rea-
lizzazione effettiva del centralismo: democratico, la combinazione
della centralizzazione e della decentralizzazione, la fusione degli
intellettuali con. le masse. lavoratrici, ecc...
Si deve criticare per progredire, ma la nostra critica deve es-
sere una critica: scientifica, non una critica soggettivistica. Ciò
suppone che ,noi misuriamo rigorosamente l'impassé: prodotto
sulle organizzazioni comuniste dell'epoca precedente da. certe
caratteristiche congiunturali, politiche, ideologiche ‘e teoriche,
della lotta di classe che ha. costituito il terreno: per la. nascita
e lo sviluppo di queste organizzazioni.
Così, sappiamo che lo sviluppo della lotta di classe ‘in Unione
Sovietica,. l'imbrigliamento del. tutto specifico in questo paese,
delle tappe democratiche e socialiste della Rivoluzione; le. diffi-
coltà, e alcune sconfitte, dell'alleanza tra. la classe ‘operaia e i
contadini, non hanno permesso che fosse sempre realizzata una
linea di massa nei rapporti del partito comunista col. popolo.
Sappiamo che l'alleanza tra. la classe-operaia russa: e- i conta-
dini russi è stata talvolta rotta in. circostanze tragiche, che i
kulaki sono arrivati, durante la N.E.P., a prendere. la direzione
della maggior parte dei contadini e a-trascinarli in una lotta
economica, ideologica, e politica contro. il potere dei Soviet e
contro il. Partito Comunista. Sappiamo che -nel :1929 le città bol-
sceviche si sono trovate accerchiate e minacciate con. la care-
stia da parte delle campagne reazionarie. Sappiamo che la col-
lettivizzazione: è. stata: una breve offensiva imposta dalla neces-
sità di neutralizzare la contro-offensiva kulak e: non, come in
Cina, un lungo processo che ha trascinato la maggioranza ef-
fettiva dei contadini in fasi successive (squadre di aiuto reci-
proco, cooperative di tipo inferiore, cooperative di tipo superio-
re, comuni popolari...). Che in URSS il centralismo democratico
non.abbia saputo sempre essere esercitato nei rapporti tra. il
partito e il popolo doveva necessariamente comportare un'ap-
plicazione unilaterale del centralismo democratico all'interno
del Partito. i
Così, malgrado gli sforzi sublimi di Lenin e di Stalin, lo svi-
luppo oggettivo della lotta di classe in quelle condizioni ha. pro-
dotto delle conseguenze negative nel popolo, nel Partito e nello
Stato. Sappiamo che queste conseguenze sono state in seguito
aggravate da certi errori teorici, pratici e ideologici di Stalin,
errori secondari in rapporto al peso delle determinazioni ogget-
tive dello sviluppo della lotta di classe, ma che devono tutta-
via essere attentamente analizzati, e non soltanto ridotti a una
formula, negli apprezzamenti dei marxisti-leninisti di oggi. Dob-
biamo riguardo a ciò ispirarci alle analisi perfettamente rigorose
apparse nell'opuscolo « Sulla questione di Stalin» (vedi in Ita-
lia « La questione di Stalin », Quaderni Ed. Oriente n. 5, 1963).
E' chiaro che questi fatti hanno avuto delle conseguenze im-
portanti sulla teoria e la pratica dell'organizzazione in Unione
Sovietica e, attraverso ciò, sull'insieme dei Partiti Comunisti del-
la Terza Internazionale, essendo scontata l'influenza decisiva
esercitata su questi dal Partito Comunista sovietico.
Se per analizzare l'apparizione su grande scala del revisioni-
smo moderno, ci diamo a questo lavoro paziente di investiga-
15
zione, di esplorazione del terreno sul quale si è sviluppato, è
‘chiaro che non potremo considerare la degenerazione revisio-
nista come una semplice peripezia alla quale bisogna ora met-
tere fine. Dovremo invece determinare in che cosa le condizio-
ni concrete che hanno pesato sulla teoria e la pratica dell'orga-
nizzazione all'epoca della Terza Internazionale sono cambiate
nella nostra epoca.
Ora, precisamente, la pratica della rivoluzione cinese ha
portato a una nuova fase lo sviluppo della politica di fronte
unito, il centralismo democratico tra il Partito e il Popolo, il cen-
tralismo democratico nelle organizzazioni del Partito. Questa
esperienza è stata sistematizzata dal pensiero di Mao Tse-tung,
leninismo della nostra epoca. Gli sviluppi della teoria marxista-
leninista dell'organizzazione prodotti da Mao Tse-tung fanno or-
mai parte dei principi fondamentali del marxismo-leninismo nel
settore dell'organizzazione, principi che a noi spetta mettere in
opera nell'edificazione del Partito Comunista dell'epoca della
Rivoluzione Culturale.
Su questa base possiamo e dobbiamo accingerci a una cri-
tica radicale di tutto ciò che ha preparato il terreno alla dege-
nerazione revisionista delle organizzazioni comuniste dell'epo-
ca della Terza Internazionale, siano stati essi motivi oggettivi o
soggettivi, e sforzarci su questa base di edificare delle orga-
nizzazioni in cui il terreno che ha reso possibile la comparsa di
quel tipo di revisionismo sia eliminato.
Se tale è il giusto modo di procedere, il nostro compito non
può essere ricondotto semplicemente alla ‘ricostruzione’ dei par-
titi degenerati. Si tratta di costruire delle organizzazioni comuni-
ste che presenteranno alcune caratteristiche nuove e che com-
bineranno l'insegnamento fondamentale di Lenin e i principi mar-
xisti-leninisti di organizzazione (che costituiscono un tesoro teo-
rico definitivamente acquisito al marxismo-leninismo e che il
rinnegamento dei revisionisti non saprebbe intaccare) con le
lezioni recenti della lotta di classe. In questo senso è giusto
dire che la fedeltà all'insegnamento di Lenin consiste oggi nel-
l'adoperarsi all'edificazione di organizzazioni comuniste dell'e-
poca della Rivoluzione Culturale.
Infatti, molto spesso ci rendiamo conto che l'esperienza ac-
cumulata oggi, e sistematizzata specialmente dal pensiero di
Mao Tse-tung, ci permette semplicemente (ma ciò è decisivo)
di scegliere meglio i mezzi concreti per mandare ad effetto certe
tesi fondamentali di Marx e di Lenin, la cui realizzazione ha pre-
sentato nello sviluppo reale alcuni ostacoli. E' per questo che
il nostro lavoro di edificazione è inseparabile da un ritorno alla
teoria marxista-leninista, alle analisi dei fondatori del socialismo
scientifico di cui siamo in grado, attualmente, di cogliere meglio
la giustezza, la ricchezza e il senso. Non è del tutto parados-
sale dire che la Rivoluzione Culturale ci dà la possibilità di
leggere e di comprendere Lenin come mai avremmo potuto
leggerlo e comprenderlo se essa non si fosse verificata.
Nello stesso modo, la conseguenza di certi errori teorici
e pratici commessi nella storia del movimento comunista ci
permettono di cogliere l'importanza e il significato concreto
di certe tesi di Lenin meglio di quanto non l'avremmo fatto
se quegli errori non fossero mai stati commessi. Così la sot-
tovalutazione da parte del Partito Comunista Francese (an-
che prima della sua degenerazione) del lavoro teorico, della
importanza della ricerca scientifica marxista come degli impe-
gni di formazione teorica, ha lasciato i militanti relativamen-
te disarmati di fronte agli assalti dell'ideologia borghese e re-
visionista (malgrado la forza dell'ideologia proletaria, che ha
costituito uno degli aspetti più positivi del PCF). Ma tale
esperienza rafforza la tesi leninista: «senza teoria rivoluzio-
naria, niente movimento rivoluzionario ».
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Ugualmente, il feticismo dell'organizzazione professato dal
più alto fra i responsabili che, sebbene del partito, prendono
la via capitalista, ha seminato la confusione in una parte del
PCG di fronte all'offensiva scissionista del revisionismo mo-
derno, dando così un'accresciuta importanza alla tesi lenini-
sta secondo la quale i problemi di organizzazione sono subor-
dinati al problema della linea politica, e l'unità di organizzazio-
ne passa attraverso il mantenimento dei principi teorici
marxisti-leninisti, la giusta linea e lo stretto legame dell'avan-
guardia con le masse.
La continuità reale del marxismo rivoluzionario non può
risolversi in una pura e semplice ripetizione. Ciò è vero nel
settore dell'organizzazione come in tutti gli altri.
Il compagno Lin Piao ha indicato:
"Il pensiero di Mao Tse-tung è il marxismo-leninismo del-
l'epoca in cui l'imperialismo va verso il suo totale affossa-
mento e in cui il socialismo marcia verso la vittoria nel mon-
do intero. Esso è un'arma ideologica potente contro l'impe-
rialismo, e contro il revisionismo e il dogmatismo".
Armati del pensiero di Mao Tse-tung i popoli sono invinci-
bili Oseremo noi marxisti-leninisti francesi, servirci di que-
st'arma senza timore, senza restrizione alcuna, nel settore del-
l'organizzazione come in tutti gli altri?
Da questo momento la lotta per la creazione del Partito
Marxista-Leninista è l'asse di tutto il lavoro dell'UJC (m34).
Ma lottare per la creazione del Partito, non può essere nien-
t'altro che lottare per la realizzazione di tutte le condizioni
che rendono possibile questa creazione. E' in questo modo
che dobbiamo comprendere l'unità del nostro sistema d'azio-
ne: occorre che portiamo a termine i compiti specifici della
fase attuale (che è quella del radicamento del movimento
marxista-leninista nelle masse) preparando contemporaneamen-
te il passaggio alla fase successiva (l'unificazione del movi-
mento e la nascita del Partito).
In primo luogo, il rafforzamento dell'UJC (m-1) e della sua
propria organizzazione costituisce per noi, da oggi, un contri-
buto importante all'edificazione del Partito, di cui la nostra
Unione sarà necessariamente un elemento costitutivo. Abbiamo
conquistato, nel corso della nostra lotta interna, .la maggio-
ranza reale degli studenti comunisti dell'UEC, in dissoluzione.
Abbiamo dimostrato, nel proseguimento del nostro lavoro e in
particolare nell'azione di massa contro l'imperialismo america-
no, che noi dirigiamo effettivamente la lotta degli studenti pro-
gressisti. Ma non possiamo ignorare che ci resta ancora molto
da fare per trascinare le masse degli studenti ne'la nostra
lotta; per rafforzare le nostre organizzazioni e le nostre forme
d'azione nelle Università; per consolidare il movimento an-
timperialista sviluppando il suo contenuto popolare; infine, e
soprattutto, per legare effettivamente la lotta degli studenti
a quella dei lavoratori e trascinare un numero sempre maggio-
re di studenti in sostegno degli scioperi e dei movimenti ri-
vendicativi. | nostri compiti di agitazione e di propaganda so-
no immensi in questo settore e la nostra stampa non li copre
ancora che parzialmente e in modo imperfetto, sebbene sia-
no già stati raggiunti netti progressi (in particolare dalle cel-
lule più avanzate dell'Union Jeunesse Communiste (m-1) nel-
la provincia). Rafforzare l'UJF (m-1) significa ugualmente assi-
curare il suo radicamento fra i giovani lavoratori, e gettare
le basi dell'unità organica della gioventù comunista, unità che
i revisionisti hanno saccheggiato (con la creazione dell'UEG;
la separazione sistematica tra studenti e giovani intellettuali
da una parte, giovani operai e contadini dall'altra). L'esperien-
za mostra la difficoltà di questo compito, di cui facciamo uno
degli obiettivi fondamentali della nostra Unione.
Legarci sempre più agli studenti e ai giovani, sviluppare
in questi settori del popolo delle organizzazioni potenti, capaci
di rendervi operative la linea di massa e di dirigervi le lotte,
questo è il nostro primo impegno. Per fare correttamente
il nostro lavoro, dobbiamo fin da ora intessere legami con tut-
to il popolo e in primo luogo con la classe operaia. Non sì
tratta per noi, nella fase attuale del nostro sviluppo, di dirige-
re direttamente lotte operaie e contadine. Ma possiamo già
mettere al servizio del popolo i mezzi di cui disponiamo, met-
terci alla scuola delle masse, e studiare direttamente presso
di loro l’esperienza delle loro lotte. La nostra stampa riserva
un largo spazio alle inchieste effettuate dai militanti dell’Unione
e dalle cellule locali presso gli operai e i lavoratori, in occa-
sione di scioperi, di lotte rivendicative, di azioni diverse. Que-
sto lavoro di studio e di propaganda, unito alle forme concrete
di solidarietà che la nostra Unione sviluppa alla base, lega pro-
gressivamente alcuni dei nostri militanti e dei nostri organi-
smi a elementi avanzati del popolo lavoratore. Questi punti
di contatto e di iniziale radicamento sono infinitamente pre-
ziosi: la nostra organizzazione non è per noi fine a se stessa;
essa non ha valore se non in quanto arriva a dare un con-
tenuto concreto al principio che la anima: ‘servire il popolo’.
Rendere rigorosamente conto nella nostra stampa locale e
nazionale delle lotte popolari di cui abbiamo potuto studiare
il contenuto, mettere i nostri organi al servizio della viva espe-
rienza degli operai e degli altri lavoratori per gettare le basi
di una sistemazione di questa esperienza e, da questo momen-
to, farla largamente conoscere, tali sono i fini che ci assegnamo.
Per ciò che riguarda lotte economiche di classe e azioni ri-
vendicative, il nostro lavoro di collegamento con le masse non
è che all'inizio. Ma si tratta di un settore in cui i militanti
dell'UJC (m-1) dirigono direttamente azioni popolari e la lotta
contro l'imperialismo yankee. Le nostre organizzazioni hanno
acquisito e sviluppano un'esperienza preziosa della linea di
massa nel giusto appoggio al popolo vietnamita. L'attività dei
Comitati Vietnam di base, in cui lavorano i militanti dell'Unio-
ne, la loro rigorosa posizione politica di appoggio dei quattro
e cinque punti, la parola d'ordine principale ‘FLN vincerà’, lo
stile di lavoro che essi hanno sviluppato, hanno permesso a
questi comitati di dare impulso ad azioni potenti, guadagnando
un importante numero di elementi intermedi e isolando i re-
visionisti, complici diretti dell'aggressore yankee. Il movimen-
to del 21 febbraio, il meeting del 10 marzo, le numerose azio-
ni locali condotte alla base in tutti gli ambienti (manifesta-
zioni di piazza, affissioni, vendite militanti del ’Corriere del
Vietnam’) hanno dimostrato l'esistenza di un efficace movi-
mento di sostegno reale alla giusta lotta del popolo vietna-
mita. Sviluppare questo movimento su delle giuste basi, ac-
centuando senza sosta il suo carattere di massa, sviluppando
Il suo contenuto popolare, è non solo un sacro dovere di in-
ternazionalismo proletario ma anche un contributo importan-
te all'edificazione di organizzazioni rivoluzionarie legate alle
masse nel nostro stesso paese. Essere capaci di dirigere il
movimento senza settarismo, di riunire il maggior numero
possibile di elementi intermedi, pur escludendo radicalmente i
revisionisti, complici dell'imperialismo americano, è, per i mar-
xisti-leninisti, una vera pietra di paragone della corretta assi-
milazione del pensiero di Mao Tse-tung.
Dobbiamo infine tener presente (ma è già una tradizione della
nostra organizzazione) il ruolo essenziale in questa fase di radi-
camento del movimento marxista-leninista nelle masse, dal la-
voro di formazione teorica ed ideologica di propaganda del co-
munismo scientifico, di diffusione dei principi fondamentali del
materialismo storico e del materialismo dialettico. Possediamo
una certa esperienza in questo campo ma è ancora insufficiente
soprattutto per quanto riguarda le forme popolari della forma-
zione marxista-leninista. E' necessario perfezionare considerevol-
mente i nostri strumenti ideologici in modo da poter diffondere
(come i nostri gloriosi fratelli di combattimento, le Guardie Ros-
se) in diversi strati del popolo i principi del pensiero corretto
di Mao Tse-tung, il marxismo-leninismo.
I QUATTRO METODI DEI MARXISTI-LENINISTI
Questi sono i quattro metodi principali di cui disponiamo
per fare il nostro lavoro nella fase attuale di radicamento nel-
le masse, di diffusione, di concentrazioni parziali, di direzioni
frammentarie, locali o specifiche, di direzione generale su un
fronte particolare (l'azione antimperialista).
Ma dobbiamo anche cominciare, fin da questo momento, a
gettare le basi della fase ulteriore di sviluppo del movimento,
cioè lavorare a forgiare l'unità di pensiero e di azione dei
marxisti-leninisti (cosa che comporterà necessariamente un
tempo lungo), a confrontare le esperienze, a porre alle mas-
se le questioni fondamentali, teoriche e pratiche, del movi-
mento: l'analisi della natura e dislocazione delle forze di clas-
se in Francia, i problemi strategici e tattici posti dalla lotta
dei marxisti-leninisti, la questione del programma, le tappe del-
l'edificazione del Partito, il momento e le forme della sua crea-
zione, ecc.
Uno dei mezzi principali di questo processo di unificazione
ideologica (pregiudiziale per l'unificazione organizzativa) è,
sulla base dell'esperienza e di un lavoro teorico prolungato, lo
sviluppo organizzato di una lotta ideologica intensa sia all'inter-
no del movimento che contro i suoi nemici, basato sull'insieme
dell'esperienza accumulata dalle diverse componenti del mo-
vimento e su tutti i problemi teorici e pratici che pongono
la realizzazione e l'applicazione della sua linea politica. Una
tale lotta ideologica, indispensabile nel periodo che prepara
la creazione del Partito, non ha, beninteso, niente a che ve-
dere con delle dispute fra persone o organizzazioni, che inde-
boliscono il movimento. Una simile lotta dev'essere regolata dal
principio unità-critica-unità; condotta correttamente, essa deve
permettere un salto qualitativo e un rafforzamento considere-
vole del movimento nel suo insieme, e dare così un conte-
nuto reale alla creazione del Partito marxista-leninista.
Analizzeremo prossimamente in modo approfondito i me-
todi concreti di lavoro che l'UJC (m-1) intende sviluppare in
questo senso. Dovremo soffermarci in particolare sul ruolo
decisivo assegnato da Lenin al lavoro teorico, nella tappa de-
cisiva che precede la creazione di un vero centro unificatore.
Dovremo esaminare il ruolo, in questa fase, di una rivista teo-
rica, di una stampa ad alto livello ideologico. Studieremo accu-
ratamente il concetto leninista della stampa come ‘organiz-
zazione collettiva’, in modo da rilevarne l'insegnamento per la
nostra stessa pratica.
Lottare per la creazione del Partito Marxista-Leninista, edifi-
care nella realtà questo Partito, significa lavorare concreta-
mente per mettere i militanti d'avanguardia al servizio del popo-
lo, significa legare nella pratica il movimento marxista-leninista
alle masse. Questo è il principio che guida l’azione dell'UJC
(m-1) nella questione dell'organizzazione come in tutte le altre.
17
VIA SOCIALISTA O VIA CAPITALISTA?
L'importante articolo che riproduciamo in queste pagine
è stato scritto dalle redazioni di Hongqgi e di Renmin Ribao
ed è stato ripubblicato da Pekin Information (n. 34, 1967)
La Cina d'oggi è il punto nodale delle contraddizioni del mondo
ed il centro della tempesta rivoluzionaria mondiale.
Dove va la Cina? Si incammina per la via socialista o per
la via capitalista? Si tratta di una questione che non solo è
fondamentale per la politica cinese, ma tocca le sorti della rivo-
luzione proletaria mondiale.
Su questa questione fondamentale, da molti decenni, ad ogni
tappa storica dello sviluppo della rivoluzione cinese ed in ogni
momento critico che segna una svolta nel suo sviluppo, si
manifestano nel seno del Partito Comunista Cinese due linee
diametralmente opposte, aspramente in lotta fra loro.
; Una linea afferma che la rivoluzione cinese deve necessaria-
( mente svilupparsi sotto la direzione del proletariato, entrare nella
tappa della rivoluzione socialista passando per lo stadio della
tivoluzione di nuova demiderazia ved’essere Condotta sino in
fondo sotto la dittatura del proletariato per realizzare infine il
| comunismo. E' questa la linea rivoluzionaria proletaria incarnata
\cala nostra grande guida,..il presidente-Mao.
L'altra linea si propone di sopprimere il diritto di direzione
del proletariato sulla rivoluzione cinese, praticare il riformismo
borghese e, nella tappa del socialismo, opporsi alla rivoluzione
socialista ed alla dittatura del proletariato imboccando la via
capitalista, cioè a dire riconducendo la Cina sulla via tenebrosa
del regime semicoloniale e semifeudale. Si tratta della linea
reazionaria borghese, costantemente perseguita da Tchen Tou-
Sioeu, Kiu Tsieou-pai, Li Li-san, Wang Ming, Tchang Kuo-tao, per
finire col più alto dei responsabili del Partito che ha imboccato
la via capitalista, rappresentante quest'ultimo il più tipico di
tale sorta di linea reazionaria.
Queste due linee diametralmente opposte decidono di due
futuri e di due destini della rivoluzione cinese completamente
avversi. E' nel corso della lotta fra queste due linee che la ri-
voluzione cinese, sotto la direzione della nostra prestigiosa
guida, il presidente Mao, progredisce vittoriosamente superando
i vari scogli che le si presentano.
I] significato essenziale di questa lotta è la questione di sa-
fa qi ‘questione di. 50]
La nostra grande guida, il presidente Mao, ci insegna: nel
corso della tappa della rivoluzione democratica, il punto essen-
ziale del programma del Partito comunista cinese è la ditta-
tura esercitata in comune dalle classi rivoluzionarie sotto la di-
rezione del proletariato; nel corso della tappa della rivoluzione
socialista, il punto essenziale del programma del Partito co-
munista cinese è la dittatura del proletariato nella forma della
dittatura di democrazia popolare.
Nella sua grande opera «La nuova democrazia » il presi
dente Mao ha posto fin dall'inizio l'interrogativo: Dove va la
Cina? In questa brillante opera marxista-leninista, egli ha sin-
tetizzato in maniera completa, profonda e sistematica l'espe-
rienza storica della rivoluzione cinese e della rivoluzione mondia-
le, costruendo su basi scientifiche il programma della rivoluzio-
ne di nuova democrazia sui piani politico, economico e culturale
e tracciando in maniera conseguente la via da seguire nel pas-
18
saggio dalla rivoluzione di nuova democrazia alla rivoluzione so-
cialista. In tali termini egli ha indicato tale passaggio: « La prima
€ fase e tappa di tale rivoluzione non è, nè può essere in alcun
modo l'edificazione di una società capitalista sotto la direzione
della borghesia cinese, ma deve invece completarsi con la edi-
ficazione di una società di nuova democrazia sotto la dittatura
(congiunta di tutte le classi rivoluzionarie cinesi con alla testa
\il proletariato della Cina; solamente in seguito la rivoluzione pro-
gredirà verso la seconda fase — la fase dell'edificazione in
Cina della società socialista ».
Il presidente Mao ha in tal modo categoricamente respinto le
asserzioni assurde e reazionarie di coloro che aspiravano ad
instaurare in Cina la dittatura della borghesia. Egli ha indicato
in maniera netta: tenendo conto delle condizioni esterne. ed
interne della Cina, chiunque sogna di edificare una società ca-
pitalista posta sotto la dittatura della borghesia cinese andrà
in fin dei conti a gettarsi nelle braccia degli imperialisti; tal-
chè la Cina tornerà ad essere una colonia e una semicolonia ed
andrà a far parte del mondo reazionario sotto la influenza degli
imperialisti. Ad essere combattuto senza tregua dal presidente
Mao era non soltanto Wang Ming, un opportunista di destra tri-
stemente noto da lungo tempo, ma anche il più alto responsa-
bile nel seno del Partito che ha imboccato la via capitalista, il
quale in questo periodo è stato smascherato.
Quest'ultimo è un vecchio opportunista, un revisionista ed un
rappresentante della borghesia infiltrato nel nostro partito.
Egli infatti, già all'inizio degli anni venti, cantava sulla stessa
aria del traditore Tchen Tou-sieou, attaccando perfidamente i ri-
voluzionari proletari col pretendere a proposito della presa del
potere che «non può naturalmente essere subito realizzata,
considerando la attuale situazione cinese, da un proletariato così
giovane. Poichè si tratta di qualcosa che si produrrà in un av-
venire assai lontano, è inutile sprecare molte parole per discu-
tere » (« Critica del lavoro passato e piano per il lavoro futuro
del club », 20 agosto 1923).
Poco dopo il colpo di Stato controrivoluzionario sferrato da
Tchiang Kai-chek il 12 aprile 1927, il responsabile in questione,
seguendo direttamente le orme del rinnegato Tchen Tou-sieou,
a Wuhan, ordinò alle squadre operaie di consegnare al Koumin-
tang parecchie migliaia di fucili. Quel che è peggio poi, andò
personalmente ad una riunione convocata dal Dipartimento Ope-
raio del Comitato centrale del Koumintang per farvi un rendi
conto sul “significato dello scioglimento spontaneo delle squadre
operaie operato dalla Federazione generale dei Sindacati e sullo
svolgimento di tali avvenimenti” (« Minkouo Jibao » di Han-
keou, 5 luglio 1927).
Dopo la pubblicazione della « Nuova Democrazia » del presi-
dente Mao, manifestando ancora i suoi reali propositi, egli
attaccò direttamente il presidente Mao, al punto che, prendendo
in contropiede il suo articolo, si lanciò in pazzesche controffen-
sive, giungendo al punto di profondersi in elogi all'indirizzo di
Tchiang Kai-chek, che secondo lui era la “bandiera della rivolu-
zione”. E così continuava: “Io ritengo che la rivoluzione cinese
può svilupparsi sotto la bandiera dei Tre principi del popolo
del Kuomintang; perlomeno per ciò che concerne la fase della
rivoluzione democratica, i risultati si otterranno molto più facil-
mente che utilizzando un'altra bandiera” (« Problemi strategici
e tattici della rivoluzione cinese », 10 ottobre 1942). Soggiun-
geva poi perfidamente: “Perchè non dire che noi applichiamo i
Tre principi invece di tendere ostinatamente ad un altro scopo?”.
TS
In questo modo quel vecchio opportunista rivelava il suo vero
volto di traditore che combatte e vende la rivoluzione.
Dopo la nostra vittoria nella Guerra di Resistenza contro il
Giappone, utilizzando il suo valletto Tchiang Kai-chek, l'imperiali-
smo americano tentava di trasformare la Cina in una colonia
sottomessa alla dominazione dei soli Stati Uniti. In quel mo-
mento, il popolo cinese conduceva una lotta a morte contro
l'imperialismo, il feudalesimo ed il capitalismo burocratico. Era
una grande battaglia decisiva che riguardava due destini e due
futuri della Cina. AI proletariato si poneva, ed in forma ancora
più acuta, il problema del potere. Da tempo il presidente Mao
aveva attirato l'attenzione di tutto il Partito e del popolo del
paese ‘intiero su questo punto.
Nel suo famoso discorso intitolato La situazione della nostra
politica dopo la vittoria nella Guerra di Resistenza contro il Giap-
pone, egli dava queste indicazioni: “A questo punto, oggetto
della lotta sarà il tipo di Stato che dovrà” essere. edificato, Edi-
ficateuno Stato di nuova democrazia, aperto alle grandi masse
popolari ‘e posto ‘sotto la direzione del ‘proletariato, o un paese
‘semicoloniale e semifeudale sottomesso alla. di i grandi
proprietari fondiari e della grande borghesia? Vi sarà à per questo
una lotta assai complessa, che, nel momento attuale, riveste la
forma di una lotta tra Tchiang Kai-chek, che cerca di accaparrarsi
i frutti della vittoria della Guerra di Resistenza, e noi, che ci
opponiamo a tale sorta di usurpazione. Nel corso di questo pe-
riodo, non lottare fermamente e far regalo a Tchiang Kai-chek
dei frutti che debbono essere raccolti dal popolo, sarebbe op-
portunismo”. E continuava facendo così rilevare: “Tchiang Kai.
chek cerca in ogni momento di strappare al popolo la più piccola
fetta di potere, il minimo vantaggio conquistato. E noi, che
dobbiamo fare? La nostra politica consiste nel rispondergli pun-
to per punto e batterci per ogni pugno di terra... E nello stesso
modo che ora Tchiang Kai-chek affila le sue spade, anche noi
affiliamo le nostre”. |l rappresentante dell'opportunismo criticato
dal presidente Mao altri non è che il più alto responsabile nel
seno del Partito che ha imboccato la via capitalista. Quel vec-
chio opportunista, infatti, formulava ancora una volta in maniera
sistematica la sua linea di capitolazione nazionale e di classe,
che si opponeva alla rivoluzione e la tradiva proprio nel mo-
mento storico cruciale della grande e dicisiva lotta tra i due
destini ed i due futuri della Cina. Egli infatti predicava in questi
termini: “Le principali forme della lotta condotta nel quadro
della rivoluzione cinese sono divenute pacifiche e parlamentari;
si tratta di una lotta di massa legale e parlamentare”. In tal mo-
do egli domandava al nostro Partito di consegnare tutte le sue
truppe e le sue armi a Tchiang- Kai-chek per “trasformarle in
na armata nazionale e di difesa nazionale, in truppe di sicurezza
pubblica e forze d'autodifesa”, fino al punto di “sopprimere le
organizzazioni del Partito” nell'armata. Egli domandava così
al'nostro Partito “di cessare di dirigere e comandare direttamen-
te l'armata per fare in modo che essa possa essere posta sotto
il comando unificato del ministero della Difesa nazionale” (del
Kuomintang N.d.r. - « Rapporto sulla situazione attuale », 1 feb-
braio 1946). Lo scopo di tutte queste manovre era entrare nelle
buone grazie di Tchiang Kai-chek, per presentarsi a lui abbellito
da questi favori; fino al punto di arrivare a dire sfrontatamente:
bisogna “saper condurre una campagna elettorale perchè tutti
votino a vostro vantaggio”, “poichè siamo divenuti uno dei par-
titi di governo (si trattava dei partiti del governo del Koumin-
tang N.d.R.), noi non siamo più un partito d'opposizione, ma un
partito al potere e taluni debbono assumere elevate funzioni.
Siamo già stati funzionari del governo centrale nel 1927, ma
tutto è stato mandato gambe all'aria da quando la parte avversa
ha imboccato la via dell'azione armata; questa volta, la cosa
non avrà più a ripetersi” (« Rapporto sulla situazione attuale »,
1 febbraio 1946). Una tale affermazione rivela in maniera chia-
rissima le più segrete ambizioni di chi la faceva.
I socialisti di destra e i vecchi revisionisti Bernstein, Kautsky
e Gonsorti, traditori del proletariato, predicavano tutti la. via
parlamentare, opponendosi alla rivoluzione violenta, vendendo
gli interessi del proletariato e divenendo dei complici atti a
servire da ornamento al potere reazionario della borghesia. Il
più alto responsabile nel seno del Partito che ha imboccato Ta
Via capitalista è della stessa specie di quei signori! Se v'è
qualche differenza tra la loro posizione e la sua, essa consiste
nel fatto che egli voleva consegnare il potere e l'armata popo-
lare nel momento in cui in Cina il proletariato disponeva ‘ormai
di un esercito di oltre 1.200.000 uomini ed aveva stabilito il
potere popolare in una regione abitata da più di 130 milioni di
abitanti. Tal sorta di mostruoso tradimento e capitolazione sono
ancora più perfidi e disprezzabili!
ché ha
«frutti della vittoria*della Guerra di Resistenza.contro..il clan
i dirigenti ‘dei ‘“partiti comunisti” in. Francia ed in. Italia, come
Thorez, Togliatti e consorti, erano impegnati. a concludere. trat:
tative ‘politiche ‘con'là borghesia a scapito. dei frutti. della..vit-
foria conquistata dal popolo a"prezzo del suo sangue. Essi con-
segnarono valla borghesia-centinaia di migliaia di fucili — armi
der Droletariato rivolizionario — in cambio di posti di potere co-
me ‘quelli di “viceprimoministro” di uno Stato borghese e. di-
Venirono così dei criminali della Storia! In faccia a questa svolta
storica decisiva, il presidente Mao così ci parlava: “Bisogna
fare la sentinella a tutte le armi del popolo, anche se si tratta
di un solo fucile o di una sola cartuccia, mai consegnarle”.
(
“Non bisogna mai abbandonare alla leggera i diritti conquistati _
dal“popo opolo, ma occorre invece battersi per difenderlì
Lil Kuor intang] vuole battersi, noi l'annienteremo in maniera
definitiva”. Incoraggiato dall'intrepido eroismo del proletariato,
il presidente Mao, la nostra grande guida, teneva testa alla cor-
rente capitolazionista che si manifestava allora su scala interna-
zionale e spingeva a “consegnare i fucili”; egli invece osava
lottare e conquistare la vittoria, dando così un grande esempio
ai rivoluzionari proletari di tutto il mondo. E ciò ha dimostrato
l'infinita forza del pensiero sempre vittorioso di Mao Tsé-tung.
Proprio sotto la lungimirante direzione del presidente Mao il
nostro partito, il nostro popolo ed il nostro esercito, seguendo la
linea giusta e tenendo saldamente in mano il fucile, rovesciavano
tutti gli ostacoli avanzando trionfalmente sulla grande via della
rivoluzione o ottenendo infine la grande vittoria nella Guerra di
Liberazione popolare con la fondazione della Repubblica Popo-
lare Cinese. Ecco l'inesorabile verdetto pronunciato dalla Storia
contro il capitolazionismo nazionale e di classe del più elevato
responsabile nel seno del Partito impegnato nella via capitalista!
La fondazione della Repubblica Popolare Cinese determinava il
passaggio della storia del nostro paese ad una tappa nuova, cioè
a dire dalla tappa della rivoluzione di nuova democrazia a quella
della rivoluzione socialista. In quel momento, la lotta fra le due
linee aveva come punto nodale la questione di sapere se la
nuova Cina che stava nascendo avrebbe imboccato la via so-
cialista o la via capitalista. Tale lotta, in ultima analisi, si ridu-
ceva a questo: bisognava esercitare in Cina la dittatura del pro-
letariato o quella della borghesia?
Alla vigilia della vittoria su scala nazionale della rivoluzione di
nuova democrazia, il presidente Mao nella sua opera famosa
« Rapporto alla seconda sessione plenaria del Comitato centrale
19
‘Se esso|
eletto dal 7° congresso del Partito comunista. cinese » indicava
chiaramente: “Quando la rivoluzione ci
il ciare e il probfema agrario sarà
ina due “contraddizioni fondamentali. La prima,
raddizione tra la classe op
ria, della rivoluzione ‘democratica, popolare, il potere. srareoni della
repubblica popolare sotto la direzione della. classe, operaia non
dovrà ‘essere indebolito, ma al contrario rafforzato”.
In seguito ‘queste altre indicazioni erano date dal presidente
Mao nel suo discorso sulla linea generale del Partito nel corso
del periodo di transizione: “La fondazione della Repubblica Po-
polare Cinese, il 1° ottobre 1949, segnava fondamentalmente la
fine della rivoluzione di nuova democrazia e l’inizio della tappa
della rivoluzione socialista. La linea ed il compito generale del
partito nel corso di questo periodo di transizione consistono
nel realizzare gradualmente, nel corso di un periodo relativa-
mente lungo, l’industrializzazione socialista da un lato, e la tra-
sformazione socialista, ad opera dello Stato, dell'agricoltura, del-
l'artigianato e del commercio capitalisti dall'altra. Questa linea
generale è un faro che illumina il nostro lavoro in tutti i campi;
se noi ce ne allontaneremo nel nostro lavoro, commetteremo
degli errori di destra o ‘di sinistra'”.
All'atto di questa nuova importante svolta, il più elevato re-
sponsabile nel seno del Partito impegnato nella via capitalista
interveniva ancora una volta e, nella qualità di portavoce della
borghesia, controbatteva la linea rivoluzionaria proletaria del
presidente Mao. Infatti si adoperava in maniera febbrile a favore
dello sviluppo del capitalismo nelle città e nelle campagne, lan-
ciando la parola d'ordine di chiamare alla “lotta per la consolida-
zione del regime di nuova democrazia”. « Allocuzione al Comita-
to nazionale della Conferenza consultiva politica del Popolo ci-
nese », 4 novembre 1951) e diffondendo l'assurda teoria per cui
“in Cina non c'è affatto troppo capitalismo, ma anzi troppo poco”,
“bisogna sviluppare lo sfruttamento capitalista, perchè è fat-
tore di progresso” (citato in « Patriottismo o tradimento della
patria? ». Fino a dire che “più intenso è lo sfruttamento, più
grande è il merito”, e “tale merito storico è immortale” (« Allo-
cuzione al 1° congresso nazionale della gioventù », 12 maggio
1949)! Per la campagna, poi, egli preconizzava lo sviluppo e la
conservazione, per un lungo periodo, dell'economia dei contadini
ricchi. Dopo il completo fallimento del suo progetto di stabilire
una repubblica borghese, formulava ancora una linea reaziona-
ria tesa allo sviluppo del capitalismo ed alla costituzione, in
Cina, della dittatura della borghesia.
Il più alto responsabile in seno al Partito impegnato nella via
capitalista si opponeva con tutte le sue forze a che la Cina im-
boccasse la via socialista. E così diceva: “Non sarà che un pro-
blema di un lontano avvenire quello di prendere in Cina delle
misure socialiste molto serie” (« Allocuzione alla 1 sessione
della Conferenza consultiva politica del Popolo cinese », 21 set-
tembre 1949), affermando che sarebbero passati, prima, 20 o
addirittura 30 anni; certo la sua congettura per ciò che riguarda
il tempo necessario erano differenti, ma in ogni modo egli in-
tendeva cooperare con i capitalisti per molte decine di anni, rea-
lizzando prima l'industrializzazione e poi la nazionalizzazione del-
l'industria e la collettivizzazione dell'agricoltura. “Più tardi, una
volta realizzata l'industrializzazione, vi saranno più fabbriche e si
avranno perciò più prodotti; è in quel momento che si costruirà
il socialismo” (« Allocuzione al 1° congresso nazionale della gio-
ventù », 12 maggio 1949). In una parola, “quando, in futuro, la
Cina avrà una superproduzione industriale, sarà il momento di
iniziare la costruzione del socialismo” (« Interventi alle conver-
20
sazioni di industriali e commercianti », 25 aprile 1949). La. “su-
perproduzione industriale”! E' una caratteristica del capitalismo.
Ecco come rivelava in una sola parola la sua sfrenata ambizio-
ne di sviluppare il capitalismo! Di fatto questi processi, da lui
preconizzati, non hanno assolutamente nulla di nuovo; si tratta
della pacottiglia velenosa della “teoria delle forze produttive” di
Trotski, Bukharin, Rykov e altri vecchi revisionisti che Lenin e
Stalin avevano demolito fin dal primo periodo seguito alla fonda-
zione dello Stato sovietico. Egli negava in questo modo lo sti-
molo esercitato dalla dittatura del proletariato e dai rapporti
di produzione socialisti, estremamente avanzati, sullo sviluppo
delle forze produttive; negava in maniera radicale il fatto che
le masse operaie e contadine sono le creatrici delle ricchezze
della società e la vera forza motrice che fa progredire la Storia.
Egli non vede che i signori capitalisti e non pensa che a realiz.
zare, contando su di loro, dei “risultati immortali” edificando la
“patria secondo il suo ideale”!
E di che tipo è il socialismo di cui parla? Leggete questo
strano passaggio dei suoi scritti: “Ora, nella tappa della nuova
democrazia, voi capitalisti potete far valere pienamente la vo-
stra iniziativa e, in avvenire, quando si passerà al socialismo,
come fare? La volta scorsa ne ho parlato al signor Song Fei-king
(direttore della fabbrica di filatura e tessitura di lana ‘Tong-Ya'
di Tientsin, ostinato controrivoluzionario portato alle nuvole
dopo la liberazione dal più elevato responsabile del Partito im-
pegnato nella via capitalista e rifugiato poco dopo all'estero
N.d.R.). lo ho detto: ‘Ora Lei non dirige che una fabbrica; in
avvenire potrà dirigerne due, tre,... otto; quando il paese sarà
passato al socialismo, su ordine dello Stato, Lei gli consegnerà
le fabbriche, perchè altrimenti gliele toglierà. Se lo Stato non
ha danaro in quel momento, potrà emettere dei prestiti nazionali,
e poi affiderà ancora queste otto fabbriche alla Sua direzione,
Lei sarà sempre il direttore, ma direttore di una fabbrica statale.
Poichè si dimostrerà capace, lo Stato Le affiderà ancora altre
otto fabbriche, per un totale di sedici fabbriche. Il Suo salario
non diminuirà affatto, ma anzi al contrario aumenterà. Ma Lei
deve gestire bene queste fabbriche, Lei accetterà?’ Il signor
Song ha risposto: Naturalmente accetterò’. In futuro, noi con-
vocheremo una riunione per discutere il modo di passare al so-
cialismo, ed è certo che tutti parteciperanno alla riunione non
aggrottando le ciglia, ma sorridendo” (« Interventi agli incontri
di industriali e commercianti », 25 aprile 1949).
Quale inaspettata fortuna! Da un lato, questo capitalista vende
otto fabbriche allo Stato e dall'altra ne riceve sedici, e questo si
chiama ‘socialismo’! A questo punto i capitalisti potevano ben
dire, sorridendo: “Fino ad ora non sapevamo niente di ciò che
pensava il Partito comunista. Ora cominciamo a saperne qual-
cosa”. Ed a questo punto il più alto responsabile del Partito
impegnato nella via capitalista rispondeva loro con servilismo:
“lo vi farò conoscere ciò che pensa il Partito. Vi dirò ciò che
voi desiderate”. (« Allocuzione al 1° congresso nazionale della
gioventù », 12 maggio 1949). Che servilismo! Che premura! |
vecchi ed i nuovi revisionisti non predicano forse, gli uni e gli
altri, l'integrazione pacifica al socialismo”? Ne abbiamo qui un
esempio vivente. Sono loro ad essere veramente “integrati”
al capitalismo! Non ha questo agente n. 1 della borghesia “in-
tegrata” nel Partito rivelato completamente il suo volto odioso?
Allo scopo di ingannare il popolo, il più alto responsabile del
Partito impegnato nella via capitalista ha parlato iprocritamente
della dittatura del proletariato. Ma la dittatura proletaria di cui
parlava era una falsa dittatura proletaria ed una vera dittatura
borghese.
Animato da un odio implacabile per la classe operaia, egli così
si esprimeva: “Vi sono anche, fra la classe operaia, persone
sulle. quali non si può contare”. “Non bisogna credere che ba-
sandosi sulla classe operaia non si porrà alcun problema”. (« Di-
rettiva sul lavoro di Tientsin », 24 aprile 1949). In tal modo, egli
cancellava con un colpo di penna la lotta delle classi tra il pro-
letariato e la borghesia e la cui forma principale si manifesta
nella limitazione imposta dal proletariato alla borghesia e nella
resistenza di quest'ultima. A tale riguardo, egli così concionava
pubblicamente: “Per un periodo di 7 od 8 anni non bisognerà
imporre delle restrizioni, e ciò sarà nell'interesse dello Stato,
degli operai e della produzione” (« Interventi agli incontri di
operai e commercianti », 25 aprile 1949).
Altrove, senza vergogna dichiarava: “Dalle materie prime
ai mercati, il settore di Stato ed il settore privato dovranno
consultarsi a vicenda e assicurare assieme la distribuzione”;
“dato che vi è del danaro, che tutti possano guadagnarlo” (« In-
terventi etc.», cit.). Di più, egli esortava apertamente la
borghesia a “lottare” contro il proletariato, dicendo segnata-
mente: “E' necessario che voi lottiate contro gli operai, al-
trimenti le vostre fabbriche saranno mandate in rovina dalla lotta
degli operai ed allora non vi servirà a niente rimproverare il
Partito comunista di essere stato benevolo nei vostri confronti”
(« Interventi etc. » cit. s.). Come vedete, per lui lo Stato di dit-
tatura proletaria diretto dalla classe operaia deve opporsi non
alla borghesia, ma al proletariato. AI punto che dichiarava aper-
tamente: “AI momento attuale, non vogliamo la dittatura di una
classe, ma rappresentare tutto il popolo” (« Direttiva sul lavoro
di Tientsin », 24 aprile 1949). Non significa forse questo tradire
completamente la dittatura del proletariato?
La sua ‘era una furiosa opposizione alla trasformazione socia-
lista dell'agricoltura, che lo portava a sabotare la cooperazione
agricola. Calunniava così i contadini poveri, che furono i primi
a chiedere di organizzarsi, dicendo che essi erano “contadini
poveri che non potevano lavorare individualmente” semplice-
mente perchè avevano fatto fallimento («Istruzioni ad An Tse-
wen ed altri », 23 gennaio 1950); attaccava con calunnie la pro-
posta tesa a far passare le squadre agricole di aiuto reciproco
ad uno stadio superiore, quello delle cooperative agricole di pro-
duzione qualificandola “idea erronea, pericolosa ed utopistica
di socialismo agricolo” (« Note sul rapporto del Comitato pro-
vinciale del Partito dello Chansi: ‘Portare ad un livello più ele-
vato le organizzazioni di aiuto reciproco nelle vecchie regioni
liberate’ », 3 luglio 1951). Di concerto con un gruppo di elementi
opportunisti di destra, egli soppresse in massa le cooperative
agricole di produzione sciogliendone in totale 200.000, e ag-
giungendo per di più in maniera astiosa: “Cosa intendiamo per
lasciare andare le cose per il loro verso? Che coloro che as-
sumono la mano d'opera e lavorano individualmente agiscano
a modo loro, e sarà molto bene se si permetterà a tutti co-
storo di possedere tre cavalli ed un aratro. Coloro invece che
non vogliono permettere agli altri di assumere mano d'opera
e lavorare individualmente non devono agire come vogliono,
e nemmeno coloro che cercano di impedire agli altri di avere
tre cavalli” («Istruzioni ad An Tse-wen ed altri », 23 gennaio
1950). In tal modo, egli accordava ai contadini ricchi la libertà
di sviluppare il loro sistema di sfruttamento, ma non lasciava
invece ai contadini poveri ed allo strato inferiore di quelli
medi alcuna libertà di organizzarsi per aiutarsi reciprocamente
e cooperare. Egli era animato dalla vana ambizione di trasfor-
mare le vaste regioni rurali in paradiso per i contadini ricchi,
in modo da costituire una posizione dalla quale la borghesia
potesse resistere al proletariato.
Il potere è da sempre uno strumento per mezzo del quale
una classe ne opprime un'altra. Se, invece di sviluppare il
socialismo, il potere politico della nuova Cina che stava na-
scendo, avesse sviluppato il capitalismo ed in luogo di porre
dei limiti alla borghesia ed ai contadini ricchi avesse invece
limitato il proletariato ed i contadini poveri, e ancora invece
di combattere la borghesia avesse ‘combattuto’ il proletariato,
avrebbe completamente rinunciato alla sua fondamentale fun.
zione, che consiste nel reprimere la resistenza della borghesia
e difendere la rivoluzione e l'edificazione socialista. Se ciò
fosse accaduto, la natura del potere della nuova Cina non sa-
rebbe fondamentalmente stata un'altra? Il presidente Mao ha
giustamente osservato: “Quale sarebbe la situazione se il nostro
paese non avesse instaurato l'economia socialista? Sarebbe di-
venuto un paese simile alla lugoslavia, in realtà uno Stato -bor-
ghese. La dittatura del proletariato si trasformerebbe in dittatura
della borghesia, e sarebbe una dittatura reazionaria, fascista.
E' una questione che richiama la più grande vigilanza, ed io spero
che i compagni vi rifletteranno seriamente”.
Dopo il completamento, nelle sue parti essenziali, della tra-
sformazione socialista della proprietà dei mezzi di produzione,
esistono ancora le classi e la lotta delle classi nella società so-
cialista? Bisogna perseverare nella dittatura del proletariato e
condurre fino in fondo la rivoluzione socialista, o liquidare la
dittatura del proletariato ed aprire la via alla restaurazione del
capitalismo? Si trattava di un problema teorico e pratico di
massima importanza, che non era stato risolto nella storia
del movimento comunista internazionale.
Fu in quest'altro momento cruciale di svolta storica che la
nostra grande guida, il presidente Mao, pubblicava « Sulla
giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo », « In-
tervento alla conferenza nazionale del Partito comunista cinese
sul lavoro di propaganda » ed altre opere. Questi documenti
geniali che fanno epoca, fanno il bilancio dell'esperienza storica
della dittatura del proletariato sul piano internazionale e, per
la prima volta nella storia dello sviluppo del marxismo, forni-
scono in maniera scientifica, sistematica ed approfondita, una
esposizione probante sulle contraddizioni, le classi e la lotta
delle classi nella società socialista. Si trattava di un punto
fondamentale nello sviluppo del marxismo-leninismo che in-
dicava il suo ingresso in una tappa completamente nuova, quella
del pensiero di Mao Tse-tung.
Il presidente Mao ha sottolineato, in termini espliciti, che in
una società socialista “la lotta delle classi non è ancora giunta
alla sua conclusione. La lotta di classe tra il proletariato e la
borghesia, tra le diverse forze politiche e tra le ideologie pro-
letaria e borghese sarà ancora lunga e soggetta a vicissitudini,
ed in certi momenti potrà anche divenire assai acuta”. “V'è
ancora un certo numero di persone che sognano di restaurare il
regime capitalista; essi conducono la lotta contro la classe ope-
raia su tutti i fronti, compreso quello dell'ideologia”.
Ciononostante, il più alto responsabile del Partito impegnato
nella via capitalista si dava da fare per propagandare la teoria
dell'*estinzione della lotta delle classi”, giungendo a diffon-
dere assurdità del tipo: Nel nostro paese le classi e la lotta
delle classi non esistono più. “I capitalisti, i proprietari fon-
diari ed i contadini ricchi passeranno tutti al socialismo”. (« In-
contri con un ospite straniero », 13 luglio 1956) “In futuro
non vi sarà più nè lotta rivoluzionaria, nè riforma agraria, nè
trasformazione socialista”; “gli eroi non hanno più l'occasione
di farsi valere poichè non vi sono più da noi classi di borghesia
o di proprietari fondiari che debbano essere liquidate” (« Allo-
cuzione alla conferenza dei quadri del Partito di Schiangai »).
Ecco qua, l’estinzione della lotta di. classe’! Pura idiozia de-
stinata ad ingannare il popolo. Una pacottiglia dello stesso tipo
21
di quella dello ‘Stato di tutto ‘il popolo’ e del ’Partito di tutto il
popolo’ di cui Krusciov e consorti si sono serviti per usurpare
la direzione del Partito e dello Stato, un tradimento totale e
quanto mai ignòbile verso la dittatura del proletariato! E' sotto
lo schermo fumogeno dell'estinzione della lotta delle classi’
che il più alto responsabile del Partito impegnato nella via
capitalista voleva addormentare il proletariato ed il popolo
lavoratore, e lasciare invece che si scatenassero i proprietari
fondiari, i contadini ricchi, i controrivoluzionari, gli elementi ma-
lefici e scatenati di ogni risma per sferrare attacchi contro il
proletariato, disgregare la base economica del socialismo, rove-
sciare la dittatura del proletariato, restaurare il capitalismo.
Durante questo periodo, entrando egli stesso in scena od
operando dietro le quinte, il più alto responsabile del Partito
impegnato nella via capitalista, sferrò in successione dei fre-
netici attacchi contro il socialismo e la dittatura del proletariato.
Nel 1957, proprio prima dei furiosi attacchi degli elementi
borghesi di destra, attaccava perfidamente il regime socialista,
pretendendo che “non esiste alcun regime buono in senso
assoluto” e “non conviene considerare che solo il nostro regi-
me è buono, mentre gli altri sono tutti inadeguati” (« Incontri
con stranieri », 17 giugno 1956). Fino al punto di giungere a
vantare il bicameralismo borghese, dicendo segnatamente: “La
Conferenza consultiva politica del Popolo cinese e l'Assem-
blea popolare nazionale hanno per certi versi il carattere di
una Camera di Deputati e di un Senato”, “ciò non è, pura-
mente e semplicemente, previsto nella Costituzione” (« Allo-
cuzione alla riunione del 16 novembre 1956 del Comitato per-
manente dell'Assemblea popolare nazionale »). Egli cercava
in questo modo, ma inutilmente, di trasformare la Conferen-
za consultiva politica del Popolo cinese e l'Assemblea popo-
lare nazionale in Camera dei Deputati ed in Senato della
borghesia, cantando esattamente sul medesimo tono dell’'Uffi-
cio di Studi politici’ dell'alleanza Tchang Po-kiun - Louo Long-ki.
Nel corso della riunione di Louchan del Partito, nel 1959, egli
sostenne attivamente Peng Teh-houai, questo grande maestro
di complotti, arrivista e signore della guerra che si era fatto
chiamare “Hai Jouei”, cercando in questo modo di rove-
sciare la direzione del Comitato centrale del Partito alla
testa del quale si trova il presidente Mao. Poichè la riu-
nione aveva fatto luce sull'affare Peng Teh-houai, egli conti
nuò tuttavia la sua collusione con lui e, incitando complici
dietro le quinte, complottò di revisionare il processo verbale
della riunione in precedenza preparato, per farne un docu-
mento di opposizione alla ‘deviazione di sinistra’ in modo
da combattere la linea rivoluzionaria proletaria del presiden-
te Mao. Più tardi, egli attaccò apertamente la riunione di
Louchan, sostenendo fra l'altro: “la riunione di Louchan ha
commesso un errore”, “non bisogna opporsi all'opportunismo
di destra”, “non era corretto lottare contro l'opportunismo di
destra”, “questo comportamento ha determinato delle conse-
guenze su scala nazionale” (« Allocuzione al forum dei qua-
dri del comando della regione militare di Tsinan », 9 luglio
1964 - « Allocuzione al forum dei segretari dei comitati regio-
nali del Partito della provincia di Hopai », 2 luglio 1964). Du-
rante i tre anni di difficoltà temporanee, in particolare, egli si
sforzò con ancor maggiore frenesia e in collusione con tutti
gli elementi snaturati di ogni risma all'interno ed all'esterno,
di intraprendere su vasta scala la restaurazione controrivo-
luzionaria del capitalismo. Così giungeva ad attaccare con viru-
lenza la linea generale per l'edificazione del socialismo, il
grande balzo in avanti e la comune popolare, proclamando
a destra e a manca: “La nostra economia è sull'orlo della
rovina”; “Ia situazione non è affatto eccellente” (« Allocuzione
22
alla 18° conferenza suprema dello Stato », 21 marzo 1962);
“l'economia è piena di squilibri” (« Istruzioni ai gruppi d’inchie-
sta di Chokiatchouang e di Wousi della direzione generale
del Comitato centrale del Partito », 24 aprile 1962); “i 3/10 sono
dovuti alle calamità naturali e i 7/10 ai disastri provocati da-
gli uomini”; “contraddizioni assai acute sono apparse nel-
l'alleanza tra gli operai e i contadini”. Per motivi inconfessati,
egli proclamava demagogicamente che i contadini “non hanno lo
spirito tranquillo”, gli operai “non hanno lo spirito tranquillo” e i
quadri, nemmeno loro, “possono, probabilmente, avere lo spirito
tranquillo” (« Allocuzione alla riunione di lavoro del Comitato
centrale del Partito », 31 maggio 1961), e così via... Al punto
di esprimersi in questi termini: “Bisogna avere degli opposi-
tori, quali che siano, tra il popolo o nel seno del Partito,
bisogna avere un'opposizione aperta” (« Allocuzione alla riu-
nione di lavoro del Comitato centrale del Partito », 8 feb-
braio 1962), ciò che mostra come stesse preparando l'opinione
pubblica per la presa del potere da parte della borghesia. Egli
predicava così l'estensione dei pezzetti di terra individuali e
dei liberi mercati, la moltiplicazione delle piccole imprese con
ogni responsabilità dei loro profitti e delle loro perdite, la
fissazione delle norme di produzione sulla base della fami-
glia, incoraggiando l'attività individuale nel campo della pro-
duzione. “Bisogna operare un'adeguata ritirata nell'industria
ed anche nell'agricoltura — diceva — e segnatamente esten-
dere la fissazione delle norme di produzione sulla base della
famiglia e dello sfruttamento individuale!” (« Allocuzione »,
giugno 1962). “Se degli elementi borghesi dovessero apparire
nella società, nulla di terribile. Non bisogna aver paura dello
straripamento del capitalismo” (« Allocuzione », 22-10-1961).
Nell'ambito della lotta sul piano internazionale poi, egli predi-
cava “la capitolazione davanti all'imperialismo, il revisionismo
moderno ed i reazionari dei diversi paesi ed il soffocamento
della lotta rivoluzionaria dei popoli”, “la fine della lotta nelle
nostre relazioni con l'imperialismo, il revisionismo moderno e
la reazione, e assieme la riduzione dell'aiuto e del sostegno
alla lotta rivoluzionaria dei popoli”. Talchè giungeva a dire:
“Noi speriamo di essere in buoni termini di amicizia anche con
gli Stati Uniti”. Fino al punto di pascersi dell'illusione di
“sviluppare delle relazioni amichevoli” con gli Stati Uniti (« In-
contri con un ospite straniero », 6 marzo 1963). Per di più,
egli pretendeva che Krusciov “non poteva restaurare il capi-
talismo in Unione Sovietica”, che si opponeva “realmente” al-
l'imperialismo e che “noi dobbiamo unirci con lui”, “cercare un
terreno comune e mettere da parte le divergenze” e, “assieme
a lui, opporci all'imperialismo” (« Incontri con dei compagni
stranieri », 27 giugno 1962). In questo modo, giungeva al pun-
to di chiedere al Partito comunista della Birmania di deporre
le armi, con queste pretese: “Voi potete fare a meno delle
vostre armi o sotterrarle o incorporare il vostro esercito nel-
l'armata di difesa nazionale” (« Incontri con uno straniero »,
26 aprile 1963) e “cooperare” con Ne Win; “cooperare per
fare che?” per “fare la rivoluzione socialista” (« Incontri con
dei compagni stranieri », 20 luglio 1963).
Nell'agosto 1962, poi, egli ripubblicava il suo sinistro libro
sul “perfezionamento individuale”, libro che tradisce la dit-
tatura del proletariato ed insegna al popolo a divenire sempre
più revisionista grazie al cosiddetto “perfezionamento”, libro
che è in tal modo divenuto un reale “tema musicale” per il
gruppo di revisionisti controrivoluzionari nella . preparazione
dell'opinione pubblica allo scopo di restaurare il capitalismo!
Da tutta questa serie di fatti impressionanti che riguardano
la lotta attualmente in corso deriva che, dopo che la base eco-
nomica del capitalismo era stata per l'essenziale, liquidata, il
più elevato responsabile del Partito impegnato nella via capi-
talista non cessava per un solo istante di proseguire le sue
attività criminali di restaurazione del capitalismo. In maniera
più particolare, durante i tre anni che vedevano sorgere delle
difficoltà temporanee, egii inalberava, con un non dissimulato
odio, una bandiera nera antipartito, dichiarando che “è neces-
saria un'opposizione”, che bisogna fare marcia indietro, fa-
cendo gravare una minaccia estremamente grave sul potere
del proletariato tramite l'offensiva generale da lui sferrata
contro il Partito ed il socialismo sui fronti politico, econo-
mico e ideologico-culturale. Se noi fossimo andati avanti
seguendo la linea revisionista controrivoluzionaria da lui pre-
conizzata, una grave differenziazione di classe sarebbe appar-
sa nelle regioni rurali; e nelle città si sarebbe assistito all'ap-
parizione di un gran numero di nuovi elementi borghesi; le
masse degli operai e dei vecchi cittadini poveri e contadini
medi dello strato inferiore sarebbero precipitati per la secon-
da volta nella miseria, avrebbero nuovamente conosciuto la
vita atroce degli schiavi e delle bestie da soma; la base eco-
nomica del socialismo, nel nostro paese, sarebbe stata sabo-
tata da capo a fondo, il potere del proletariato avrebbe cam-
biato radicalmente di natura e si sarebbe verificata una riti-
rata della Storia che avrebbe ricondotto il paese per la vec-
chia via, quella della società semicoloniale e semifeudale.
La nostra grande guida, il presidente Mao, ha lanciato nel
1962, alla 10° sessione plenaria del Comitato Centrale eletto
dall'8° congresso del Partito, un grande appello a “non dimen-
ticare mai la lotta di classe”, dando così il segnale della gran-
de controffensiva generale del proletariato contro la borghesia.
Il più alto responsabile del Partito impegnato nella via capi-
talista fa pensare a quelle ‘cavallette di fine autunno’ descrit-
te da un proverbio cinese: ogni giorno le avvicina alla loro fine!
IV
La storia della dittatura del proletariato ci insegna che
nella lotta delle classi sotto la dittatura del proletariato, il
potere politico resta, in ultima analisi, il problema più fon-
damentale di tutti.
La nostra grande guida, il presidente Mao, fatto il bilancio
della ricca esperienza storica del proletariato internazionale,
ha iniziato personalmente — di fronte al grave fatto del com-
plotto di restaurazione del capitalismo tramato dal più alto
responsabile del Partito impegnato nella via capitalista -- a
mobilitare le masse rivoluzionarie forti di centinaia di milio-
ni di uomini ed a condurle a sferrare la grande rivoluzione
culturale proletaria senza precedenti nella Storia. Da allora,
la nostra rivoluzione sotto la dittatura del proletariato è
entrata in una fase nuova, caratterizzata da una più grande
ampiezza e profondità. E' una grande battaglia decisiva tra il
quartier generale proletario del presidente Mao ed il quartier
generale borghese del più: elevato responsabile del Partito im-
pegnato nella via capitalista.
Nella Circolare del Comitato centrale del Partito comunista
cinese in data 16 maggio 1966 — un importante documento
storico — il presidente Mao fa rilevare: “I rappresesentanti
della borghesia che si sono infiltrati nel Partito, nel governo,
nell'esercito e nei differenti ambienti culturali, costituiscono
un'accozzaglia di revisionisti controrivoluzionari. Se si presen-
tasse loro l'occasione, essi assumerebbero il potere e trasforme-
rebbero la dittatura del proletariato in dittatura della borghesia.
Alcuni di questi individui sono già stati scoperti da noi; altri
non lo sono ancora; in particolare le persone del tipo Kru-
sciov godono ancora della nostra fiducia, erano stati formati
per essere i nostri successori e si trovano tuttora in mezzo
a noi. I Comitati di Partito a tutti i livelli devono prestare
adeguata attenzione riguardo a questo punto”. Per “persone
del genere Krusciov” che si trovano in mezzo a noi, il presi-
dente Mao si riferiva appunto al più elevato responsabile del
Partito che ha imboccato la via capitalista ed al suo quartier
generale borghese.
Quale la ragione per cui, nel corso degli ultimi 17 anni, si
è manifestata a più riprese resistenza ed opposizione alla
linea rivoluzionaria del presidente Mao? Perchè una corrente
sotterranea favorevole alla restaurazione del capitalismo più
di una volta è affiorata alla superficie? Prima di tutto perchè
un quartier generale borghese si è trincerato all'interno dell'ap-
parato stesso della dittatura proletaria. E tale quartier generale
della borghesia costituisce la più grave minaccia per la dit-
tatura del proletariato per io Stato socialista.
La grande rivoluzione culturale proletaria ha suonato l'ulti-
ma ora per il gruppo dei responsabili del Partito impegnati
nella via capitalista. Il più elevato di tali responsabili, in col
lusione con un altro responsabile del Partito impegnato nella
medesima direzione, dibattendosi nella disperata frenesia della
agonia, elaborava e poi metteva in opera una linea reazionaria
borghese. Prendendo in contropiede le direttive del presidente
Mao, essi inviavano una serie di gruppi di lavoro per affos-
sare il movimento rivoluzionario di massa. All'Università Tsin-
ghoua ed alla Scuola secondaria annessa n. 1 della Scuola
normale superiore di Pechino, dove il movimento era guidato
personalmente dal Krusciov cinese, la lotta aveva di mira le
masse rivoluzionarie; un certo numero di rivoluzionari veni-
vano così abbassati al rango di “controrivoluzionari”. Nella que-
stione dei quadri, la gran parte erano attaccati allo scopo di
proteggere un piccolo gruppo. Un numero del bollettino d'in-
formazione del gruppo di lavoro dell’Università di Pechino,
messo in circolazione con l'approvazione del Krusciov cinese,
attribuiva ad un avvenimento rivoluzionario la qualifica di
controrivoluzionario, e giungeva al punto di fare appello a tutto
il paese a seguire questa via, facendo regnare il terrore bianco,
reprimendo i rivoluzionari e suscitando lotte fra l'una e l’altra
frazione nel seno stesso delle masse. Ed egli spingeva avanti
questa linea nel vano desiderio di soffocare le ardenti fiamme
della grande rivoluzione culturale proletaria accese dal presi-
dente Mao in persona.
In quel momento cruciale la nostra grande guida, il presiden-
te Mao, convocava l'11° sessione plenaria del Comitato centrale
eletto dall'8° congresso del Partito, pubblicava il suo dazibao
(manifesto a grandi caratteri) intitolato « Fuoco sul quartier
generale » e presiedeva personalmente all'elaborazione della
« Decisione del Comitato centrale del Partito comunista cine-
se sulla grande rivoluzione culturale proletaria », smascherando
così in maniera completa il quartier generale della borghesia
con alla sua testa il più alto responsabile del Partito impegna-
to nella via capitalista e proclamando il fallimento della linea rea-
zionaria borghese che questi aveva messo in opera e la vit-
toria assieme della linea rivoluzionaria proletaria del presi-
dente Mao. Si tratta di un nuovo e considerevole contributo
del presidente Mao alla teoria del marxismo-leninismo sulla
rivoluzione proletaria e la dittatura del proletariato.
Sotto la direzione del grande comandante in capo, il presi-
dente Mao in persona, i rivoluzionari di tutta la Cina si sono
gettati con raddoppiato ardore in un grande movimento di
massa, giungendo così a stanare l'agente n. 1 della borghe-
sia nel seno del Partito e la banda dei sinistri individui a lui
devoti. Messi a confronto col vasto movimento di critica rivo-
luzionaria in pieno sviluppo in tutto. il paese, egli e la sua
banda sono ora caduti nella rete tesa da centinaia di milioni
23
gi militari e di civili rivoluzionari, da cui nessun mezzo gli ha
permesso di scappare. Eccoli là, simili, come dice il proverbio,
a dei ‘topi che attreversano la strada sotto gli occhi di tutti:
carichiamoli di botte!’. A che cosa somiglia ora quell'’essere
mostruoso’? La sua storia criminale di rivoluzionario apparente
e controrivoluzionario reale nel corso di più di 40 anni fornisce
una irrefutabile risposta. L'evidenza dei crimini conduce essa
stessa alla conclusione. Le prove ben fondate s'ammucchiano
alte come una montagna. Riuscirà ancora a farsi assolvere
usando l'astuzia, negando od opponendo resistenza? ‘Dove cer-
chi di fuggire, o Genio della Calamità? Barche di carta in fiamme
e torcie illuminano a giorno il cielo’.
La grande rivoluzione culturale proletaria è per il nostro
popolo una grande festa. Sotto il luminoso faro del pensiero
di Mao Tse-tung, l'oceano delle infinite bandiere rosse si agi-
ta e le masse, forti delle loro centinaia di milioni di uomini, sono
in grado di combattere, studiare, criticare e ripudiare la bor-
ghesia. Il pensiero di Mao Tse-tung è divenuto il loro cibo, la
loro arma e la loro bussola. Esse hanno giurato di essere buoni
combattenti del presidente Mao e di essere garanti che lo
Stato proletario non cambierà mai di colore politico. Il pensie-
ro di Mao Tse-tung ha realizzato l'unione di centinaia di mi-
lioni di uomini e ne ha fatto una grande forza materiale
invincibile, che è capace di trionfare di ogni ostacolo, divora
il vecchio mondo e ne costruisce uno nuovo.
“Solo il socialismo può salvare la Cina!”.
Il nostro grande educatore, guida, comandante in capo e
pilota, il presidente Mao, ha assunto nel corso di decine d'anni
il comando della gigantesca armata rivoluzionaria per ‘serrare
dappresso il nemico’, 'incatenare il verde drago’, ‘elaborare
grandi disegni’ e ‘soggiogare le forze del male’. Egli guida la
nave della rivoluzione cinese a superare le rapide, aggirare gli
scogli nascosti, vincere venti e. maree per marciare verso il
trionfo e portare così il marxismo-leninismo ad una tappa
tutta nuova, quella del pensiero di Mao Tse-tung.
E' stato il presidente Mao ad indicare che la rivoluzione di
nuova democrazia è la preparazione necessaria alla rivoluzio-
ne socialista e la rivoluzione socialista l'inevitabile conclusione
della rivoluzione di nuova democrazia. Dopo la vittoria della
rivoluzione di nuova ‘democrazia, bisogna passare senza in-
terruzione alla rivoluzione socialista.
E' stato il presidente Mao ad indicare che il potere si fonda
sulla punta dei fucili e che non è possibile trasformare il vec-
chio. mondo dominato dall'imperialismo e da tutta la reazione
altrimenti che con il fucile.
E' stato il presidente Mao ad indicare che dopo la presa del
potere .il proletariato deve mantenere la dittatura proletaria e
consolidarla, seguendo la via socialista. Quale che sia la com-
plessità dei problemi, non bisogna mai dimenticare la dittatura
del proletariato.
E' stato il presidente Mao a dare il via in persona alla grande
rivoluzione culturale senza precedenti nella Storia e ad inse-
gnarci che le classi e la lotta delle classi continuano ad esi-
stere durante tutto il periodo storico della società socialista, e
che la rivoluzione sotto la dittatura del proletariato deve esse-
re condotta fino in fondo.
'L'oriente è rosso, il giorno si leva. Sul paese della Cina sor-
ge Mao Tse-tung’. La linea direttiva indicata dal presidente Mao
è quella che i popoli rivoluzionari di tutto il mondo debbono
seguire. La via tracciata dal presidente Mao è quella lungo la
quale avanzano i popoli rivoluzionari di tutto il mondo.
Dove va la Cina? Dove va il mondo? La ruota della Storia gira
con una forza finora mai veduta nella direzione indicata dal
pensiero di Mao Tse-tung.
24
FUOCO
SUL QUARTIER GENERALE
(il mio dazibao)
Il manifesto murale a grandi caratteri « Fuoco sul
quartier generale », apparso il 5 agosto 1966, venne scritto
da Mao nel corso della 2° sessione plenaria del Comitato
Centrale, nel momento dell’acutizzarsi della lotta fra il
proletariato e la borghesia, vale a dire fra il quartier
generale del proletariato e quello della borghesia esistente
anche all’interno del P.C.C. Eccone il testo:
In che maniera magistrale sono redatti il primo manife-
sto murale marxista-leninista del paese e l’articolo del Com-
mentatore del Renmin Ribao! Li leggano attentamente i no-
stri compagni! Tuttavia, per più di 50 giorni, alcuni com-
pagni dirigenti, dal (Comitato Centrale alle istanze locali,
hanno agito in maniera esattamente contraria. Arroccan-
dosi sulla posizione reazionaria della borghesia, hanno
esercitato la dittatura borghese per strangolare l’impetuo-
so movimento della grande rivoluzione culturale proleta-
ria, hanno represso ogni opinione diversa dalla loro e
fatto regnare il terrore bianco; -dimostrando poi la loro
soddisfazione per aver saputo agire in questa maniera,
esaltando l’arroganza della borghesia e minando il morale
del proletariato. Quale perfidia! Considerato ‘nei suoi rap-
porti con la deviazione di destra del 1962 e le erronee ten-
denze del 1964, di sinistra in apparenza, ma di destra in
realtà, non deve questo fenomeno spingerci a ‘serie ri.
flessioni?
«Durante tutto il periodo storico del socialismo si
svolge sempre la lotta tra il proletariato e la borghesia,
tra la via socialista e la via capitalista — scrive commen-
tando questo importante documento — l’editorialista di
’’ Distruggere completamente il quartier generale della bor-
ghesia” (Hongai n. 13, 1967).
« L'esperienza storica della dittatura del proletariato —
prosegue l’editoriale citato — ci insegna che se il quar-
tier generale borghese nascosto nel seno degli organismi
della dittatura del proletariato non è distrutto, tutto il
Partito e tutto lo Stato cambieranno un giorno di natura.
Il gruppo dei più alti responsabili del Partito impegnati
nella via capitalista in Unione Sovietica, in Jugoslavia e
in alcuni altri paesi socialisti ha usurpato la direzione del
Partito e dello Stato: ecco la causa essenziale della restau-
razione del capitalismo in questi paesi. Ciò costituisce
la lezione più severa per il movimento comunista inter-
nazionale », In tal senso Mao ha indicato chiaramente che
lo scopo principale della rivoluzione in un paese a ditta-
tura proletaria è la distruzione del quartier generale bor-
ghese dissimulato nel seno degli organismi di dittatura del
proletariato. « Nel corso di una lunga lotta contro il più
alto dei responsabili in questione, il Presidente Mao ha
svelato appieno la sua natura ambiziosa e si è convinto
che egli era il male latente ed il pericolo maggiore per
il nostro Partito. In questi ultimi anni il Presidente Mao
non ha cessato di avvertire tutto il Partito che esisteva
nel nostro paese un pericolo di restaurazione del capita-
lismo e che questo pericolo veniva principalmente dal
quartier generale borghese con alla sua testa il più alto
dei responsabili che, benchè del Partito, si sono impe-
gnati nella via capitalista». Tale ‘anche il senso della
famosa frase contenuta nella circolare del 16 maggio
1966: «Gli individui del genere di Krusciov si trovano
oggi in mezzo a noi».
Questo il significato profondo del manifesto murale di
Mao che dava il via all’azione delle masse: « Distrugge-
te il quartier generale della borghesia, secondo la linea
rivoluzionaria proletaria del Presidente Mao, non signifi
ca affatto destituire dall’alto in basso, nè significa pren-
dere pure misure organizzative, ma mobilitare senza riser-
va le masse perchè si levino in piedi e lottino contro il
gruppo dei responsabili che all’interno del Partito hanno
preso la via capitalista ».
E appoggiarsi sulle masse significa adottare i metodi
della più larga democrazia e della più ampia libertà di
dibattito ideale, secondo il principio delle contraddizioni
in seno al popolo. Solo in questo modo è possibile rag-
giungere la piena vittoria non soltanto sul piano organiz-
zativo e politico, ma anche teorico e ideologico.
potere nero
SUL “POTERE NERO,,
i - Il movimento Afro-americano che viene genericamen.
te definito Black Power è una forza liberatrice che si svi-
luppa all’interno della società americana, razzista e repres-
siva.
Alla violenza per anni silenziosamente e unidirezional-
mente esercitata dai bianchi, succede una nuova fase di
risposta attiva e positiva.
Il negro finalmente, non chiede più ciò cui ha sempre
avuto diritto, ma si organizza per prenderlo.
Nonostante ciò, a tutt'oggi, l'opposizione negra al siste-
ma economico e di potere americano, non è politicamente
unitaria. Vi è cioè una divisione in due opposte tendenze.
TENDENZE RIFORMISTE E RIVOLUZIONARIE
NEL MOVIMENTO NEGRO
2. La Tendenza riformista. La prima tendenza, quelia in-
tegrazionista-riformista è rappresentata in particolare:
— dalla National Association for the Advancement of Co-
lored People (NAACP), associazione che venne costituita
nel 1909 e che ha sempre avuto come obiettivi, il diritto
di voto, l'eguaglianza nei tribunali, e più in generale la ‘in-
tegrazione razziale’. Non è una organizzazione di massa
ed in definitiva rappresenta solamente la piccola borghe-
sia negra. I suoi metodi di lotta sono non-violenti e legali
stici ed è oggi diretta da Roy Wilkins;
— dalla Urban National League (NUL), fondata nel 1911
e attualmente orientata da Whitney Young, che si spinge
a richiedere un ‘piano Marshall’ per i negri;
— dalla Southern Christian Leadership Conference (SC-
LC), che si è costituita nel 1957 in un momento storico
particolarmente esasperato. (Si ricordi infatti che ancora
nel 1954 i segregazionisti riuscirono ad organizzare una
efficace opposizione ‘alla decisione della Corte Suprema
che dichiarava illegale la segregazione nelle scuole; e che
nel 1955/56 si sviluppava il movimento di Montgomery in
Alabama ed avevano inizio i primi boicottaggi). Il leader
di questa associazione è il campione della lotta per i ‘diritti
civili': Martin Luther King.
* x x
3 - In una visione complessiva si può dire che l’obiettivo
di queste associazioni è quello di ‘integrare’ i negri, presi
singolarmente, nella struttura di potere bianca e capitali-
stica, senza per questo voler giungere a mutamenti di ri-
lievo nella struttura dei rapporti di produzione. Esse così
si.muovono, al di là o al di sopra della vera essenza del
problema negro nella società americana. La risoluzione di
questo problema infatti non può prescindere da due con-
siderazioni: a) il negro non è ‘vuoto’, e quindi per “farlo
funzionare” non è sufficiente riempirlo con un po’ di cul-
tura bianca e qualche spicciolo; anzi questa è proprio la
via sbagliata; b) la povertà negra (economica e spirituale)
ed il razzismo bianco, non vengono dal cielo o dal partico-
lare livore di qualche uomo bianco (che comunque è una
realtà), ma le loro cause vanno ricercate nel reale contesto
economico che sottintende tutta l'economia segregazioni-
sta e cioè nella natura della contraddizione capitalistica ed
imperialistica. Certo che per dei “negri con la testa di
bianchi” i quali come ha detto Malcom X, “in ogni circo-
stanza o almeno come premessa di fondo, elaborano se ne
hanno, i loro piani strategici partendo da ciò che l’uomo
‘bianco approva o consiglia loro”, tutta la complessità del
problema non può venire correttamente compresa!
Apriamo questo primo inserto monografico — dedicato
al Black Power e redatto in collaborazione col. Movimen-
to per una Università Negativa di Trento — con una espo-
sizione storica e con una analisi critica dei. problemi
posti al movimento rivoluzionario internazionale dalle
lotte degli afro-americani, scoppiate con inattesa violen-
za e secondo un ormai chiaro disegno strategico nel-
l'estate scorsa. Ad integrazione, e documentazione, pub-
blichiamo una serie di testi importanti di Malcom X, Sto-
kely Carmichael, Robert Williams. Si tratta di testi utili
per conoscere il. pensiero del laerders negri e cogliere
anche quelle differenze — fra loro o con nostre specifiche
valutazioni — che lasciamo al lettore di individuare. Con-
clude questa monografia un testo, tradotto dalla rivista
marxista-leninista americana Progressive Labour, per gen-
tile. concessione della stessa, con alcuni dati relativi allo
sfruttamento dei negri in America.
Così ad esempio, il non collegare la lotta degli Afro-ame-
ricani alla lotta di tutti i popoli oppressi contro l'iperiali-
smo è un presupposto raffinato e senza via d’uscita, per il
genocidio spirituale di tutti gli Afro-americani. (Cosa sen-
za dubbio più gradita dal Dipartimento di Stato Ameri-
cano che ai negri di Harlem!). Non a caso infatti ciò che
viene proposto dai moderni ‘zio Tom' non è la integrazione
delle comunità negre — che sarebbe comunque sempre
troppo poco — bensì l'integrazione dei singoli. individui,
Kok *
4 - In conclusione si può dire che queste associazioni pa-
cifiste e non violente dirette da intellettuali.mercenari per
conto dei bianchi (che oltre tutto le finanziano) non hanno
futuro. Il prestigio di Martin Luther King o di.Roy Wil-
kins è già in netto declino. Le esplosioni estive lo hanno
dimostrato. D’altro canto i Martin Luther King e, i Roy
Wilkings, versione americana dei ’disorientatori’ ‘ che si
frappongono fra lo sfruttato e il potere, dei ‘professori di
morale’ di cui parlava Fanon, sono quegli intellettuali in
cui il colonialismo s'è infiltrato con tutti i suoi. modi di
pensare, e che quindi non riescono più a vedere come, ap-
pena il contesto coloniale sparirà, lo sfruttato non avrà
più alcun interesse a coesistere.
* x *
5 - La tendenza rivoluzionaria. La tendenza rivoluziona-
ria sostiene di converso che solo attraverso la distruzione
delle istituzioni, si può ottenere una vera riforma.
Essa trova le sue recenti radici negli ultimi discorsi di
Malcom X ed ha attualmente credito nelle organizzazioni
più combattive che lavorano sotto la bandiera del « Black
Power », ovvero:
— lo Student Non Violent Coordinating Committee (SN
CC) oggi diretto da Rap Brown e Stokely Carmichael;
— il Congress of Racial Equality (CORE) sotto la gui-
da di Floyd Mckissick;
— il Movimento di Azione Rivoluzionaria (RAM) diretto
a distanza da Robert Williams (in esilio a Cuba prima e
oggi in Cina).
Più che delle organizzazioni ci occuperemo però del con-
cetto di “Potere nero’ anche perchè le prime, nella nuova
situazione venutasi a creare dopo gli scontri estivi, stanno
25
rivedendo e cambiando i loro precedenti moduli organiz-
zativi.
; * * x
6 - Che cos'è il potere nero. Il concetto di ‘potere nero’
ha radici profonde e una loro analisi anche se sommaria
si rende essenziale per la sua comprensione.
L'affermazione che l’uomo bianco è irrecuperabile, l’ave-
va fatta, tra i primi, il giamaicano Marcus Garvey, fonda-
tore dell’Associazione Universale per il miglioramento dei
negri (UNIA). Garvey sosteneva o meglio predicava, che
l’uomo negro può essere forte e indipendente e comunque
non inferiore ed impotente come lo dipinge la propaganda
dell’uomo bianco. Di conseguenza proponeva la costituzio-
ne di un nuovo stato indipendente in Africa fondato sui prin-
cipi dell’unità nera. Nazionalismo e separatismo erano i
cardini su cui poggiava tutto il suo pensiero e non fu un
caso quindi, se nel 1931 quando fu costituita l’organizzazio-
ne dei Black Muslims (Mussulmani neri) i seguaci di Gar-
vey vi confluirono.
Ri
7-1 ‘Black Muslims’ non erano molti e costituivano una
setta relativamente chiusa e poco conosciuta. Il loro leader
era ed è tutt’oggi Eljah Muhammad.
Come mette bene in risalto Roberto Giammanco nella
sua interessante introduzione all’Autobiografia di Malcom
x, « Elijah Muhammad, interpretando a suo modo e rifa-
cendosi a una tradizione millenaristica di sapore decisa-
mente protestante, l'Islam, insegnava che ‘l'uomo bianco è
il diavolo’ perchè ha nascosto al negro la sua vera origine
per poterlo meglio ridurre a svolgere il ruolo di capro
espiatorio ”. Muhammad è un profeta, e la sua profezia è
che l'America crollerà poichè Allah “sta minando alla ra-
dice il potere immenso di questa nazione ”. In essenza la
sua predicazione separatista (“noi negri separiamoci da
questo padrone di schiavi che ci disprezza tanto”) si con-
clude in una richiesta passiva e in ultima analisi non poli-
tica, di “un territorio separato in cui noi (negri) potremo
vivere abbandonando per sempre gli slums e in cui non
avremo più bisogno della sua (uomo bianco) beneficenza ”.
All’interno di questa setta statica, la figura dinamica di
Malcom .X, assume una importanza centrale. Egli infatti,
partito da una accettazione incondizionata delle verità pro-
fessate da Muhammad che lo aveva portato ad essere sen-
za dubbio il più importante organizzatore del movimento,
lentamente (ci vogliono ben dodici anni) arriva a maturare
una linea politica autonoma che seppur embrionale e disor-
ganicamente espressa si pone come premessa indispensabile
dell’attuale concetto di ‘Potere nero’.
L’importanza eccezionale di Malcom X, sta proprio in
questo: nell’aver saputo trasporre in termini. politici non
ambigui, una esperienza umana profonda, un itinerario
che dal particolare di una storia individuale sale piano pia-
no al generale della storia. di un popolo. Attraverso la sua
mediazione s’illumina così il meccanismo mediante il quale
da una critica di fondo alle concezioni integrazioniste si
giunge, al di là delle concezioni separatiste e nazionaliste,
alla elaborazione di un nuovo concetto.
Digit 3
8 - Malcom X. Malcom X, staccatosi dai Black Muslims
cominciò a lavorare intensamente per realizzare il suo
obiettivo principale e cioè, sviluppare un “ organismo inter-
nazionale interamente composto di negri che aveva come
scopo finale quello di contribuire a creare una società fon-
data su di una vera fratellanza tra bianchi e neri ”. A que-
Sto proposito costituì l'Organizzazione dell'unità Afro-Ame-
ricana (QUAA).
Il nazionalismo, come fase transitoria, imponeva come
passo necessario. Malcom X non ha mai nascosto di esse-
re sempre stato “profondamente consapevole della capa-
cità delle teorie politiche e socio-economiche dei naziona-
listi negri di infondere nel popolo negro la dignità razziale,
lo stimolo e la fiducia di cui abbisogna, per sollevarsi,
camminare con le sue gambe, liberarsi dalle cicatrici e
prendere posizione ”.
Gli Afro-Americani, sono così — da lui — visti come un
popolo:sottosviluppato all'interno della nazione più ricca del
mondo... Di qui la necessità di un collegamento internazio-
26
nale della loro lotta e le pressioni da lui effettuate presso
molti governi Africani, affinchè questi sollevassero il pro-
blema alle Nazioni Unite.
La creazione di una forza politica alternativa al sistema
di potere bianco e razzista, poneva con urgenza lo spinoso
problema dei rapporti con i bianchi. Fino ad allora, il
bianco era stato definitivamente considerato come 'irrecu-
perabile’ da Garvey, e come ‘diavolo bianco’ da Muhammad
Elijah. La svolta decisiva realizzata da Malcom X, sta nel
fatto che egli riuscì a formulare il problema senza impo-
starlo inesorabilmente sul colore della pelle. Al suo ritor-
no dal pellegrinaggio alla Mecca egli affermava infatti:
“ Noi nazionalisti credevamo di essere combattivi mentre
invece non eravamo che dei dogmatici... Adesso so che è
più intelligente dire che si spara ad uno per quello che ci
fa, piuttosto che per il fatto che è bianco. Se lo attacchia-
mo per il colore della sua pelle, non gli diamo alcuna scel-
ta. Non può cessare di essere bianco e noi dobbiamo dargli
una possblità. (...) Tengo la mente aperta nei confronti di
chiunque sia disposto ad aiutarci a scuoterci di dosso la
scimmia ”.
La porta non viene dunque sbattuta sulla faccia del bian-
co, ma questi per entrare (alleanza) deve dimostrare di
essere capace di aiutare gli Afro-americani a scuotersi di
dosso la scimmia. In che modo? Non sta certo a Malcom
X il compito di indicarlo, anche perchè gli interrogativi
che egli si pone (“Ma l'America bianca prova realmente
dolore per i suoi crimini contro i negri? Ha la capacità di
pentirsi e di rimediare alle sue colpe? E tale capacità esi-
ste in una maggioranza, in una metà, o almeno in un terzo
della società americana bianca? ”) sono ancora, fino ad og-
gi senza risposta.
E’ questa singolare esperienza umana e politica a fon-
dare irreversibilmente la lotta di liberazione degli Afro-
americani. Infatti, la critica alle concezioni integrazioniste
dei movimenti che si battono per i diritti civili e la sosti-
tuzione a questi dei ‘diritti umani’ come obiettivo della
lotta; il capovolgimento della prospettiva minoritaria e
nazionale per assumerne una maggioritaria ed internazio-
nale; il superamento del dogmatismo nazionalista, del se-
paratismo e dell’esclusione pregiudiziale dei bianchi dalla
lotta, fanno del pensiero di Malcom X una linea politica
feconda e liberano dalla situazione di stalio causata dalla
ferrea dicotomia, nazionalismo, separatismo-integrazioni-
smo, la parte più consapevole del movimento negro.
IL BLACK POWER DAL NAZIONALISMO
ALL’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO
9 - Stokely Carmichael. Stokely Carmichael è il leader
oggi più combattivo delle organizzazioni rivoluzionarie
Afro-americane.
Nella famosa marcia su Jackson nel Missisipi, fu lui a
lanciare, insieme a Willie Ricks, lo slogan ‘Potere nero’.
Dallo slogan alla elaborazione del concetto, il passo non
è stato facile, e solo oggi si può dire che il concetto chia-
rito si è a sua volta tradotto in una ‘linea politica’ interna-
zionalista e decisamente alternativa.
A ben vedere nonostante la differenza di impostazione il
pensiero di Carmichael recupera l’esperienza politica di
Malcom X e se è possibile la rende più concreta con una
serie di azioni decisive (promozione della guerriglia urbana,
intervento a L’Avana, viaggio ad Hanoi).
In una delle prime versioni che Carmichael ha dato del
‘Potere nero’ egli poneva essenzialmente in risalto la neces-
sità per il negro, di riscattare la sua storia e la sua iden-
tità dal terrorismo e dal furto culturale con cui il bianco
maschera la sua colpa. (Il messaggio di Fanon non è stato
dunque lanciato nel deserto!). Carmichael insisteva in
quello scritto, sulla necessità di lottare in primo luogo per
abolire lo stato di dipendenza coloniale in cui si trovano
gli Afro-americani e quindi per salvare la personalità raz-
ziale e culturale della comunità nera.
Di conseguenza egli sviluppava una critica delle tesi inte-
grazioniste fondandola principalmente su un punto: inte-
grazione, significa integrazione di individui ma distruzione
e abolizione della comunità. Viceversa la comunità doveva
non solo essere salvata, ma nel contempo doveva essere
messa in grado di esprimere le sue peculiari necessità ed
avere 'potere’ per realizzarle. Questo voleva dire in un pri-
mo tempo 'Black Power".
10 - Più recentemente, pur continuando ad insistere sul
fatto che una organizzazione come lo. SNCC che è volta a
soddisfare i bisogni di una comunità deve lavorare per
porla in una situazione di forza a partire dalla quale le
divenga possibile farsi sentire, Carmichael introduceva nel.
l'economia del discorso un punto nuovo che sarebbe diven-
tato presto il cardine della sua ultima impostazione formu-
lata all’Avana: la necessità di ‘distruggere il sistema’. Egli
afferma infatti in uno dei suoi ultimi scritti che “le colo-
nie degli USA — ivi compresi i ghetti neri del nord e del
sud degli USA — devono essere liberate. Durante un secolo
questa nazione ha esteso il suo sfruttamento tentacolare
dal Missisipi e Harlem fino all'America del sud, al Medio
Oriente, all'Africa australe, al. Vietnam. La forma dello
sfruttamento differisce da una regione all'altra, ma il ri
sultato è essenzialmente lo stesso: un pugno di potenti
mantenuti ed arricchiti a spese delle masse di colore mise-
rabili e ridotte al silenzio. Questo sistema deve essere di-
strutto ”. Premesso questo, viene impostata la formulazio-
ne del rapporto con i bianchi. Essa si avvicina molto a
quella data da Malcom X. Determinante non è più il colore
della pelle. *I neri non ce l’hanno col bianco se non in
quanto forza oppressiva” ed ancora “non respingiamo lo
aiuto dei nostri amici, ci attribuiamo semplicemente il di-
ritto di decidere quali sono i nostri amici e quali non lo
sono ”. Il criterio di questa scelta verrà enunciato a L’Ava-
na. Nella capitale dell’isola di Cuba l'elaborazione di una
linea politica rivoluzionaria affronta infatti una chiarifica-
zione decisiva.
Idee prima implicite e non sviluppate vengono alla luce
nella forma più semplice ed incisiva. Il concetto di ‘Pote-
te nero’ viene ora presentato in termini inequivocabili:
“Black Power, è l’unione della popolazione nera col fine di
lottare per la sua liberazione con qualsiasi mezzo. E’ la
unione della popolazione nera degli USA con i popoli op-
pressi del resto del mondo. E’ la lotta contro il capitali
smo e l'imperialismo che opprime noi all’interno e che op-
prime voi all’esterno”. Riprendendo il tema dominante del-
la linea politica proposta da Guevara, l’affermazione:
“Quando gli USA dovranno far fronte a 50 Vietnam allo
interno e 50 all’esterno ciò significherà la morte dell’impe-
rialismo ” viene a sigillare una intesa strategica essenziale
per dare una prospettiva concreta al disegno internaziona-
lista ed antimperialista. Il problema del rapporto con i
bianchi subisce a questo punto una ulteriore apertura, (se-
gno di una più solida valutazione) e pur senza nulla conce-
dere, recita finalmente in questi termini: “I soli bianchi
che possono unirsi a noi sono quelli disposti a prendere
un'arma e a combattere contro il sistema”. L’immagine
del bianco e quella del nero vengono così definitivamente
a dissolversi in quella del rivoluzionario.
Rimane un interrogativo decisivo: il bianco, nei fatti, sa-
prà ancora essere un rivoluzionario?
I CARATTERI DELLO SFRUTTAMENTO NEGRO
11 - Questo interrogativo tocca uno dei problemi fonda-
mentali che si pongono oggi al movimento del black power
e ai suoi leaders: quello delle alleanze, e in particolare della
alleanza con gli operai bianchi americani. Tale problema,
peraltro, non può trovare corretta soluzione se prima non
si chiarisce l’esatta natura del conflitto che oppone gli
afro-americani ai capitalisti, ai razzisti e ai gruppi domi-
nanti USA.
Conflitto eminentemente razziale-nazionaie, che deve uni-
re in una azione solidale tutti i negri d'America, fino al
conseguimento dei ‘diritti civili’, o conflitto essenzialmente
di classe, che deve unire i proletari neri e i proletari bian-
chi in una lotta diretta contro il sistema capitalistico ame-
ricano, difeso dalla stessa borghesia nera?
1 SR
12 - Da un lato, e prima di tutto, bisogna considerare che
la contrapposizione di razza e i pregiudizi razziali non si
presentano — in America — come la causa ma come l’ef.
fetto della discriminazione sociale, dello sfruttamento eco-
nomico e della condizione miserabile in cui sono tenute le
comunità nere.
L'’insistenza sulla natura ‘inferiore’ del negro serve da
copertura ideologica al suo sfruttamento; la differenza ‘di
colore’ serve a isolarlo dal bianco povero o salariato, favo-
rendo lo stabilizzarsi del sistema di classe.
Si chiarisce così — come ebbe a dire Mao nella sua « Di-
chiarazione a sostegno della giusta lotta degli afro-america-
ni contro la discriminazione razziale praticata dall’imperia-
lismo americano » — che “la questione razziale è, nella sua
essenza, una questione di classe” e che la “lotta nazionale è,
in ultima analisi lotta di classe”.
Fin dall'origine — nota il Renmin Ribao, 8 agosto 1967
— “il capitalismo e l'imperialismo si sono sviluppati negli
Stati Uniti attraverso lo sfruttamento degli afro-americani.
Il regime di discriminazione razziale in questo paese è
sempre stato una forma di oppressione di classe. E’ sola-
mente per intensificare lo sfruttamento e l'oppressione di
classe che la cricca dominante americana ha portato que-
sto regime al suo parossismo. Utilizzando questo regime
selvaggio essa ha potuto accumulare miliardi di dollari di
super-profitti dissanguando gli afro-americani. Non basta.
Ha fatto di essi una grande riserva di mano d'opera per
obbligare i bianchi oppressi a sottomettersi allo sfrutta-
mento e alla schiavitù del capitale monopolisico. Al tempo
stesso essa utilizza questo regime per seminare odi e pre-
giudizi razziali in mezzo ai lavoratori di diverse razze, di-
viderli allo scopo di dominarli, scalzare l’unità tra la classe
operaia e gli altri lavoratori americani in lotta, e tutto per
mantenere la dominazione reazionaria del capitale mono-
polistico *.
Da questo punto di vista possiamo concludere che la
classe dominante americana sfrutta e opprime tanto gli
Afro-americani quanto i lavoratori bianchi americani. In
essa devono riconoscere il comune nemico le larghe masse
popolari americane, a ‘qualsiasi razza appartengano.
* x x
13 - Contemporaneamente, però, non si può dimenticare
che — all’interno della classe sfruttata — i negri americani
si configurano come oggetti di un tipo particolare e diffe-
renziato di sfruttamento. “ Sottomessi a una duplice op-
pressione, di classe e di razza, gli afro-americani vivono
da sempre nei bassifondi della società. Sono essi ad avere
i salari più bassi: sono essi ad avere la più elevata percen-
tuale di disoccupazione. Come non bastasse, sono spesso
fatti oggetto di arresti, torture, assassini. La guerra di
‘aggressione al Vietnam perseguita dall’imperialismo ameri-
cano li ha precipitati in una miseria ancora più grande. Un
quarto delle reclute di tutto il paese è costituto dagli Afro-
americani (che rappresentano appena un decimo della po-
polazione degli Stati Uniti, n.d.r.): in essi l’amministrazio-
ne Johnson ha trovato la sua carne da cannone” (Renmin
Ribao, cit.).
Prodotto ideologico dello sfruttamento negro, modo per
legittimarlo sul piano teorico e per avere mano libera nel-
‘utilizzazione dei negri come schiavi, la ‘mentalità’ razzi-
sta ha generato differenziazioni ‘oggettive’ e ‘materiali’ fra
gli sfruttati, garantendo agli operai bianchi un pur medio-
cre benessere sulla base stabile e immutabile della ‘razza’,
legando al colore della pelle più che alle capacità, alla for-
tuna, o alla selezione individuale, la partecipazione o la
esclusione dal godimento di certi minimi beni di consumo,
di certi micro-privilegi e di certi agi.
In questo senso il rapporto fra bianchi e negri riproduce
in territorio americano un rapporto analogo a quello che
esiste — su scala internazionale — fra sfruttamento capi-
talistico della mano d'opera interna e sfruttamento impe-
ralistico dei paesi e dei popoli coloniali o ex-coloniali. Delle
due forme di sfruttamento la prima — quella capitalistica
che grava ugualmente sui bianchi e sui negri, sugli operai
occidentali e sui popoli di colore — non solo risulta psico-
logicamente ‘mascherata, ma viene materialmente atte-
nuata dalla seconda — che grava principalmente sui negri,
sui popoli di colore e, secondariamente, sugli operai euro-
pei in rapporto agli operai americani.
14 - Capire il duplice carattere, di classe e di razza, che
assume in America lo sfruttamento negro, è di enorme im-
27
portanza ai fini di organizzare praticamente le lotte negre,
conferendo ad esse una giusta direzione politica.
Nella misura in cui si intende che la discriminazione raz-
ziale e l'ideologia razzista servono a giustificare e a rende-
re possibile ‘un tipo intensivo di sfruttamento, indispen-
bile per la stabilità del sistema capitalistico, diventa chia-
ro che l’obiettivo strategico delle lotte negre dovrà essere
il rovesciamento del sistema. Si tratta di un obiettivo che
potenzialmente coincide con quello di tutto il proletariato
americano, anche di razza bianca e, che solo l’unità del pro-
letariato bianco e del proletariato negro — cioè della gran-
de maggioranza interna agli USA — potrà realizzare. “ Sot-
to un siffatto regime — nota giustamente il « Renmin Ri.
bao » — gli afro-americani non possono conquistare da soli
la loro emancipazione totale. Potranno conquistarla soltan-
to se si uniranno ai proletari americani e a tutti i popoli
oppressi allo scopo di liquidare l'imperialismo americano ”.
E tuttavia, nella misura in cui si riconosce la specificità
della condizione negra all'interno della classe sfruttata
americana, sì dovrà anche riconoscere la possibilità e la
necessità che essa — in determinate condizioni — conduca
la lotta în forme particolari, differenziate dalla classe ope-
raia di razza bianca, e anche da sola. In altre parole nes-
suna pretesa esigenza di unità fra bianchi e neri può tratte-
nere i negri, che subiscono lo sfruttameno in forma più
diretta e intensiva, dall’organizzarsi autonomamente per
combattere, da soli, contro l'imperialismo interno, riflesso
dell’imperialismo internazionale. Ai revisionisti del Partito
comunista statunitense, che “sotto il pretesto della ‘unità’
fra bianchi e negri ”, “condannano e combattono aspramen-
te la lotta armata degli afro-americani”, giustamente il
'Renmin Ribao’ ribatte che “gli afro-americani sollevati
contro la ‘violenza costituiscono una forza traboccante di
spirito militante nella lotta dei popoli del mondo contro
l'oppressione. Ribellandosi nel cuore stesso dell’imperiali-
smo americano i negri d’America contribuiscono a raffor-
zare potentemente la lotta antiamericana nel mondo. Da
altra parte anch'essi beneficiano del sostegno degli altri
popoli in lotta”. E’ qui la contraddizione imperialistica,
che unisce il proletariato negro prima di tutto al proleta-
riato internazionale, a venire in evidenza: ed è quella posta
in evidenza dall’attuale fase di elaborazione teorico-politica
del black power.
gd
15 - Sinteticamente possiamo dunque dire che una pri-
ma contraddizione è quella che oppone radicalmente i pro-
letari negri al capitalismo e all’imperialismo americano,
in quanto proletari soggetti allo sfruttamento capitalistico,
e in quanto negri discriminati anche sul piano razziale in
forme per certi versi analoghe a quelle dei popoli coloniali
o ex-coloniali. Una seconda contraddizione è rappresentata
dall’opposizione di tutti i proletari, bianchi o negri, al si
stema capitalistico americano. Anche questa seconda con-
traddizione è antagonistica, è una contraddizione ’fra noi
e il nemico’: ma essa è mascherata e attenuata dal diverso
trattamento riservato ai bianchi e ai negri, dalla contraddi-
zione che ciò introduce ‘all’interno del popolo”.
Quale delle due contraddizioni occupa al presente il ruo-
lo di ‘contraddizione principale’ nella società americana?
* * Xx
16 - La risposta è diversa a seconda del punto di vista
da cui ci mettiamo. Se noi consideriamo le cose dal punto
di vista del presente, della situazione attuale, dei rapporti
che intercorrono oggi fra negri e bianchi, non sembra dub-
bio .che la contraddizione principale è rappresentata in
America dal conflitto fra proletariato negro e capitalismo
imperialista,
‘Lo sfruttamento imperialista, che ha già differenziato in
tutto il mondo i popoli oppressi dagli operai occidentali,
oppone direttamente in America gli operai meglio pagati e
più avvantaggiati del mondo, alla popolazione più umiliata
e sfruttata, quella che non ha neppure una patria geografica-
mente delimitata per cui battersi e che vive a più diretto
contatto con la società del benessere,
; Questa situazione acutizza al massimo la contraddizione
interna al popolo, fa coincidere il ‘benessere’ dell’operaio
bianco con la permanenza di un sottoproletariato negro
super-sfruttato. Quanto ai bianchi esclusi dal benessere, e
28
che neppure il colore della pelle basta a rendere partecipi
dei vantaggi del sistema, anche se non dirottino il loro.odio-
invidia di classe contro i negri (come il KKK), essi restano
piuttosto frange, atomizzate ed escluse, della classe opera-
ia americana che non classe d'avanguardia capace di diri-
gere la lotta. Il loro recupero è direttamente proporzionale
alla esistenza di una distinta avanguardia, provvista di una
sua autonomia culturale, di una propria organizzazione.
E’ appunto il caso dell'avanguardia nera, nella quale il
nazionalismo gioca quindi un ruolo importante ai fini di
creare i presupposti dell’unità politica e della lotta.
In modo diverso, tuttavia, possono presentarsi le cose
se noi le consideriamo da un punto di vista storico più am-
pio, e con metodo dialettico.
Se è vero che lo sfruttamento imperialista riduce: e at-
tenua lo sfruttamento degli operai bianchi rendendoli anzi
partecipi in diversa misura del super-sfruttamento svilup-
pato a danno dei negri americani e dei popoli oppressi; è
contemporaneamente vero che le rivolte antimperialiste e
anticapitalistiche generate dallo sfruttamento stesso, avran.
no come risultato di ridurre progressivamente i margini ri.
formistici del capitalismo, aggravando le condizioni degli
operai bianchi e riportando in evidenza — anche negli USA
— l’antagonismo di classe fondamentale fra classe dominan-
te e proletariato.
LA CONTRADDIZIONE PRINCIPALE E I METODI DI LOTTA
17 - In conclusione si può dire che, da un punto di vista
complessivo e sul lungo periodo, la contraddizione fonda-
mentale resta — in ultima analisi — quella che oppone
l’intero proletariato al sistema capitalistico e che avrà fine
solo col rovesciamento del sistema e la presa del potere
da parte degli operai e dei contadini di cgnì paese e di
ogni razza. Ma, da un punto di vista più limitato e riferito
allo specifico momento storico in cui stiamo vivendo, la
lotta che porterà al rovesciamento finale del capitalismo
passa principalmente attraverso il conflitto delle razze e
dei popoli oppressi — da soli, e talvolta anche coù l’osti-
lità della classe operaia integrata nel sistema di benessere
o controllata da sindacati e da partiti revisionisti — con-
tro l'imperialismo. Nel presente momento storico questa
resta la contraddizione principale.
Avere presente questi due aspetti della lotta contro il
capitalismo e questa interna differenziazione fra le forze
che la conducono è di estrema importanza se non si vuole
cadere nell’opposto errore di rinunciare a qualsiasi politi-
ca di alleanza strategica con la classe operaia bianca o di
rinunciare alla lotta armata, iniziata e sviluppata anche
dalle sole avanguardie negre e dai popoli oppressi, con la
scusa che alla lotta armata la classe operaia non è prepa-
rata e che essa potrebbe compromettere l’unità dei lavo-
ratori.
Chi ignorasse lo specifico peso e la importanza enorme
determinante che ha nella presente fase storica la lotta
armata sostenuta oggi principalmente dai popoli oppressi
o dai negri, cadrebbe nell’opportunismo e nel revisionismo,
porrebbe un freno a quelle lotte da cui in definitiva — at-
traverso l’aggravarsi delle contraddizioni interne al capita-
lismo — potrà venire la ricostituzione di condizioni ogget-
tive sulla cui base si sviluppi l’alleanza strategica di tutto
il proletariato e la ripresa della lotta di classe e della lotta
armata in occidente.
Chi, d’altra parte, sopravalutando la rivolta armata per
se stessa e la guerriglia per se stessa, ritenesse che essa
basta da sola a distruggere l'imperialismo e il capitalismo
in America, anche al di fuori di un progressivo collega-
mento strategico dei negri coi bianchi, del proletariato
internazionale con la classe operaia — attuato attraverso
un lavoro politico che non si esaurisce nella azione mili-
tare e che la dirige — cadrebbe nel più pericoloso avventu-
rismo. La sopravalutazione del fatto militare senza riguar-
do ai suoi sbocchi politici finirebbe con l’isolare in Ame-
rica i negri impedendo alla loro rivolta di espandersi ol-
tre i confini della razza e regalando ai capitalisti bianchi
un esercito di proletari razzisti mobilitati nello sterminio
dei negri per difendere il sistema.
18 - Usare il nazionalismo negro per piantare nel cuore
degli Stati Uniti ‘cinquanta Vietnam’ che ne accelerino il
tracollo economico e morale, che diano slancio alla lotta
antimperialista combattuta su tutti i fronti del mondo,
ponendosi contemporaneamente il problema e realizzando
gradualmente il collegamento strategico coi bianchi pove-
ri, con gli operai meno agiati e con gli intellettuali o gli
studenti rivoluzionari bianchi: questo il problema che il
black power ha aperto col suo stesso sviluppo oltre i li-
miti dell’integrazionismo o del separatismo nazionalista;
questo il problema che esso si trova non solo a dover ri-
solvere, ma a porre anche alle forze marxiste-leniniste
e rivoluzionarie bianche degli Stati Uniti.
Naturalmente esiste un intervallo materiale, di tempo,
fra il momento in cui i negri si scatenano nelle città ame-
ricane assumendosi il compito di condurre da soli la lotta
armata contro l'imperialismo e il. momento în cui l’aggra-
varsi delle contraddizioni interne al capitalismo creerà le
condizioni oggettive per una alleanza di classe fra tutti i
proletari americani. Il problema consiste, appunto, nell’i-
dentificare le forme specifiche che dovrà assumere l’orga-
nizzazione negra in tutto questo intervallo storico e pro-
prio al fine di avanzare più efficacemente e di abbreviarlo.
Se l'intervallo fosse soltanto logico, se si trattasse solo,
per i negri, di combattere da soli, finchè le condizioni og-
gettive di una alleanza non si presenteranno, il problema
propriamente non si porrebbe. Ma in realtà, concretamen-
te, a misura che il moto della rivolta negra si estenderà
e si farà più violento negli Stati Uniti, esso sarà sempre
più facilmente liquidabile se non riesce a realizzare intor-
no a sè un massimo di alleanze e un minimo di opposi-
zione armata. D'altra parte, anche quando le condizioni
oggettive si presentassero, se il movimento rivoluzionario
non avrà sviluppato forme opportune di collegamento, se
non avrà garantito un’alta coscienza di classe che lega
insieme bianchi e negri, esso difficilmente sarà in grado
di sfruttare le condizioni oggettive favorevoli.
Identificare una linea politica, cioè una teoria e un pro-
gramma politico, capace di realizzare in ogni momento
storico il massimo di alleanze possibili in quel momento;
e possedere una struttura organizzativa capace di coor-
dinare il massimo di forze coordinabili nella lotta, o in
forme di lotte differenziate ma fra loro cospiranti a un fi-
ne comune: ecco il vero problema da cui dipende la cre-
scita decisiva del movimento negro e la mobilitazione di
tutte le forze rivoluzionarie presenti negli Stati Uniti.
COSA CI INSEGNA LA RIVOLTA DEGLI AFRO-AMERICANI
19 - Finora Carmichael e gli altri leaders negri, più dei
marxisti bianchi, hanno dato prova di intendere esattamen-
te questo problema: di far crescere l'ideologia (dal nazio-
nalismo all’internazionalismo) e l’organizzazione in modo
organico allo svilupparsi delle lotte, mostrando di aver
concreta coscienza del principio — estremamente impor-
tante anche per noi — che ricorda Stame in un suo recen-
te articolo — secondo cui ogni processo realmente rivolu-
zionario genera spontaneamente una specifica teoria del-
l’organizzazione ad esso adeguata (in « Giovane Critica »,
n, 14).
Ciò fa soprattutto intendere la necessità che la successi-
va fase del Black power sia caratterizzata da un decisivo
salto al di là del nazionalismo nero non solo in direzione
di un internazionalismo ’di colore’ ma di una compiuta
assimilazione della teoria marxista-leninista capace di as-
sicurare al movimento una direzione e una organizzazione
nè bianca, nè nera, ma marzxista-leninista. Solo una direzio-
ne del genere e un partito del genere, un partito rivoluzio-
nario, possono infatti appieno combinare la spinta eversiva
dei negri americani, prevalentemente e necessariamente e-
spressa dalla rivolta armata, con altre forme di lotta fin
d’ora proponibili anche ai bianchi, agli operai, agli studen-
ti rivoluzionari. Solo un partito del genere può non già
integrare i negri nel sistema capitalista americano, ma in-
tegrare i bianchi rivoluzionari nell’avanguardia negra. La
combinazione di azioni armate, in cui i negri potranno as-
sociare già i bianchi poveri e determinati strati sottopro-
letari bianchi, con un lavoro politico volto a superare fra
1 bianchi l'opposizione preconcetta alla violenza rivoluziona-
ria, la combinazione delle rivendicazioni negre con parti-
colari rivendicazioni di settori del proletariato bianco di
volta in volta determinati sulla base di una analisi scien-
tifica delle contraddizioni della società americana; consen-
tirà appunto di colmare l’intervallo che intercorre fra l’at-
tuale rivoluzione negra e il crollo definitivo della società a-
mericana. Solo un tale partito, d’altra parte, crescendo at-
traverso la lotta, sarà in grado di concretare in un fronte
rivoluzionario impegnato nella presa del potere l’alleanza
di tutto il proletariato americano quando se ne produrran-
no le condizioni effettive.
Ciò fa appunto pensare che non la lotta armata per se
stessa, o assunta a teoria, ma la capacità di combinarla
con tutte le forme possibili di lotta, di svilupparla organi:
camente a una teoria adeguata e a un partito rivoluziona.
ro, caratterizzeranno il black power nelle sue future fa-
si. Tale capacità ne è stato finora in ogni caso, il tratto
più significativo. La oggettiva necessità di procedere ol-
tre in questo processo, per garantire la vittoria finale, re.
sta l'insegnamento — complesso — che ci dà la rivolta de-
gli afro-americani.
* x *
20 - E' appena il caso di sottolineare che tale insegnamen-
to non viene tratto, in Italia, da molte forze revisioniste
*di sinistra’, che si sono lanciate in una esaltazione stru-
mentale del black power.
Senza alcuna comprensione per la storia del black power
— che è appunto la storia di un faticoso passaggio dal na-
zionalismo negro all’internazionalismo classista e di una fa-
ticosa conquista di forme sempre più adeguate di organiz
zazione; senza alcuna comprensione dei problemi che il
black power ha davanti, per pervenire a una definitiva con-
quista della teoria e della struttura organizzativa rivo-
luzionaria; questi esegeti di partito si sono limitati a esal-
tale la rivolta armata, per sé presa, come riprova che la ri-
volta armata basta a distinguere i rivoluzionari dai revisio-
nisti — al di fuori di ogni ‘astratto discorso’ sulla strategia,
la linea politica generale e le forme dell’organizzazione —
e che essa sarebbe possibile in qualsiasi paese capitalista
(senza riguardo al fatto del carattere anche razziale dello
sfruttamento negro in America).
Da questa interpretazione falsificante e distorta alcuni
hanno tratto la conclusione che bisogna dar corso anche
in Italia alla ‘guerriglia urbana’ — senza indugiare in tan-
te chiacchere teoriche sul revisionismo. Altri si sono li-
mitati a dire che la guerriglia va preparata, attraverso una
intensificazione della lotta di classe condotta con le masse
e senza preoccuparsi se, per collegarsi alle masse, è op-
portuno restare all’interno dei partiti revisionisti.
In entrambi i casi è chiaro il risvolto politico di questa
utilizzazione falsificante del black power. Imparando dal
black power solo ciò che non ha pratica e attuale applica-
bilità per noi (la guerriglia urbana), si vuol evitare di in-
tendere quel che di importante esso ci insegna: la neces-
sità attestata dalla sua storia, dai suoi successi e dai suoi
problemi, di sviluppare in contemporaneità con le diver-
se forme di lotta e per rendere possibile il passaggio dal-
l'una all’altra (ideologica, economica, politica, armata) una
teoria sempre più compiutamente rivoluzionaria e una
organizzazione adeguata e commisurata ai compiti. Esal-
tando la lotta dei negri ma non analizzando le condizioni
della sua possibilità, si vuole evitare un discorso sulle
condizioni che renderanno nuovamente possibile la ripre-
sa della lotta in Italia: si vuole evitare una analisi teori-
ca del revisionismo e un superamento delle istiuzioni po-
litiche revisionistiche e integrate che lo diffondono.
Con l’avventurismo tattico di parole d’ordine avanzatissi-
me, che si sanno inattuabili, si cerca di usare anche il black
power per giustificare una permanenza politica nei partiti
revisionisti ispirata all’opportunismo, e al più deteriore.
nel prossimo numero la monografia su
lotte studentesche
una analisi delle prospettive e dei metodi di
lotta, sulla base dei documenti più significativi
dei movimenti studenteschi italiani ed europei
29
malcolm X - CITAZIONI
(dal volume LE POVOIR NOIR, edi-
zioni Maspero, Parigi 1965)
Fratelli e. sorelle io vi ricordo tutte
queste rivoluzioni per mostrarvi che non
esistono rivoluzioni pacifiche, Non esi-
ste rivoluzione dove si porge la guancia
sinistra. Non esiste rivoluzione non violen-
ta, La sola rivoluzione non violenta, è la ri-
voluzione nera. E° la sola che lotta contro
la segregazione nei banchi dei ristoranti,
la segregazione nei giardini pubblici, la
segregazione nei lavatoi e nei gabinetti
pubblici. Voi potete sedervi a fianco di
un bianco, sul sedile del gabinetto. Ma
questa non è una rivoluzione. La ri-
voluzione è fondata sulla terra. La terra
è il fondamento di ogni indipendenza. La
terra è il fondamento della libertà, della
giustizia e dell’eguaglianza,
L'uomo bianco sa cos'è una rivoluzione.
Sa che la rivoluzione nera è internazio-
nale per portata e natura. La rivoluzio-
ne nera sta spazzando l’Asia e l'Africa,
alza la testa in America Latina. La ri.
voluzione cubana, ecco una vera rivolu-
zione. Essi hanno rovesciato il sistema. La
rivoluzione è in Asia, la rivoluzione è
in Africa e il bianco grida di paura per.
chè vede la rivoluzione in America La-
tina. Come pensate che reagirà nei vo-
stri confronti quando avrete capito che
cos'è una vera rivoluzione? Voi non sa-
pete cos'è una rivoluzione. Se lo sapeste,
non usereste questa parola,
RIS
Non comunicheremo mai se parliamo
una lingua mentre il nostro interlocutore
ne parla un’altra. Egli usa con noi il lin-
guaggio della violenza mentre noi ci per-
diamo in povere proposte pusillanimi,
immaginandoci che egli stia per capirci.
Impariamo a parlare il suo linguaggio.
Se parla con il fucile, impariamo il lin-
guaggio dei fucili. Sì, ho detto bene: se
egli non capisce che il linguaggio dei fu-
cili prendete un fucile, se egli non capi-
sce che la lingua dei capestri, prendete un
capestro. Ma se volete stabilire una rea-
le comunicazione, non perdete il vostro
tempo a parlare al vostro interlocutore
una lingua che non capisce. Parlate la sua
lingua, non c'è nulla di male in ciò.
* * *
Stiamo vivendo in un’epoca rivoluzio-
naria, e la rivolta dei negri americani è
parte integrante della ribellione contro
l'oppressione e il colonialismo che ca-
ratterizzano la nostra epoca (...).
Si sbaglierebbe a definire la rivolta dei
negri come un semplice conflitto razzia-
le tra neri e bianchi, o come un proble-
ma puramente americano, Al contrario,
assistiamo oggi alla ribellione generale
degli oppressi contro i loro oppressori, de-
gli sfruttati contro i loro sfruttatori.
La rivoluzione nera non è una rivolta
razziale. Noi vogliamo praticare la fra-
ternità rispetto a chiunque sia veramente
disposto a vivere nella fraternità. Ma
l’uomo bianco ha per lungo tempo pre-
dicato una falsa fraternità che non con-
duce a molto di più che alla sotto-
missione dei negri al loro destino...
Le nazioni industriali dell’Occidente
hanno deliberatamente messo i negri
sotto il giogo per motivi economici. Que-
30
sti criminali internazionali hanno preso
con la forza il continente africano per
alimentare le loro industrie e sono re-
sponsabili del basso livello di vita di
tutta l'Africa.
pk A)
Mai mi sono addossato la responsabi-
lità, nè il credito, della posizione presa
dalle nazioni africane. Oggi le nazioni
dell’Africa sono rappresentate da uomi-
ni di stato intelligenti. Era soltanto una
questione di tempo: essi dovevano finire
per comprendere che era loro necessario
intervenire in. favore dei ventidue milioni
di africani neri che sono loro fratelli
e loro sorelle.
D'altra parte, ciò dimostra ampiamen-
te perchè il nostro problema debba es-
sere internazionalizzato. Attualmente, le
nazioni africane esprimono il loro pen-
siero e legano il problema del razzismo
nel Mississipi al problema del razzismo
nel Congo, così come al problema del
razzismo nel Vietnam del Sud. Tutto que.
sto è razzismo. Tutto questo fa parte del
nefasto sistema razzista di cui si ser-
vono le potenze occidentali da qualche
secolo per mantenere nell’avvilimento, nel.
lo sfruttamento e nell’oppressione gli
abitanti dell’Africa, dell’Asia e dell’Ameri-
ca Latina.
Quando i popoli che vivono in tutti
questi paesi cominceranno ad accorger-
si che hanno tutti lo stesso problema,
quando i ventidue milioni di americani
neri si accorgeranno che noi abbiamo lo
stesso problema degli oppressi del Viet-
nam del Sud, del Congo e dell'America
Latina saremo in grado — dato che gli
oppressi costituiscono la maggioranza e
non la minoranza a questo mondo — di
guardare in faccia il nostro problema
come una maggioranza capace di riven-
dicare e non più come una minoranza
ridotta a elemosinare.
* x.X
Ciò che penso della Cina Rossa in rap-
porto agli afro-americani? Ebbene io pen-
so che è giusto che esistano su questa
terra dei centri di potere che non rice-
vono ordini da Parigi, da Londra, o da
Washington. Io penso che l’esistenza, sul
continente africano o sul continente asia-
tico, di un potere capace di agire in mo-
do indipendente ci è più utile...
Inoltre durante il mio soggiorno nel
Ghana, in maggio, quindi in occasione
del mio secondo soggiorno in Africa,
qualche settimana fa, ho avuto l’occasio-
ne di pranzare con l’ambasciatore della
Cina nel Ghana. Quando dico ’l’amba-
sciatore della Cina’ io non penso all’am-
basciatore di Chiang-Gai-Shek. Io ho pran-
zato con un ambasciatore della Cina
che rappresenta circa settecento milioni
di persone e mi è parso molto intelli-
gente e bene informato,
Si comportava più umanamente di nu-
‘merosi americani che ho incontrato. Egli
era bene informato del problema che noi
abbiamo qui. Non suggeriva proposte raz-
ziste, o fanatiche, o irrealiste; egli pa-
reva farsi delle cose un'idea molto obiet-
tiva e non parlò come un nemico dei
bianchi. D'altra parte mi disse che biso-
gnerebbe essere idioti per fare del razzi-
smo o per lasciarsi trasportare su posi-
zioni razziste.
Ecco cosa m'ha detto un ambasciatore
della Cina, che la stampa americana tenta
di far passare per il rappresentante di
un paese che fa esclusivamente commer-
cio di razzismo. Se avesse voluto fare im-
pressione su di me, poichè aveva sentito
dire che io sono razzista — visto che è
il solo nome che essi mi danno — egli
avrebbe dovuto farmi delle proposte raz-
ziste. Al contrario egli mi diceva che non
è né utile né intelligente adottare una.
posizione razzista, perchè non è difen-
dibile. Ed è vero. E' impossibile difende-
re una posizione razzista, poiché non la
si può fondare su niente,
* x *
Sta di fatto che la maggior parte dei
paesi dell’America del Sud sono satelliti
degli Stati Uniti. Ma non c’è di che
vergognarsene. Questo paese ha trasfor-
mato Krusciov in satellite e gli ha fatto
perdere il posto. Ai giorni nostri tutti
diventano satelliti.
Ebbene. Studiate le relazioni fra gli
Stati Uniti e la Russia da quattro o cin-
que anni e vedrete che gli Stati Uniti
sono quasi riusciti, con le loro manovre,
a trasformare la Russia in satellite, I
Russi hanno dovuto sbarazzarsi di Kru-
sciov per ritrovare un po’ di indipendenza.
Lo dico più obiettivamente che posso.
Io non cerco di attaccare chicchessia.
Non ho il minimo conto da regolare. Non
faccio che esprimere l’opinione che mi
sono fatto durante i miei viaggi attraver-
so il mondo osservando e aprendo le
orecchie.
Ai giorni nostri, si diventa facilmente
satelliti senza nemmeno rendersene con-
to. Questo paese sarebbe capace di se-
durre perfino Dio. E così: esso possiede
un grande potere di seduzione — il po-
tere del Dollarismo. Voi potete ben ma-
ledire il colonialismo, l'imperialismo, tut-
ti gli ‘ismi’ riuniti, ma vi è difficile ma-
ledire il Dollarismo. Quando riversano su
di voi i loro dollari, la vostra anima se
ne va al diavolo.
Vocali
Non è il presidente ma il sistema che
può sostenervi od opprimervi. Questo si-
stema non governa solo l'America ma il
mondo intero. Ai giorni nostri chi briga
per la presidenza degli Stati Uniti, non
conduce la campagna solamente per que-
sto; bisogna che egli possa essere accet-
tato dalle altre parti del mondo sulle qua-
li si esercita l'influenza degli Stati Uniti,
Se Johnson si fosse presentato da solo,
nessuno lo avrebbe voluto. La sola cosa
che l’ha fatto accettare al mondo, è l’astu-
zia dei capitalisti e degli imperialisti i
quali sapevano che la gente non corre
a gettarsi negli artigli della volpe se non
si mostra loro un lupo. Così essi hanno
trovato per Johnson un concorrente che
incutesse paura, e a tal punto che il mon-
do intero, ivi compresi alcuni che si dico-
no marxisti, hanno auspicato la vittoria
di Johnson sul Goldwater.
Dico questo: quelli che si pretendono
nemici del sistema speravano di tutto
cuore nell’elezione di Johnson, perchè è
detto ‘uomo di pace’. Ma nel medesimo
istante le sue truppe invadevano il Congo
e il Vietnam del Sud! Egli aveva delle
truppe anche nei settori dai quali gli al-
tri imperialisti si erano ritirati. Il ‘pea-
ce corps’ per la Nigeria, i mercenari per
il Congo!
carmichael - INTERVENTO ALL’OLAS
(traduzione condotta sul testo inglese
pubblicato da WORLD OUTLOOK, Lon-
dra, settembre 1967)
Vi salutiamo come dei compagni per-
chè diventa ormai sempre più chiaro
che noi prendiamo parte con voi ad una
lotta comune, avendo un comune nemico.
Il nostro nemico è la società imperiali.
stica occidentale (usiamo il termine so-
cietà bianca occidentale in opposizione
a civiltà bianca occidentale. L’occidente
non è mai stato civilizzato e non ha di-
ritto di parlare di sè stesso come civil-
tà). Noi lottiamo per rovesciare questo
sistema che si nutre e si espande attra-
verso lo sfruttamento economico e cul.
turale dei non bianchi, dei non occiden-
tali, cioè del Terzo Mondo.
Abbiamo in comune con voi anche la
idea della società umana da realizzare
al posto di quella esistente, Cerchiamo
insieme a voi le basi di potere del mon-
do dove il genere umano sarà in posses-
so delle risorse delle proprie nazioni in-
vece di consegnarle a rapinatori stranie-
ri, dove le civiltà potranno mantenere la
loro sovranità culturale invece di essere
sottomesse a dominatori che impongono
le loro corrotte culture, a quelle civiltà
che intendono dominare.
La società anglo-americana è riuscita a
mantenere tutti noi oppressi del Terzo
Mondo divisi e dispersi. Essa fa questo
per la sua sopravvivenza voichè se noi
sentissimo la nostra unità noi conosce-
remmo la nostra forza. Specialmente su
questo continente, dove gli anglo-ameri-
cani sono una minoranza, essi sono riu-
sciti in centinaia di anni ad impedire a
tutti noi oppressi di renderci conto del-
la nostra comune condizione. Ma l’appel.
lo di Che Guevara per una lotta conti-
nentale contro un comune nemico aiuta
a superare questa divisione fra coloro
che si oppongono all’imperialismo occi-
dentale. Parliamo con voi, compagni, per
dirvi che comprendiamo come i nostri
destini siano intrecciati. Il nostro mondo
può essere solamente il Terzo Mondo, la
nostra sola lotta per il Terzo Mondo, la
nostra sola prospettiva quella del Terzo
Mondo. Fino a poco tempo fa, la mag-
gior parte degli afro-americani pensava
che il modo migliore per alleviare la
sua oppressione sarebbero stati dei ten-
tativi di integrazione nella società ame-
a. Molti di noi credevano che se
ressimo potuto usufruire di luoghi pub-
blici negli ‘Stati Uniti (quali motels, ho-
tels e ristoranti) la nostra condizione
sarebbe migliorata, Questo fu l’atteggia-
mento caratteristico del movimento per
i diritti civili e chiaramente manifesta il
carattere borghese di quel movimento.
Solo la borghesia ha interesse alla uti-
lizzazione di questi alloggi pubblici. Al
contrario le masse afro-americane non
‘hanno impieghi, case decenti nè denaro
per poter andare in ristoranti hotels. mo-
tels ecc. Il «Movimento per i diritti ci-
vili» non coinvolgeva attivamente le mas-
se perchè non si rivolgeva ai bisogni del-
le masse, Nondimeno il « Movimento per
i diritti civili » rappresentò l’inizio e poi-
chè i suoi obiettivi incontrarono resisten-
za, negli Stati Uniti fu messo a nudo un
profondo razzismo che prima era scono-
sciuto. Si era creduto che gli obiettivi
del « Movimento per i Diritti Civili » fos-
sero facilmente realizzabili poichè la Co-
Stituzione degli Stati Uniti li sosteneva.
Tuttavia migliaia di afro-americani veni-
vano incarcerati, intimiditi, picchiati ed
alcuni uccisi durante le agitazioni per
quei diritti garantiti sì dalla Costituzione
ma valevoli solo per i bianchi.
Alla fine il Congresso degli Stati Uniti
approvò una legge sui diritti civili ed
una legge sul diritto di voto che ci da-
vano l’assicurazione di avere quei diritti
per i quali avevamo lottato, Tuttavia in
quel periodo una parte sempre maggio-
re di noi si rendeva conto che i nostri
problemi non sarebbero stati risolti con
l'emanazione di queste leggi.
Infatti queste leggi non risolvevano i
nostri problemi poichè essi nascevano
dal sistema capitalista e non potevano
quindi essere alleviati all'interno di quel
sistema. Le masse americane erano ri-
maste al di fuori del movimento per i
diritti civili.
Per quattro anni esse rimasero ad a-
spettare se qualche cambiamento signi-
ficativo fosse risultato dalle dimostra-
zioni non violente. Fu evidente che nien-
te sarebbe cambiato e nell'estate 1964,
solo due settimane dopo l’emanazione
della legge per i diritti civili, scoppiò
la prima delle nostre rivolte, diventate
ora più di un centinaio. L’anno seguente,
lo stesso anno che si attuava la legge
sul diritto di voto, ebbe luogo a Watts
una delle maggiori rivolte.
Si trattava di insurrezioni violente nel-
le quali gli afro-americani si battevano
in sparatorie con poliziotti e truppe ar-
mate, bruciavano i negozi e si prende-
vano merci, cibo e vestiario che sono
giustamente nostri e che non abbiamo
mai avuto. Queste rivolte, oggi, stanno
aumentando con intensità e frequenza a
tal punto che ogni grande città ci ha
visti insorgere col motto: *“ Battiamoci
ora o saremo uccisi ”,
«Il Movimento dei diritti civili» non
potè mai attrarre e trattenere i giovani
negri che capivano chiaramente la fero-
cia degli Stati Uniti bianchi e che sono
pronti ad affrontare questa ferocia con
la resistenza armata. Sono i giovani so-
prattutto che hanno quell’odio di cui par-
fa Che Guevara quando dice: «l’odio co-
me elemento della lotta, l’odio inesau-
ribile per il nemico che ci spinge oltre
i limiti naturali dell'uomo e ci trasfor-
ma in una fredda, effettiva, violenta e
selezionata macchina per uccidere ».
Il movimento del Black Power è stato
il catalizzatore che ha riunito questi gio-
vani, il vero proletariato rivoluzionario
pronto a combattere con ogni mezzo ne-
cessario per la liberazione del nostro
popolo. Esponendo le misure razziste e
di sfruttamento che esistono in tutte le
istituzioni USA il potere nero può far
leva solo su giovani studenti negri delle
università di tutta la nazione. Questi
studenti sono stati delusi dall’opinione
che esiste tra i bianchi-americani secon-
do la quale se un negro si educasse e si
comportasse bene, potrebbe abbandona-
re le file degli oppressi ed essere accet-
tato dalla società bianca.
Quest'anno, quando furono provocati
da selvaggi poliziotti bianchi, gli studen-
ti di molte università si batterono men-
tre prima avevano accettato questi inci.
denti senza ribellione. Essendo parte di
queste rivolte, gli studenti cominciano ad
acquistare uno spirito di ‘resistenza’, Es-
si cominciano a rendersi conto che i
bianchi nord-americani potrebbero per-
mettere a molto pochi di loro di inserir-
si ad uno ad uno nella loro società ma
essi risponderebbero con una furia che
rivela la loro vera natura razzista, non
appena i negri si mostrassero solidali e
uniti.
Stiamo accordandoci per controllare
le nostre comunità afro-americane come
voi state muovendovi per strappare il
controllo dei vostri paesi e dell’intero
continente latino dalle mani del potere
imperialista straniero. Per fare questo
c'è una sola strada. Dobbiamo cambiare
l'America del Nord in modo che l’econo-
mia e la politica del paese siano nelle
mani de) popolo. Ci riferiamo particolar-
mente al popolo negro ma è chiaro che
una comunità basata sulla proprietà col.
lettiva di tutte le risorse non può esiste-
re all’interno della presente struttura ca-
pitalistica. Perchè abbia luogo una tra-
sformazione totale, i bianchi devono ca-
pire che la lotta in cui siamo impegnati
è anche la loro lotta. Questo ora non
avviene. Il lavoratore bianco anche se
sfruttato vede il suo interesse legato alla
srtuttura di potere. A causa della natura
razzista di questa nazione noi non pos-
siamo lavorare in comunità bianche: tut-
tavia abbiamo chiesto a quei bianchi che
lavorano con noi di andare nelle loro
comunità, di iniziare un'attività di propa-
ganda ed organizzazione, Quando i lavo-
ratori bianchi capiranno la loro vera si-
tuazione, allora esisterà una possibilità
di alleanza fra noi e loro.
Non possiamo comunque aspettare che
ciò avvenga o disperare se non avviene.
La lotta in cui siamo impegnati è inter-
nazionale. Sappiamo bene che ciò che
accade nel Vietnam ha uno stretto rap-
porto con la nostra lotta qui e che ciò
che noi facciamo ha uno stretto rappor-
to con la lotta del popolo vietnamita.
Ciò è ancora evidente se ci consideriamo
non come afro-americani degli Stati Uni-
ti ma come afro-americani delle due A
meriche.
Al presente momento, la struttura di
potere ha seminato i semi dell’odio e
della discordia tra gli americani e i po-
poli di lingua spagnola nelle grandi città
dove essi vivono. Nello stato della Cali-
fornia i messicani-americani e i popoli
di lingua spagnola sono quasi il 50%
della popolazione, tuttavia ci guardano
con sospetto e a volte con aperta ostilità.
Si tratta del vecchio espediente “ divide
et impera” e noi stiamo lavorando per-
chè ora sia superato.
La settimana scorsa portoricani e ne-
gri sono scesi nelle strade insieme per
combattere contro la polizia; ciò dimo-
stra il nostro successo in questo campo.
Il nostro destino non può essere sepa-
rato da quello dei popoli di lingua spa-
gnola negli Stati Uniti e nelle Americhe.
Non potremo conquistare la nostra vitto-
ria se essi non celebreranno la loro libe-
razione al nostro fianco. La loro lotta è
la nostra lotta.
Ci siamo già impegnati a fare ciò che
ci sarà richiesto per aiutare la lotta per
l'indipendenza di Puerto Rico, e per libe-
rarlo dalla dominazione dei commerci e
dagli interessi militari statunitensi. Noi
guardiamo a Cuba come ad un esempio
carico di speranza nel nostro emisfero.
Non consideriamo la nostra come una
lotta contenuta dentro i confini degli Sta-
ti Uniti quali sono definiti sulle attuali
carte geografiche. Guardiamo invece al
giorno in cui un vero stato USA si esten-
derà dalla Terra del Fuoco all’Alaska e
31
gli oppressi vi vivranno come un: popolo
libero,
Il nostro popolo è una colonia allo
interno degli Stati Uniti e voi siete delle
colonie fuori degli Stati Uniti. Non è un
paradosso dire che le comunità negre in
America sono vittime dell’imperialismo
bianco e dello sfruttamento coloniale.
Questa è una realtà sia in termini econo-
mici che politici.
Siamo più di 30 milioni negli USA: la
maggior parte vive in aree nettamente
definite nelle zone della regione rurale
negra, nelle orrende città del Sud e
sempre più negli ‘slums’ delle città in-
dustriali del Nord e dell'Ovest. Si valuta
che fra 5 o 10 anni 2/3 dei nostri 30 mi-
lioni saranno nei ghetti, cioè nel cuore
delle città. Si uniranno a noi le centinaia
di portoricani, messicani-americani e a-
mericani-indiani. La città americana è es-
senzialmente popolata da persone del
Terzo Mondo mentre la borghesia bianca
fugge dalla città verso la periferia,
In queste città noi non abbiamo il con-
trollo delle nostre risorse. Non control.
liamo la terra, le case e i negozi. Questi
sono in possesso dei bianchi che vivono
fuori della comunità. Queste sono vere
colonie perchè il loro capitale e lavoro
a basso prezzo sono fruttati da coloro
che vivono fuori città, Il potere bianco
fa le leggi e le fa rispettare con fucili e
manganelli posti nelle mani di poliziotti
bianchi razzisti e mercenari negri.
Il sistema capitalistico ha creato que-
ste. zone negre ed ha formalmente stabi-
lito le condizioni del loro stato coloniale
di dipendenza come fu fatto, per esem-
pio, dal governo apartheid dell’Azania
(Sud Africa), che gli USA mantengono
con il loro sostegno.
La lotta per il potere negro in questo
paese è la lotta per liberare queste colo-
nie dalla dominazione straniera. Ma noi
non cerchiamo di creare delle comunità
dove al posto dei governanti bianchi go-
vernanti negri controllino le masse ne-
gre e denaro nero vada nelle tasche di
pochi negri. Vogliamo che il denaro va-
da alla collettività, Noi non vogliamo co-
struire una società capitalistica oppres-
siva tra i negri perchè il capitalismo pèr
sua natura non può creare strutture li-
bere dallo sfruttamento. Stiamo lottando
per la redistribuzione della ricchezza e per
la fine della proprietà privata all’interno
degli Stati Uniti.
Ci si può chiedere come la lotta per
la liberazione di queste colonie interne
si possa inserire nella vostra lotta per di-
struggere l'imperialismo, Esaminando rea-
listicamente le nostre forze noi sappia-
mo che non è possibile per i negri pren-
dere possesso dell’intero paese con le ar-
mi ed occupare vaste aree di terra.
In una nazione altamente industrializ-
zata la lotta è diversa. Il cuore della pro-
duzione e del commercio si trova nelle
città, Noi siamo nelle città. Con le nostre
rivolte siamo diventati una forza distrut-
tiva nel flusso dei servizi, delle merci e
dei capitali,
Dal 1966 il motto della rivolta è stato
‘Black Power’. Questo motto implicava
un’ideologia che le masse capirono istin-
tivamente. Noi siamo oppressi perchè
siamo senza potere e solamente con il
potere potremo prendere decisioni ri-
guardanti la nostra vita e la nostra co-
munità. Coloro che hanno potere, hanno
tutto: quelli che sono senza potere non
hanno niente. Senza potere dobbiamo
elemosinare ciò che ci spetta per diritto.
Con il potere riprenderemo i nostri diritti
originari che ci furono strappati con la
forza,
"Black Power è più che uno slogan.
E un modo di considerare i nostri pro-
blemi e l’inizio per risolverli. Attacca il
32
razzismo e lo sfruttamento, le due corna
del toro che cerca di colpirci.
Gli USA sono un paese razzista. Fin
dall’inizio si fondarono sull’asservimento
del popolo di colore. Gli europei che for-
marono gli Stati Uniti rubarono la terra
e distrussero la popolazione indigena,
gli indiani, obbligandoli a vivere in riser-
ve dove ora costituiscono soltanto lo 0,3
per cento della popolazione totale. Men-
tre stavano compiendo il genocidio degli
indiani, gli Stati Uniti privarono il con-
tinente africano dei suoi nativi portan-
doli nelle Americhe a lavorare come
schiavi.
Naturalmente si deve giustificare il fat-
to di rendere schiavo un essere umano
e gli USA hanno sempre trovato questa
giustificazione nella superiorità dei bian.
chi e nell’inferiorità dei non-bianchi. Ci
chiamano ‘’niggers’; i popoli di lingua
spagnola sono chiamati ‘spicks’; i cinesi
‘chinks’ i vietnamiti ‘’gooks’. Disuma-
nizzando tutti i popoli di colore diventa
giusto, nella mente del bianco, renderli
schiavi, sfruttarli ed opprimerli.
Questo metodo non è stato usato con
successo solo contro di noi, ma dovun-
que vi sono stati dei popoli schiavi, op-
pressi e sfruttati. Possiamo oggi vederlo
in atto nelle scuole di grandi città degli
Sati Uniti dove a bambini portoricani e
messicani non è permesso parlare spa-
gnolo e non viene insegnato loro niente
della loro storia e del loro paese. Ciò è
anche evidente in molte città africane
dove una persona non è considerata edu-
cata se non ha studiato in Francia e se
non parla francese.
Il ‘Black Power’ attacca questo lavag-
gio del cervello col motto: Noi wvoglia-
mo definirci. Non accetteremo più il
fatto che l’uomo bianco ci consideri brut-
ti, ignoranti e senza cultura. Riconosce-
remo la nostra bellezza e la nostra cul.
tura e non ci vergogneremo più di noi
stessi perchè un popolo che prova ver-
gogna di se stesso non può essere libero.
Dato che il nostro colore è stato usato
come un’arma per opprimerci, dobbiamo
far uso del nostro colore come un’arma
di liberazione, Altri popoli hanno fatto
della nazionalità un’arma per la loro
liberazione.
Questa nostra unione fondata sulla raz-
za, fu una parte inevitabile della lotta.
Riconosciamo tuttavia che ciò non è tut-
to ma solo l’inizio necessario. Il ‘Black
Power’ si rende conto che siamo più fa-
cilmente sfruttati in quanto ci fanno
sentire inferiori... Anche se distruggiamo
il razzismo non distruggeremo necessa-
riamente Jo sfruttamento. Per questo dob-
biamo costantemente lanciare un attac-
co a doppio taglio: dobbiamo costante-
mente tenere presenti entrambe le corna
del toro,
Il colore e la cultura furono e sono
basilari nella nostra oppressione. Per
questo la nostra analisi storica ed eco-
nomica si basa su questi concetti. La
nostra analisi storica, per esempio, consi-
dera gli USA concepiti nel razzismo. Seb-
bene anche i primi colonizzatori cercas-
sero di sfuggire l'oppressione e la loro
rivolta armata contro la madre-patria
fosse contro l’aggravarsi del colonialismo,
i colonizzatori europei bianchi non pote-
rono estendere le loro elevate teorie de-
mocratiche agli indiani che sterminavano
sistematicamente espandendosi nell’inter-
no del paese. I primi schiavi furono
portati dall’Africa in quelle stesse città
in cui i colonizzatori fondavano i loro
governi modello basati sulla democrazia
rappresentativa.
Nella nostra analisi economica noi in-
terpretiamo Marx non solamente attraver-
so i suoi scritti ma attraverso i rapporti
che esistono tra capitalismo e gente
di colore. Il movimento sindacale degli
USA sebbene inizialmente contasse vali-
di organizzatori nella lotta contro l’asso-
luto controllo dell'economia da parte dei
padroni dell’industria, lottò solamente ed
essenzialmente per l'aumento dei salari.
Quei pochi che intesero estendere la lot-
ta per dare agli operai il controllo del-
la produzione, non riuscirono mai a dif-
fondere questa prospettiva globale fra
la base, Questo movimento non chiede
agli industriali di abbandonare il loro
controllo. ma semplicemente di concede-
te una parte maggiore dei frutti di que-
sto controllo. A differenza di noi, esso
non si pone il problema della redistri-
buzione della ricchezza all'interno degli
Stati Uniti.
In tale modo gli Stati Uniti anticipa-
rono la profezia di Marx ed evitarono
l'inevitabile lotta di classe all'interno del
paese espandendosi nel terzo mondo e
sfruttando le risorse e il lavoro coatto
della gente di colore.
I capitalisti USA non ridussero mai i
loro profitti per dividerli con gli operai.
Al contrario la loro espansione interna-
zionale è servita a gettare i rifiuti dei
loro profitti alla classe operaia ame-
ricana.
La classe operaia americana gode dei
frutti del lavoro dei lavoratori del Ter-
zo Mondo. Il proletariato è il Terzo Mon-
do: la borghesia è la società bianca oc-
cidentale,
I veri rivoluzionari potenziali in que-
sto paese sono i giovani negri del ghetto.
Coloro che hanno sviluppato la rivolta
nelle città sono comunità afro-america-
ne e latine le cui rivolte passate hanno
dato alle nostre insurrezioni insegnamen-
ti importanti circa il modo di compor-
tarsi di fronte alla reazione armata del
governo.
Queste rivolte non dovrebbero essere
prese alla leggera. Negli ultimi tre anni
ci sono state più di un centinaio di ri-
volte nelle colonie interne degli Stati
Uniti. Senza dubbio esse vengono pre-
sentate come ”disordini di poca impor-
tanza iniziati da pochi malcontenti”. In
realtà si tratta di rivolte importanti cui
partecipa un gran numero di persone e
che stanno sviluppando uno spirito di
resistenza.
E’ con estremo interesse che noi no-
tiamo come gli Stati Uniti tentino con
tutti i mezzi di prevenire le lotte di li-
berazione che si stanno estendendo in
tutto il Terzo Mondo. Ma, in particola-
re, sappiamo che gli Stati Uniti temono
moltissimo le lotte di liberazione in que-
sto continente. Per difendere la propria
posizione geografica, gli Stati Uniti devo-
no possedere l'America Latina economi-
camente, politicamente e culturalmente.
Gli anglo-americani non vogliono resta-
re isolati su un continente ostile.
Il ‘Black Power’ non affronta solamen-
te il problema dello sfruttamento ma an-
che quello dell’integrità culturale.
L'imperialismo ha imposto dovunque
con la forza la sua cultura obbligando
gli altri popoli ad adottare la sua lingua
e il suo modo di vivere. Quando gli schia-
vi africani furono portati in questo pae-
se, gli angloamericani capirono che to-
gliendo agli africani la loro lingua, a-
vrebbero spezzato proprio ciò che li te-
neva uniti e in lotta. Agli africani era
proibito parlare tra loro nella loro lin-
gua e se lo facevano erano selvaggiamen-
te messi a tacere.
La società occidentale ha, sempre ca-
pito l’importanza del linguaggio per la
coscienza e l’integrità culturale di un
popolo. Nel Terzo Mondo ha imposto
il proprio linguaggio. A Puerto Rico
dove l’imposizione culturale yankee rag-
giunge la punta massima, l’inglese è in-
segnato in tutte le scuole superiori per
3 anni, lo spagnolo per due,
La società anglo-americana ha appreso
altre lezioni preziose dalla schiavitù de-
gli africani in questo paese. Se si sepa-
ra una famiglia, come fu fatto per gli
schiavi, si indebolisce la sua resistenza.
Ma la separazione può essere spinta ol.
tre. Prendi alcuni schiavi dei più debo-
li e trattali come animali prediletti e, nel
far questo, concedi le tue preferenze a
quelli dalla pelle più chiara (nati dalla
violenza del padrone sulla donna afri.
cana). Dà loro le briciole del padrone ed
i vestiti smessi ed egli avrà paura di
perdere questi piccoli vantaggi. Usa quin-
di i suoi timori per fargli riferire le
attività dei negri malvagi, le rivolte in-
combenti e le insurrezioni. Divisione e
sospetto saranno così seminati tra gli a-
fricani. Essi lotteranno tra di loro in-
vece di unirsi a combattere il loro op-
pressore,
Gli odierni discendenti degli schiavi
africani portati in America sono stati
allontanati dalle loro radici culturali e
nazionali.
Ai bambini negri non si insegna la
gloria della civiltà africana nella storia
del genere umano, ma l’Africa viene lo-
to dipinta come il Continente Nero abi-
tato da selvaggi cannibàli. Non si parla
loro delle migliaia di martiri negri che
morirono resistendo ai padroni bianchi
che li facevano schiavi. Non si parla lo-
ro delle numerose insurrezioni e rivol-
te in cui centinaia di africani rifiutarono
di sottomettersi alla schiavitù. Al contra-
rio, i loro libri di storia parlano di schia-
vi felici che cantano nei loro campi, con-
tenti della loro nuova vita. Quei ‘pochi’
schiavi che opposero resistenza sono
chiamati ‘disturbatori’, ‘malcontenti’
‘pazzi’.
IT bambini negri nell'America del Nord
crescono aspirando solamente ad entra.
re nella società bianca e ciò non so-
lamente perchè i bianchi mangiano me-
glio, hanno case e vestiti migliori ed
‘un più alto tenore di vita, ma perchè
sono stati bombardati dai mezzi di co-
municazione controllati dai bianchi ed
educati da insegnanti negri con menta-
lità di bianchi (i nostri piccoli yankees)
a pensare che il bianco E’ migliore, il
bianco è bello, Per avere successo si
devono acquisire le caratteristiche soma-
tiche anglosassoni, il modo di parlare e
le aspirazioni, e questo perfino all’inter-
no della. comunità negra.
Il bianco non ha quasi mai bisogno
di fornire di agenti di polizia le sue
colonie all’interno perchè egli ha sac-
cheggiato la cultura e reso schiave le
menti della gente di colore tanto da pa-
ralizzare la loro resistenza con l’odio
per se stessi,
Importante nel Terzo Mondo è perciò
lottare per l’integrità culturale. Dovun-
que la società occidentale sia andata, co-
me dice Frantz Fanon, ha imposto la
sua cultura con la forza.
Attraverso la forza e la corruzione (po-
che briciole a pochi piccoli yankees) la
gente di un paese conquistato comincia
a credere che la cultura occidentale sia
migliore della sua. I giovani lasciano da
parte la ricchezza della loro cultura in-
digena per prendere l’appariscente cul-
tura occidentale. Si vergognano della
loro provenienza e inevitabilmente posso-
no essere solo intrappolati in una vita
di odio per se stessi e di ricerca perso-
nale di guadagno,
In tal modo l’occidente prende in trap-
pola tutti i popoli con poca resistenza.
Una delle nostre maggiori battaglie è
quella di sradicare i valori occidentali
corrotti e la nostra resistenza non può
prevalere se la nostra integrità cultura-
le non è ripristinata e mantenuta.
Attraverso la storia del nostro popolo
noi abbiamo imparato che le nostre e le
vostre lotte sono uguali.. Abbiamo diffi-
coltà ad avere informazioni su quanto
accade nei vostri paesi. Non sappiamo
nulla dei vostri eroi, delle vostre batta-
glie e vittorie.
Stiamo lavorando ora per sviluppare
la coscienza degli afro-americani in sen-
so internazionalista. Gli Stati Uniti te-
mono ciò più di qualsiasi altra cosa, non
solo perchè una tale coscienza distrug-
gerebbe all’interno della comunità ne-
gra il complesso di inferiorità tanto col-
tivato dagli afro-americani, ma perchè
sanno che quando il negro si renderà
conto che gli sforzi contro-rivoluzionari
di questo paese sono diretti contro i
suoi fratelli, egli non vi prenderà più
parte. Allora diventerà evidente al mon-
do che le guerre imperialiste sono guer-
re razziste,
L’anno scorso abbiamo costituito un
movimento di resistenza negra contro
l'arruolamento non solo perchè siamo
contrari a che i negri combattano con-
tro i loro fratelli vietnamiti ma anche
perchè siamo certi che il prossimo Viet-
nam sarà su questo continente. Forse in
Bolivia dove ci sono speciali forze, forse
in Guatemala o in Brasile, in Perù o nel
la Repubblica Dominicana.
Gli afro-americani hanno cercato per
quattro anni di coesistere pacificamente
all’interno di questo paese. Non è ser-
vito a nulla.
La nostra storia dimostra che la ri-
compensa per aver tentato di coesistere
pacificamente è stato l'assassinio fisico
e psicologico del nostro popolo. Siamo
stati bruciati, le nostre case sono state
bombardate e Je nostre chiese bruciate.
Ora siamo fucilati nelle strade come ca-
ni da poliziotti razzisti bianchi e non
possiamo più accettare questa oppressio-
ne senza ricompensa. Dobbiamo unirci
a coloro che vogliono la lotta armata
nel mondo,
Sappiamo che coll’estendere la nostra
resistenza ed internazionalizzando la co-
scienza del nostro popolo come ci ha
insegnato il nostro fratello martire Mal-
colm X si verificherà una rappresaglia da
parte del governo come accadde a lui.
Mentre cresce la lotta per la resistenza
ci rendiamo conto della realtà delle pa-
role di Che Guevara che ”la lotta non sa-
rà una semplice battaglia per le strade
ma sarà lunga ed aspra”. Alla fine, la
nostra comune fratellanza ci sostiene
tutti dato che lottiamo per la nostra li-
berazione con tutti i mezzi necessari.
Potere nero, perciò significa che noi
consideriamo noi stessi come parte
del Terzo Mondo e la nostra lotta stret-
tamente connessa alle lotte di libera-
zione nel mondo, Dobbiamo agganciarci
a queste lotte e domandarci per esempio
quale sarà il ruolo degli Stati Uniti e de-
gli afro-americani quando .il popolo ne-
gro dell’Africa comincerà a lottare a
Johannesburg o quando i latino-ameri-
cani si ribelleranno.
E’ inevitabile che gli Stati Uniti com-
battano per proteggere i loro interessi
finanziari nel Sud Africa e in America
Latina, cioè per proteggere i governanti
bianchi di quei paesi. I negri degli Sta.
ti Uniti hanno dunque la responsabilità
di opporsi o almeno di neutralizzare que-
sta azione degli Stati Uniti.
Questo non è che un esempio di molte
situazioni simili che sono già sorte nel
mondo e di altre che verranno,
C'è solo un posto per i negri-ameri-
cani in queste lotte: a fianco del Terzo
Mondo. Frantz Fanon nei « Dannati del.
la Terra» espone chiaramente i motivi
di ciò e che cosa significa la nascita di
queste nuove forze nel mondo: ”Deci-
diamoci a non imitare gli europei, cer-
chiamo di creare l’uomo integrale che
l'Europa è incapace di far nascere trion-
falmente. Due secoli fa l’ultima colonia
europea decise di mettersi allo stesso
livello dell'Europa. Vi riuscì così bene
che gli Stati Uniti sono diventati un mo-
stro in cui le infezioni, le malattie e la
inumanità dell'Europa sono cresciuti fino
a dimensioni spaventose. "Oggi il Terzo
Mondo affronta l'Europa come una co-
lossale massa il cui apporto dovrebbe
essere il tentativo di risolvere i proble-
mi cui l'Europa non è stata capace di
trovare una risposta... »,
E’ un problema del Terzo Mondo quel-
lo di iniziare una nuova storia dell’uo-
mo, una storia che terrà in considerazio-
ne i contributi dati dall'Europa, ma non
dimenticherà i crimini dell'Europa e il
più terribile di questi, commesso nel
cuore stesso dell'uomo, con la patologi-
ca lacerazione delle sue funzioni e la
distruzione della sua unità.
Non si tratta naturalmente di un ri-
torno alla natura; è semplicemente un
problema concreto di non condurre gli
uomini verso la mutilazione, di non im-
porre alle menti ritmi che ben presto
le oscurino e le distruggano.
Il pretesto di raggiungere lo stesso li-
vello europeo non deve essere usato per
spingere l’uomo qua e là, per strappar-
lo da se stesso e dalla propria identità,
per ucciderlo. Noi non vogliamo raggiun-
gere nessuno, vogliamo solo andare avan-
ti sempre, giorno e notte, con l’uomo,
con tutti gli uomini...
williams - NERI E BIANCHI:
QUALE UNITA’?
(dal periodico THE CRUSADER, di.
retto da R. Williams, Pechino, marzo 1967)
Fin dalla nascita del nuovo movimen-
to del Black Power, da molte parti sorge
il problema del ruolo dei bianchi rivolu-
zionari nel nuovo stato di cose, Alcuni
pensano che la lotta del Black Power
estrometta i radicali bianchi dall’associa-
zione alla rivolta. Molti eccessivamente
induriti dal tradimento e dalla slealtà
bianca nel passato, ma in questo giusti-
ficabili, si oppongono risolutamente a con-
cordare un’azione anche limitata con
membri della razza speciale privilegiata.
Sfortunatamente la gran parte dei bian-
chi nell'America razzista è incline ad un
furioso razzismo. Questa è una continua
tragedia nazionale che non può essere
dissimulata e considerata con leggerezza.
Tuttavia rimane il fatto che esistono
sempre eccezioni alla regola. Ad esem-
pio: sebbene il nostro popolo sia impe-
gnato in una eterna e crudele lotta per
i diritti civili e la sopravvivenza, le no-
stre file sono infestate di Giuda Negri.
Essi non si identificano con la nostra
causa ma con la causa dei nostri oppres-
sori. Molti di questi mercenari negri
venderebbero le loro madri per 30 dena-
33
ri:d’argento-e -per una manata sulla spal
la-»*dei signori ‘’bianchi...Sono la peggior
‘specie .. di porci: umani che abbiano. mai
«calpestato .il suolo terrestre. Essi. dovran-
no -affrontare ‘un severo giudizio il. gior-
no in. cui i deboli erediteranno la: terra.
D'altra. parte, invece, ci sono dei bianchi
eccezionali disposti a mettere. la. loro vita
e i loro beni al servizio della giustizia
sociale: e: dell’uguaglianza. Nessuno po-
trebbe . mettere in dubbio la sincerità. di
John;:Brown.e ..solo' un cinico della peg-
gior -sorte lo farebbe, C’è.un piccolo grup-
po di..bianchi, radicali che sostennero. la
nostra. lotta a. Monroe :(North Carolina).
‘Quando fra.i leaders. rimasi praticamen-
te ‘solo è ordinai agli Afro-americani' l’au-
todifesa armata, alcuni. dei nostri primi
fucili .furono comprati con..contributi. di
bianchi di ‘elevati principi. Quando diven-
tai apertamente nazionalista riegro anche
se. alcuni mi abbandonarono, un gruppo
rimase. Essi mi sostennero in..ogni modo
è non ‘cercarono mai di impormi ura li.
nea. d'azione politica. Mi hanno sostenuto
coerentemente in ciò a cui credo senza
cercare di cambiarmi. e senza. mostrare
unò sciovinismo paternajistico,
Quelli che sono stati con.me fin dall’ini-
zio sanno. che il mio Nazionalismo. Negro
si. sviluppò come .triste risultato del fal-
limento dell’integrazione. Essi sanno che
si. sviluppò attraverso una lunga serie, di
fallimenti che risultarono. dal tradimento
dei liberali. bianchi, Ebbi le prime espe-
rienze . attraverso. la. mia attività nel
NAACP, negli Human «Relations: Councils
e. nella: Unitarian Church integrata. Per
la prima volta attraverso questi tentativi
capii la. vera natura ed il tradimento del
nazionalismo bianco mascherato. Mi resi
conto che .la stragrande maggioranza dei
bianchi ‘liberali e pseudo-sinistri non con-
siderava. di primaria importanza la no-
stra sofferenza e. quindi non desiderava-
no far ricorso ai metodi severi .che sono
indispensabili. per. sollevare il. nostro po-
polo brutalmente oppresso. Essi si preoc-
‘cupavano solo di fare . appelli. legalistici
“e morali ‘alla coscienza della nazione già
Tee insensibile da molti secoli di bar-
arie.
‘(Capii ‘che, in quanto oppressi, doveva-
mo prendere il destino nelle nostre. mani.
Dobbiamo combattere per. noi stessi ‘ed
inventare e .determinare i nostri stessi
metodi di lotta..Non è un puro caso che
«da quando. molti bianchi liberali sono
stati destituiti dal loro posto di leaders,
la nostra lotta. diventa. sempre più mili-
tante e stiamo incominciando ad identi-
ficarci sempre più con i popoli rivoluzio-
nari dell'Africa, dell'Asia e dell'America
Latina. Se vogliamo cambiare il vecchio
ordine, che è razzista ed oppressivo, pri-
ma di tutto dobbiamo essenzialmente con-
tare sui nostri sforzi. Dobbiamo guidarci
da soli. Dobbiamo avere la volontà di
sostenere questo: sforzo da soli se ne-
cessario: tuttavia abbiamo. bisogno di al.
leati e dobbiamo cercarli. Siamo stanchi
di grandi padri e padroni bianchi. Ne
abbiamo avuto abbastanza di loro.
Ci sono alcuni bianchi nell'America
razzista che personificano lo spirito di
John Brown. Alcuni bianchi hanno saputo
trascendere la barriera psicologica del
razzismo e del nazionalismo bianco. Gli
Afro-americani stanno affrontando dei
giorni difficili e sanguinosi nell'America
razzista, Il. nostro popolo deve esplorare
nuove aree per trovare amici ed alleati.
Ci. sono bianchi in Australia, Nuova Ze-
landa, Canada ed Europa che si oppon-
gono come noi ai metodi barbari dei pa-
droni yankees. La tragedia è che non c'è
nessun coordinamento tra gli Afro-ameri-
cani e questi popoli. Con lo svilupparsi
del. Nazionalismo Negro siamo più incli
ni a considerare come un nemico l’uomo
bianco in quanto tale piuttosto che i
34
suoi pensieri e le sue azioni. Il campo
d’azione e i contatti degli Afro-americani
sono limitati. a causa della lunga schia-
vitù nell'America selvaggia. In una certa
misura la personalità del Negro -Ameri-
cano. sì. è deformata come risultato di una
vita nella società della giungla dove qua-
si ogni individuo - bianco è. una società a
sé, avidamente impegnato nel compito di
preservare uno status quo. che. disuma-
nizza e brutalizza tutto il popolo di colo-
re, Nell’America. razzista il nazionalismo
‘bianco trascende tutte le barriere di clas-
se, politiche e religiose. Come. risultato
di una vita in'un ambiente così ostile,
per risolvere. il. problema della soprav-
vivenza, i negri americani si sono creati
certi meccanismi di difesa. Sono natural.
mente sospettosi e. paurosi della figura
del bianco, essendo. stati. per così lungo
tempo le vittime. indifese ed inermi. del-
la tirannia e del tradimento bianchi. .
Per quanto riguarda il ‘problema ‘del.
l’unità tra bianchi: e negri in: una col.
lettività. integrata nell'America - razzista,
questa non’ è fattibile al momento... In
questo . frangente. - dello ‘ sviluppo. storico
dell'America; le divergenze psicologiche,
sociologiche, economiche-e culturali sono
troppo grandi tra.le razze. La psyche ne-
gra si è formata attraverso ere. di oppres-
sione, che i bianchi hanno fondato. sulla
loro superiorità, mentre la .psyche dei
bianchi si è creata attraverso ere di abu-
so e di oppressione dei negri considera-
ti come inferiori. La maggior parte dei
bianchi si identifica tuttora con. la strut-
tura. .di.. potere . razzista ed imperialista,
mentre la maggior parte dei negri non
si fa più.illusioni su. tale. struttura ©
vuole. o. mutarla o. distruggerla. La .pre-
senza. o la partecipazione bianca nell’at-
tività. dei. militanti negri ha un effetto
frenante. Ciò non. significa che non c’è
posto .0 compito per il bianco .radicale
nella. lotta per la libertà. A causa della
crudele e intollerabile oppressione, i ne-
gri sono più inclini ad accettare rimedi
rivoluzionari per curare i mali sociali che
ora infestano. la società imperialista. nel.
la fase della sua decadenza, In questa
fase, sono necessarie tra le masse bian-
che più educazione. e più discussione,
considerando che la grande maggioran-
za dei bianchi possono condurre. cam-
pagne di discussione ed educazione tra
di loro. A questo punto il più grande aiu-
to che i radicali bianchi possono rende-
re ai militanti negri è perciò quello di
condizionare i bianchi per una azione
unitaria con i negri, su basi uguali, in
un immediato futuro. I bianchi sono ri-
luttanti a lavorare tra loro, mentre ‘sen.
tono un’esagerata passione ad andare nel
ghetto negro con uno spirito missionario.
Sentirsi obbligati ad assolvere un com-
pito missionario tra gli oppressi piutto-
sto che tra gli oppressori è un modo sba-
gliato di reagire all’ingiustizia sociale. E°
un modo di rispondere ai sintomi piut-
tosto che alle cause. L’unità dovrebbe
essere basata su obiettivi comuni e sul
reciproco rispetto.
All'estero, i bianchi possono dare im-
mediato e concreto sostegno rendendo
noti i crimini razziali dell’imperialismo
USA e invitando i più autorevoli rappre-
sentanti del ghetto a spiegare la vera na-
tura del loro problema e della loro lotta.
Essi possono offrire una tribuna interna-
zionale alle masse negre, aiutarle a ren-
dere pubbliche le lotte, impegnarsi a so-
stenere dimostrazioni contro le ambascia.
te USA, iniziare attività concordate e da-
re sostegno finanziario e morale quando
possibile.
Il razzista bianco sta inviando i suoi
emissari tanto bianchi quanto negri at-
traverso il mondo per mascherare il suo
razzismo. Egli vuole coprire i suoi atroci
crimini contro gli indiani americani, i
razzista, per sostenere il. suo dise
messicani «americani, i portoricani,. gli
afro-americani ed altre minoranze, -Egli
sta lottando. per -conquistarsi. la gente di
colore .di tutto: il mondo e sta -tentando
di creare una amicizia bianca universale
‘basata sul nazionalismo bianco. E’ .stato
perfino capace di ottenere: l’appoggio, .dei
‘bigs’ russi. nella grande alleanza bianca
per: riplasmare il mondo, ad .immagine
dell'America... Questo fa. parte della. guer-
ra psicologica dell'America imperialista e
0: mili-
tare di conquista del mondo. . Gli. ameri-
cani negri devono. risolutamente sventa-
re questo disegno criminoso. ed unirsi, con
tutti coloro che desiderano unirsi . con
noì, senza riguardo alla. nazionalità o al
colore per far fronte alla sfida degli yan-
kees, denunciando davanti a tutto il mon-
do la sua selvaggia e sinistra natura. Gli
afro-americani hanno un vantaggio che
molti stranieri. antimperialisti non’ han-
no mai avuto: il nostro popolo ha cono-
sciuto, la. supremazia bianca . della béstia
yankee ed è stata per’ lungo tempo la
$ua'. vittima ‘ soffetente quiando ‘essa nòn
aveva‘ bisogno di mascherarsi con’ una
falsa modestia ed un. ipocrito protocollo.
Il selvaggio yankee sta ingannando : tut-
to il mondo, Ci ha riempito ‘di timore e
di rispetto con .le sue prodezze técnolo-
giche e la sua capacità produttiva. Molti
ingenui pensano ‘che’ queste qualità ma-
terialistiche rappresentîno il non plus ‘ùl-
tra ‘della civiltà. ‘Questi’ abbaglianti suc-
cessi ‘ servono solo ‘a ‘nascondere la dege-
nerazione morale, culturale‘ e Spirituale
délla barbariè americana,
Il nostro popolo brutalmente ‘oppresso
deve finirla di considerare l'America -raz-
zista. e imperialista come il mondo. La
nostra lotta. e le nostre alleanze ‘devono
estendersi al di là dei confini della. sìpre-
mazia bianca americana. Questa è la. hò-
stra più grande speranza di sopravviven-
za e salvezza. Questa è la nostra ‘grande
arma per la vittoria. Dobbiamo porci que-
sto compito. Noi siamo’ nazionalisti ne-
gri perchè il nazionalismo ‘bianco. dell’A-
merica razzista ci ha respinto ed ha. abt-
sato di noi. per secoli. Noi siamo nazio-
nalisti negri perchè questa è la sola ban-
diera sotto la quale possiamo unire ‘il no-
stro. popolo per opporci al nazionalismo
biarico e sconfiggerlo. Il nazionalismo ne-
gro è il solo comun dénominatore che con-
soliderà il nostro popolo disumanizzato
e diviso. Il nazionalismo bianco ha disu-
manizzato il nostro popolo ‘e ci ha fatto
sentire inferiori: il nazionalismo negro
ripristinerà il nostro orgoglio e farà ‘ri-
sorgere i nostri corpi putrefatti e iner- ‘
mi dal cimitero: del diavolo bianco. raz-
zista. Solamente coloro che sono interes-
sati al mantenimento dello status quo, o
traggono un sadico piacere dal vedere il
nostro popolo disgraziato contorcersi sot-
to la tortura della brutalità e del terrore
bianco, si opporranno all’uso,- da parte
nostra, della sola ancora di salvezza che
ci rimane nell'America razzista. Il nazio-
nalismo negro rivoluzionario si colloca
in una prospettiva internazionalista ed è
antimperialista. Il nazionalismo negro pro-
gressista si oppone allo sfruttamento ‘del-
l’uomo da parte dell’uomo e si dissocia
dagli orribili crimini commessi dall’Ame-
rica imperialista nella sua selvaggia ed
astuta campagna di dominazione del mon.
do. Il nazionalismo negro è per un potere
negro liberatore che affronti coraggiosa-
mente il potere bianco spietato, oppressi-
vo e razzista. Il nazionalismo negro non
può aspettarsi nessuna comprensione dal-
la classe dominante dell'America razzi-
sta e capitalista né dalla servile cricca
sovietica Brezhnev-Kossyghin, Può asspet-
tarsi comprensione, invece, dal popolo al.
banese e dagli altri John Brown di tutti
i paesi bianchi e penfino dai John Brown
dell'America razzista.
ALCUNI DATI SULLA CONDIZIONE NEGRA
(traduzione di «Statistics on black
exploitation », apparso in PROGRESSIVE
LABOUR, New York, luglio-agosto 1967)
Secondo il « Current Population Survey »
(Indagine sulla popolazione attuale) dello
Ufficio Censimento, nel 1965 c'erano negli
U.S.A, (i 50 stati e il Distretto Federale
della Columbia) 20.944.000 negri. Di questi
il 92,8% vivevano in aree non agricole
e il 7,2% in fattorie. («Current Popula-
tion Reports » Series P-20, II ottobre 1965).
Un po’ più della metà (53,6%) dei negri
vivevano nel Sud. Le regioni del Centro-
Nord e del Nord-Est contenevano ognuna
circa un quinto della popolazione Afro-A-
mericana e l’Ovest ne conteneva un. dodi-
cesimo. Benchè la concentrazione dei ne-
gri fosse la più bassa all’Ovest di qualsia-
si regione, il tasso di aumento nell'Ovest
durante il periodo 1960-65 fu il più alto.
L'’INURBAMENTO DEI NEGRI
E’ noto che gli Afroamericani si sono
per la gran parte inurbati, e che tre su
quattro vivono ora in aree urbane. I por-
tavoce governativi parlano molto del rapi-
ne bianca sia inurbata. maggiormente in
questo periodo (70% .nel 1960 in confron-
to al 59% nel 1940) il tasso di aumento di
essa non fu così rapido come per i negri;
Qual è il significato di ciò — cioè,. il
significato per gli Afroamericani e per
la classe lavoratrice in generale?. Alcuni
dicono che l’inurbamento continuava da
molto tempo prima del 1940 e che, eccetto
nel Sud, i negri erano già in gran parte
inurbati. E’ vero, per esempio, che verso
il 1920 l’84% dei negri fuori del Sud vive-
vano in aree urbane, una proporzione no-
tevolmente più alta della cifra del 62%
per i bianchi non del Sud, Coloro che ac-
colgono questa visione ristretta, tuttavia,
mancano .di riconoscere che è stata la
trasformazione della agricoltura del Sud
che è in gran parte responsabile dell’on-
data recente di inurbamento negro. Mi.
lioni di mezzadri, affittuari salariati e pic-
coli proprietari sono stati scacciati dalla
terra del Sud e obbligati a cercarè impie-
go altrove. Anche nel Sud la maggior par-
te dei negri (58%) abitavano in aree ur-
bane nel 1960. Questo movimento di al.
lontanamento dalle fattorie è ora rallen-
tato, verosimilmene avendo esaurito. il
suo ciclo, con solo. il 7,2% dei negri ne-
Tabella 1
le su vasta scala e della produzione: mec.
canizzata. Il governo ha cercato’ di na-
scondère la vera portata di questi. cam-
biamenti ed anche le cifre - ufficiali della
popolazione rendono difficili i confronti a
causa dei mutamenti apportati nélla de-
finizione di ‘fattoria’ come pure nelle de-
finizioni di popolazione 'rurale’ e ‘urbana’
nel 1950 e poi nel 1960. n
Da 30.500.000 persone che vivevano nelle
fattorie nel 1940 (23% :della' popolazione
U.S.A.) la cifra ufficiale scese a 12.400.000
milioni nel 1965 (6% della popolazione
U.S.A.). A causa dell’uso più restrittivo
della definizione di ‘fattoria’, la migrazio-
ne dalle fattorie fu in effetti minore dei
18.000.000 indicati per il periodo: 1940-65, e
forse fu più vicina a 15.000.000, ‘costituen-
do in ogni caso ‘un tremento sconvolgi-
mento. Invece di aiutare questi emigranti
dalle fattorie a reinsediarsi e ‘di assicu-
rarsi l’ausilio delle agenzie urbane per
provvedere a che i loro bisogni fossero
curati, il governo federale usò i suoi pro-
grammi agricoli per accelerare lo sposta-
mento dei proprietari più piccoli e men-
tre richiamava l’attenzione sul ‘surplus’
di produzione fece. tutto ciò che era in
suo potere per distrarre l’attenzione pub-
PROPORZIONE DI POPOLAZIONE NEGRA E BIANCA NELLE AREE URBANE PER REGIONE, PER TUTTI GLI U.S.A..
Decenni 1910-60
Percentuale di inurbati
| U.S.A. Sud | Nord e Ovest
; |
Anno n
A | Negri Bianchi Negri Bianchi Negri Bianchi
| |
1990 | 27 49 21 23 | TT 57
1920 | 35 53 27 29 Ì 84 62
1930 | 44 58 si 32 35 88 66
1940 | 49 59 | 37 37 89 67
1950 | 62 64 48 49 94 70
1960 | 73 70 | 58 59 | 95 74
«| Negri negli Stati Uniti - La loro situazione economica e sociale », Ministero del Lavoro, Bollettino N. 1511, Giugno 1966.
do 'inurbamento’ dei negri, nel tentativo
di servirsi di questo fatto da una parte
come ‘prova’ che i negri stanno miglio-
rando la loro condizione e, dall'altra, per
giustificare il fallimento dei funzionari
governativi: nel far fronte ai mali sempre
più gravi della vita cittadina, come per
esempio gli slums infestati dai ratti, scuo-
le sovraffollate, ospedali inadeguati, stu-
pefacenti, criminalità e miseria.
L'enfasi con cui si parla dell’inurbamen-
to’ dei negri fu messa bene in evidenza
alla Conferenza della Casa bianca sui Di-
ritti Civili del 1966. «I negri si sono inur-
bati e si inurbano più rapidamente dei
bianchi negli Stati Uniti», dichiarava un
Tapporto statistico preparato per l’occa-
sione sotto la direzione del Ministro del
Lavoro W. Willard Wirtz su « I negri negli
Stati Uniti, La loro situazione economica
e sociale», La sua dichiarazione era ba-
sata sulle cifre del censimento decennale
per. il 1960 che mostravano che, dei
16.800.000 negri allora negli U.S.A., 73% vi-
vevano in aree urbane contro soltanto il
49% nel 1940, Seppure anche la popolazio-
gli Stati Uniti che vivono in fattorie se-
condo i rapporti presentati nel 1965. Dalla
loro precedente condizione di proletari
rurali e semi-proletari (in piccola par-
te potevano anche essere considerati agri-
coltori piccoli-borghesi), si sono ora tra-
sformati in lavoratori urbani, molti di lo-
ro in proletari urbani. La forza dei negri
è ora concentrata nelle aree urbane, rag-
gruppate in 15 grandi città, e mentre al-
cuni Afroamericani sono ancora impegnati
in agricoltura, principalmente come sala-
riati, la parte preponderante fa parte ora
della classe operaia urbana,
LA CONCENTRAZIONE
IN AGRICOLTURA
Durante gli ultimi 25 anni la concen-
trazione in agricoltura è avanzata a gran-
di passi influenzando tutte le regioni del-
la nazione e tutti i rami dell’agricoltura.
Milioni di famiglie agricole, negre e bian-
che, vennero sradicate dalla terra a cau-
sa delle crescenti trasformazioni ‘agrico-
blica dalla situazione del ‘surplus’ di fa-
miglie agricole.
Nessuno sa quanti negri furono allon-
tanati dalla terra durante il periodo 1940.
65. Le cifre del censiménto sulla popola-
zione negra, specialmente quelle che si ri.
feriscono ai negri nelle fattorie del Sud,
sono notoriamente inattendibili. Così nel
1960, il Censimento della Popolazione as-
segnò il numero da 1.000.000 a. 1,500.000
agli Afroamericani che abitavano nelle
fattorie del Sud ma, in una lettera alla
Commissione U.S.A. sui Diritti Civili, 1’Uf-
ficio del Censimento disse che “questa
cifra sulla popolazionie del 1960. è pro-
babilmente troppo bassa” e “la stima
del Current Population Survey di circa
2.450.000 persone agricole non-bianche nel
Sud per la stessa data è una cifra più
reale” («Uguali possibilità nei program.
mi agricoli », rapporto della Commissione
U.S.A. sui Diritti Civili, pag. 9 fn.), Ciò
rappresenta una falsificazione del 63%.
Ogni Censimento decennale dal 1890 al
1940 riferiva un assoluto aumento nel nu.
mero delle famiglie negre che vivono in
fattorie negli U.S.A. Da 1.400.000 ‘famiglie
35
il totale salì a 3.100.000 nel 1940, secondo
la serie data nella « Statistica Storica de-
gli U.S.A, 1789-1945». Ciò significherebbe
da 10.000.000 a 11.000.00 di negri che abi-
tavano in fattorie nel 1940 (la misura me-
dia di tutte le famiglie, negre e bianche,
era di 3.150.000 nel 1940; le famiglie negre
sono più -grandi ma non viene data una
cifra separata). Secondo l’Ufficio del Cen-
simento, tuttavia, il numero dei negri che
vivevano in fattorie rurali nel 1940 era di
soli 4.500.000 ed anche se aggiungiamo tut-
ti i 2 milioni 100.000 che abitavano in aree
rurali non agricole (una supposizione im-
possibile) il totale sarebbe solo 6.600.000.
Ciò lascia una discrepanza da 3.400.000
a 4.400,000 di negri da spiegare, e pro-
babilmente la discrepanza è maggiore.
Se consideriamo che ci sono fra 1.500.000
e 2.000,000 di negri che vivevano in fatto-
rie nel 1965, sembrerebbe che il numero
di quelli che emigrarono dalla terra del
Sud a partire dal 1940 fosse fra 8.000.000
e 9.500.000, Questo è un totale impressio-
nante, molto più alto delle solite cifre ci-
tate da portavoce governativi. Il ministro
del lavoro Wirtz dichiarò che, nel perio-
do 1940-1963, 3.300.000 di non bianchi si
erano trasferiti dal Sud («Il negro negli
U.S.A.», Bollettino No. 1611, giugno 1966).
A PROPOSITO DELL’AUMENTO
DELLA POPOLAZIONE NEGRA
‘Si sottolinea spesso 11 fatto’ che la po-
polazione negra aumenta più rapidamen-
te, o molto più rapidamente della popo-
lazione bianca, e di solito ne vengono trat-
te conclusioni razziste. In realtà duran-
te il periodo 1900-1960, la popolazione ne-
gra è aumentata a un tasso inferiore a
quello della popolazione bianca e molto
più basso di altri non-bianchi negli Sta-
ti Uniti. Per tutto questo periodo di 60
anni, la popolazione negra è rimasta en-
tro la gamma che va dal 10% all’11% del-
la popolazione totale degli USA,
LA QUESTIONE DEI
RAPPORTI COI SINDACATI
L'ultimo rapporto di indagine sui sin-
dacati USA da parte del governo fu rila-
sciato nell'aprile 1966 dall'Ufficio di Sta-
tistica del Lavoro del Ministero del La-
voro («Elenco dei Sindacati Operai Na-
zionali e Internazionali negli Stati Uniti
ne] 1965 », Boll. n, 1493), In effetti, i suoi
dati risalgono all’anno 1964.
Sulla base dei rapporti di 179 sindacati
nazionali ed internazionali, integrati da
stime dell'Ufficio, le iscrizioni totali ai
sindacati nel 1964 risultano 17.975.532, ci-
fra conforme alla serie storica dell’Uffi-
cio del Lavoro, Di questi iscritti 1.240.000
lavorano fuori dagli Stati Uniti, principal.
mente in Canada.
diminuzione degli iscritti in america
Da 17.500.000 nel 1956 le iscrizioni totali
ai sindacati negli Stati Uniti (esclusi gli
iscritti canadesi) hanno subito una conti-
nua diminuzione fino a 16.300.000 nel 1961
e, benchè recenti aumenti abbiano innal-
zato il totale a 16.800.000 nel 1964, il decli-
no relativo è tuttavia continuato, Così nel
1956 gli iscritti ai sindacati rappresenta-
rono il 33,4% di tutti gli impiegati in im-
prese agricole ma erano scesi al 28,9%
nel 1964, anno che ha toccato il punto
più basso del periodo 1956-1964.
Diminuzioni nelle iscrizioni si ebbero,
fra il 1951 e il 1964, nei sindacati delle fer-
rovie, delle miniere, dei tessili, delle co-
municazioni, delle industrie di forniture,
dei trasporti e dei metalmeccanici. Se-
gnarono invece un aumento i sindacati dei
servizi statali, della stampa, del commer-
cio al minuto, delle costruzioni e dei tra-
sporti (specialmente autotrasporti).
l'iscrizione dei negri
Nelle loro relazioni al Ministero del
Lavoro, ai sindacati con sede negli Sta-
ti Uniti non viene richiesta una classifi-
cazione delle cifre nelle iscrizioni sulla
base della razza o del colore. Nel suo
opuscolo del 1961, «Il declino del movi-
mento operaio », Solomon Barkin scrive:
“Stime correnti pongono il numero de-
gli iscritti negri ai sindacati a 1.500.000,
ovvero un po’ meno della metà di quelli
aventi diritto, Il recente aumento di or-
ganizzazione fra di loro non ha seguito di
Tabella 2
pari passo il tasso di espansione del nu-
mero di occupati”. (pag, 15).
i «colletti bianchi »
Il numero di impiegati nei sindacati è
aumentato da 2.200.000 nel 1958 a 2.600.000
nel 1964, ovvero dal 12,2% di tutte le iscri-
zioni al 14,4%. Nel recente periodo 1962-
64 il numero degli iscritti impiegati (fuo-
ri del Canada) è aumentato di 300.000
mentre il totale per tutti i sindacati (fuo-
ri del Canada) è aumentato solo di 250.000
consentendo di registrare una netta con-
trazione nel numero degli iscritti non-im-
piegati.
Nel tentativo di minimizzare la portata
di queste cifre, l'Ufficio delle Statistiche
del Lavoro dice che “il termine ‘colletto
bianco’ non è preciso e i sindacati dif-
feriscono nella loro interpretazione del
termine”. Più avanti nello stesso rappor-
to il BLS fa un voltafaccia osservando
che “tre quarti di tutti i ’i colletti bian-
chi’ erano presenti in 40 sindacati nella
percentuale del 40% del totale” e am-
mette: “A causa del preponderante ca-
rattere da ‘colletto bianco’ di queste or-
ganizzazioni, i problemi di classificazio-
ne dovrebbero essere minori” « Elenco dei
Sindacati Operai Nazionali e Internazio-
nali negli Stati Uniti », 1965, Boll. n. 1493,
Ufficio delle Statistiche del Lavoro
BLS —, emesso nell’aprile 1966).
le donne nei sindacati
Più di 3.400.000 di donne erano iscritte
a sindacati nel 1964, secondo l’Ufficio del-
le Statistiche del Lavoro, Esso «lichiara-
va: “Circa una donna su sette della for-
za operaia della nazione è iscritta al
sindacato, in confronto alla proporzione
maschile di un uomo ogni quattro”.
il lavoro organizzato e i negri
Il 15 novembre 1962 fu data vasta pub-
blicità a una riunione della Casa Bianca
promossa dal presidente Kennedy nel
DISTRIBUZIONE PERCENTUALE DELLA POPOLAZIONE BIANCA E NEGRA PER GLI STATI UNITI
RESIDENZA E REGIONI DI FATTORIE O NON FATTORIE, NEL 1965 E NEL 1960
e tzZ.è»—è +è+<I<I=-\M''O@}
1965
1960
Residenza e regione
Bianchi
Bianchi
169.163
Popolazione totale (in migliaia)
Residenza:
Percentuale
Non-agricoli
Agricoli .
Regioni:
Percentuale
Nord-Est
Nord-Centro .
Sud È
Ovest
100,0
93,4
6,6
100,0
26,0
29,4
274
17,2
100,0
26,1
30,2
27,4
16,3
« Caratteristiche della Popolazione », Ufficio del Censimento, Serie P-20, N. 155. 27 Settembre 1966.
36
Tabella 3
TASSI DI DISOCCUPAZIONE SECONDO
Percentuale Percentuale
Anno | non bianchi bianchi
1965 | 8,3 4,1
1964 9,8 4,6
1963 10,9 5,1
1962 11,0 4,9
1961 12,5 6,0
1960 10,2 5,0
corso della quale i funzionari più elevati
dei sindacati nazionali firmarono delle
promesse di «eliminare la discriminazio-
ne e le pratiche sleali dovunque esisto-
no” nei ranghi del lavoro. Che una tale
riunione dovesse ‘fare notizia’ cento anni
dopo ‘l'emancipazione’ era di per sè un
ben triste documento dello stato del mo-
vimento. operaio. Inoltre, come osserva-
rono alcuni critici, la discriminazione è
praticata più a livello locale che a livel.
lo nazionale. Benchè parecchi sindacati
maggiori, specialmente nelle Confraterni-
te dei Sindacati Ferroviari, avessero in-
terdizioni nello statuto contro le iscrizio-
ni dei negri fino a poco tempo fa, la
AFL-CIO fu in grado di dimostrare, nel
1966; che nessuno dei suoi affiliati con-
templava negli statuti restrizioni contro
i negri. L’ultima a cambiare il suo sta-
tuto fu la Confraternita dei Fuochisti (di
Locomotive).
In un rapporto, « Il razzismo dentro il
lavoro organizzato », fatto alla riunione
annuale della NAACP nel 1961, Herbert
Hill,. segretario del lavoro, dichiarò che
nei cinque anni seguenti alla fusione fra
l’AFL_ e il CIO “l’organizzazione nazio-
nale del lavoro aveva mancato di elimi-
nare il modello generale di discriminazio-
ne e di segregazione razziale in molti
importanti sindacati affiliati» e i suoi
sforzi per eliminare i negri erano stati
“frammentari e inadeguati”. Come esem-
pi di sindacati che proibivano l'iscrizione
ai negri con pratiche non scritte, Hill no-
minò la Confraternita degli Elettrici, i
Manovratori, i Lavoratori dei Ponti e del
Ferro Strutturale e Ornamentale, gli I.
draulici, gli Imbianchini, i Tornitori, i
Lattonieri e i Calderai. Come sindacati
che avevano servizi discriminati di tutti.
negri o tutti-bianchi citò i Carpentieri, i
Manovali Edili, i Conduttori Ferroviari
e. gli Impiegati Ferroviari. Fece anche
notare che l’uso di ruolini di servizio
separati per iscritti bianchi e negri ten-
de a mettere gli operai negri in una con-
dizione di non specializzati negando loro
i vantaggi dell’anzianità nelle cartiere, in-
dustrie chimiche, fabbriche di pasta di
legno, raffinerie di petrolio, acciaierie, e
industrie tessili nel Sud.
Un professore dell’Università del Texas,
Ray Marshall, scrive nel suo libro del
1965, «Il negro e il lavoro organizzato »:
“Se .si potessero raggruppare i sindacati
lungo ‘ una caratteristica continua secon-
do le loro pratiche razziali, le organizza-
zioni che non accettano i negri si potreb-
bero porre ad un estremo e quelle con
pratiche perfettamente egualitarie all’al-
tro, con vari gradi di discriminazione rap-
presentati dalle organizzazioni lungo la
linea continua, In realtà, come è previ-
dibile, pochissimi sindacati si trovereb-
Doro all'una o all’altra estremità”. (pag.
DI
fel psn REI delle Miniere furono
;s a poco l’unico gruppo operaio con
Una lunga storia nel Sud che non aves-
se servizi segregati,
Dai metodi formali di esclusione i sin-
dacati sono. ora passati ai metodi non
ufficiali di esclusione dei negri e di di-
scriminazione contro di essi. Fra i me-
todi non ufficiali comunemente usati ci
sono il rifiuto a mettere i negri nei pro-
grammi per l’apprendistato e il rifiuto
ad accettare domande di negri (per esem-
pio ignorandole, o usando esami).
Con la Legge sui Diritti Civili i servi.
zi razzialmente segregati sono diventati
illegali ma continuano ad esistere. Nel-
l'Associazione Internazionale degli Sca-
ricatori di Porto, per esempio, ci sono
due ’locals’ a Baltimora: il ‘local’ 829
che è prevalentemente bianco e il ’lo-
cal’ 858 prevalentemente negro. Com-
mentando questa situazione, Anthony
Scotto, Vicepresidente Internazionale, dis-
se: “la verità sgradevole è che molti
scaricatori di porto sia negri. che bian-
chi sono riluttanti a abbandonare il re-
gime di segregazione, principalmente per-
chè temono che i loro guadagni scivo-
lino”.
Le contraddizioni fra il Movimento di
Liberazione Negro e i sindacati operai
sono state spesso acute e non sono sta-
te certamente risolte. Durante la prima-
vera e l’estate del 1963, avvennero in pa-
recchie città (Philadelphia, Chicago, E-
lisabeth, Newark, Paterson e New York)
grandi dimostrazioni afro-americane in
cui l'ira dei negri fu in gran parte di-
retta contro la discriminazione razziale
da parte dei sindacati degli edili. A Phi-
ladelphia i picchetti di scioperanti NAACP
arrestarono, nel maggio 1963, il lavoro di
un progetto di costruzione di 18.000.000 di
dollari e molti picchetti furono feriti quan-
do la polizia usò ‘cunei volanti’ nel tenta-
tivo di scortare gli operai, alcuni dei qua-
li negri, attraverso le linee dei picchetti.
Il presidente della NAACP di Philadel-
phia fu citato nei giornali metropolitani
per aver detto che i lavoratori negri che
attraversano le linee dei picchetti “sa-
rebbero stati messi al bando dalla comu-
nità negra” e fu fatto ogni sforzo da par-
te di funzionari bianchi per mettere i ne-
gri gli uni contro gli altri.
A New York il risentimento negro con-
tro i sindacati degli edili si manifestò
quando dei picchetti — nell’agosto 1963 —
fermarono completamente il lavoro al
progetto dello stesso Ospedale di Har-
lem di 23.500.000 dollari. Sei gruppi per
i diritti civili unirono le loro forze per
formare il Comitato Unito sulle Uguali
Possibilità d’Occupazione, domandando
che agli operai negri si dessero occupa-
zioni all'Ospedale di Harlem e in altri
grandi progetti pubblici. Il Governatore
Rockefeller e il sindaco Wagner promi-
sero pieno sostegno e fu istituita una
rumorosa campagna durante la quale
afro-americani ‘qualificati furono solle-
citati a sottoporre domande di impiego
nell’attività edilizia. I capi negri defini.
rono i risultati ‘deludenti’ (delle 2.600
domande ricevute dopo un mese di cam-
pagna, solo 31 lavoratori ottennero effetti-
vamente impieghi).
IL COLORE
Rapporto dei non bianchi
coi bianchi
|
SI
Il ruolo dei capi più elevati dei sinda-
cati è stato, per la maggior parte, di
ignorare ovunque possibile le lotte mili-
tanti nei negri e di fingere che questè
lotte riguardassero poco o niente i loro
iscritti. Benchè a volte paghino un. tri-
buto verbale al bisogno dell’unità negra-
bianca, i capi sindacali sono intervenuti
soltanto contro i metodi più formali
e ovii usati da alcuni sindacati per impe-
dire l’iscrizione ai lavoratori negri, men:
tre in realtà hanno consentito e inco-
raggiato i metodi più informali, ma più
efficaci di esclusione e di discriminazione.
Non è stato fatto, perciò, nessuno serio
sforzo per organizzare i negri e in ge-
nerale i non organizzati. Al contrario l’o-
pinione cinica dei capi corrotti. — con-
divisa da considerevoli settori degli iscrit-
ti, specialmente quelli degli impieghi con
più alti stipendi — è che il principale sco-
po dei sindacati sia di limitare le iscri-
zioni quanto più possibile aumentando
così i benefici per i pochi. La fusione
dell’AFL. con il. CIO non risultò, come
si aspettavano molti lavoratori, una vit:
toria trionfale per il sindacalismo indu-
striale ma condusse invece al rapido dif-
fondersi nei sindacati industriali di una
ideologia corporativa. L’esclusivismo può
perciò considerarsi acquisito da molti sin-
dacati come un obiettivo legittimo, da
conseguire con qualunque mezzo, ivi com-
Diso quello della discriminazione raz-
ziale.
In conclusione, finchè i dirigenti sin-
dacali continueranno a sostenere incon-
dizionatamente l'imperialismo USA, ap-
poggiando anche la guerra nel Vietnam
e lavorando come braccio della CIA, non
c'è motivo di pensare che qualsiasi gran-
de mutamento nella politica generale pos-
sa essere prodotto dal movimento ope-
raio, a meno che quache grave crisi non
ridesti le masse dei lavoratori. Nel frat-
tempo le lotte dei negri continueranno
ad essere dirette verso particolari sinda-
cati e a prendere la forma di lotte per la
ammissione e contro le pratiche discrimi.
natorie. Ma coll’aumentare della loro for-
za i negri potranno anche trovare neces-
sario formare propri sindacati e benchè
sindacalisti bianchi miopi possono consi-
derare questa una tattica divisoria, in
realtà tali sindacati negri potranno in
taluni casi essere il solo mezzo per arri.
vare alla unità operaia.
Intanto, il rapporto fra disoccupati bian-
chi e neri seguita ad essere, negli ulti-
mi anni, di due a uno circa. Nonostante
una leggera diminuzione da 2,2 nel 1962
(il punto recente più alto) a 2 nel 1965,
si tratta di un cambiamento troppo mo-
desto per essere considerato significativo,
Per entrambi i gruppi, bianchi e non
bianchi, una diminuzione percentuale nel-
le cifre dei disoccupati è rilevabile dal
1961 al 1965, eccetto un leggero aumento
dei disoccupati bianchi nel 1963. Più im-
portante di tali variazioni minori, tutta-
via, resta il fatto che il tasso della disoc-
cupazione non-bianca ha seguitato a ri-
manere doppio di quella bianca, durante
tutto questo periodo.
37
rassegna internazionale
cina
UN DISCORSO
DI RITTENBERG
La tesi fondamentale che il Rittenberg
sostiene nel suo « Discorso-al feggimen-
to ribelle del pensiero di Mao: Tse-tung,
Bethune Yenan » (Vento dell'Est, n. 7, lu-
glio 1967) è che l'esperienza della -rivolu-
zione culturale ha un valore universale im-
menso ‘per il proletariato di tutto il mon-
do. Ma il significato e la matrice di que-
sto grande movimento di massa 'sono
contenuti in forma concentrata nel. pen:
siero di Mao Tse-tung, il quale, perciò,
è oggi divenuto la guida più avanzata
ed indispensabile del movimento ope-
raio internazionale.
Il principale valore del lungo articolo
è di rifuggire da qualsiasi tentazione a:
giografica o di servile adulazione, per
darci un'interpretazione e spiegazione
in base al materialismo storico degli av-
venimenti cinesi, ed in particolare - del-
la critica a Liu Shao Chi. Tale spiegazio-
ne. assume poi una enorme importanza
se si mette in rapporto il complesso del.
le' concezioni propagandate da Liu è’ gli
errori cronici, di fondo, commessi dal
movimento operaio internazionale, ed in
particolare europeo, nel corso. della sua
storia. Per questo l'A. può . affermare
che lo smascheramento e la denuncia del
Krusciov cinese. abbiano avuto ‘ed ab-
biano un'importanza assai maggiore del-
la stessa polemica contro il Krusciov
sovietico.
Il problema è dunque mondiale: si trat-
ta di dare una spiegazione all'interroga-
tivo: perchè dopo la vittoria grandiosa
della Rivoluzione d'Ottobre soltanto la
Cina (a parte i casi di piccoli paesi qua-
li l'Albania e Cuba e senza considerare
i casi di trasformazione sociale imposta
dall'esterno) ha presentato una rivolu-
zione condotta a compimento e per il
resto il proletariato ha dovuto subire tut-
ta una serie di sconfitte non solo, ma
si è visto togliere il potere nei luoghi
stessi nei quali lo aveva conquistato e
non con la forza, ma per mezzo di una
pacifica involuzione?
L'A. non può trovare la risposta altro
che nei caratteri fondamentali dell'ideo-
logia rivoluzionaria cinese, considerata
marxisticamente, e cioè profondamente
ancorata alla realtà sociale della Cina,
teatro. di un grandioso movimento di
massa.
In questo senso non è dovuto al caso
che Mao Tse-tung sia comparso in Cina,
come la straordinaria funzione di guida
esercitata dal suo pensiero non può in
alcun modo essere considerata un fat-
to accidentale, perchè anzi derivata dal.
la concentrazione di una politica e di
una pratica marxiste-leniniste d'avan-
guardia.
Tale ruolo dirigente inteso in questo
senso hanno voluto colpire i revisionisti
38
moderni nella loro campagna contro il
culto della personalità, rendendo in tal
modo all'imperialismo il maggiore dei
servigi col rompere il legame fra il pro-
letariato, vero e proprio esercito in lot-
ta, con i suoi capi più fedeli e speri-
mentati e mettendo al loro posto diri-
genti della borghesia. Il pensiero di Mao
deve dunque divenire uno strumento per
la rivoluzionarizzazione del movimento
proletario internazionale e per la lotta
contro la degenerazione verso il capita-
lismo nei paesi che hanno visto il suc-
cesso della rivoluzione socialista.
Tale appunto il significato primo della
rivoluzione culturale: impedire la dege-
nerazione dello stato socialista, mai ac-
caduta finora in seguito ad un rovescia-
mento violento, ma per la lenta e ca-
pillare. controffensiva delle forze politi.
che borghesi esistenti ed operanti al-
l'interno del proletariato. La scelta cine-
se della rivoluzione culturale significa
appunto spregio di ogni compromesso
con la borghesia interna ed internaziona-
le ed inizio di una lotta di lungo. respi-
ro tesa ella prosecuzione ininterrotta
della rivoluzione e ad un sempre mag-
giore aiuto alle forze rivoluzionarie del
mondo intero.
«Ci sono due possibilità: o fare un
compromesso con la borghesia, sia in
Cina che all'estero, e avviarsi a poco
a poco sulla via che conduce al capita-
lismo svendendo l'eredità dei rivoluzio-
nari proletari; oppure progredire sulla
via della rivoluzione ininterrotta verso la
distruzione totale della borghesia e di
tutte le influenze politiche ed ideolo-
giche delle classi sfruttatrici. Questo è
l'unico modo per non regredire verso il
capitalismo attraverso il revisionismo;
al contrario, si spalanca la porta che
conduce al comunismo e si fa della Ci-
na un autentico centro, un centro vita-
le, della rivoluzionarizzazione per il mo-
vimento comunista internazionale. lo pen-
so che sia stata un'intuizione geniale
del presidente Mao quella di aver visto
questo problema e di aver deciso, sen-
za temere alcun sacrificio, di pagarne il
prezzo necessario e di superare tutti
gli ostacoli, di aver fatto sollevare le
masse rivoluzionarie cinesi per spazzar
via per sempre le classi sfruttatrici e la
loro influenza, per spalancare la porta
che conduce al comunismo e che era
bloccata dai revisionisti krusceviani ».
Quest'ultima linea trovava la sua e-
spressione in Liu Shao Chi ed era per-
ciò presente, parallela ed ostile a quel-
la di Mao, da parecchio tempo nel par-
tito comunista cinese. Bisognava perciò
smascherarla. Essa trova la sua espres-
sione concentrata in particolare nel li-
bro «Come diventare un buon comuni.
sta », apparentemente libro rosso, ma in
realtà libro nero, che ha esercitato una
enorme influenza negativa sul movimen-
to comunista internazionale. Quali sono
i motivi ideologici fondamentali nei qua-
li si manifesta tale influenza negativa?
In primo luogo, la formazione del rivo-
luzionario è intesa da Liu come processo
di progressivo perfezionamento ed auto-
educazione ideologica individuale, attra-
verso cui, e soltanto dopo lunghi sforzi,
il neofita potrà divenire un rivoluziona-
rio maturo e completo, capace di affer-
rare e di applicare con padronanza le
leggi della rivoluzione.
Si tratta di un vero e proprio arrivi
smo ideologico teorizzato, che si com-
pleta poi con una predicazione di umil-
tà, intesa ad impedire che il giovane
comunista presenti delle rivendicazioni
personali o si sottragga comunque alla
tutela dei dirigenti più anziani e perfe-
zionati. Si tratta insomma, nè più nè me-
no, di una ricerca della ‘posizione’, at-
traverso un lungo tirocinio, analoga a
quella vigente in regime borghese.
La concezione di Mao è diametralmen-
te opposta: non si tratta di fare dei
progressi od elevarsi, ma di servire il
popolo. Ogni esperienza che il rivoluzio-
nario possa acquisire non ha valore in
sè, non gli conferisce alcun diploma, ma
ha significato solo in quanto serve il po-
polo, in quanto permette al rivoluziona-
rio di essere alla guida delle masse:
«| veri eroi sono le masse, mentre noi
siamo spesso infantili e ridicoli. Se non
comprendiamo questo, ci sarà impossi-
bile acquistare una conoscenza sia pu-
re rudimentale » (Mao Tse-tung).
Per Liu Shao Chi, invece, la lotta del-
le masse non è affatto il fine cui deve
rivolgersi l'attività del rivoluzionario, ben-
sì soltanto un mezzo per il perfeziona-
mento della sua autoeducazione persona-
le. Si tratta, nè più nè meno, che di
conseguire una « qualifica », mentre in-
vece, per Mao, ogni conoscenza teo-
rica non è fine a se stessa, bensì ser-
ve in funzione della pratica rivoluzio-
naria; per cui nessuna ideologia può es-
sere definitivamente acquisita, ma è sog-
getta a continui ricambi e trasformazio-
ni ad opera dell'interscambio esistente
fra essa e la prassi: « Le circostanze so-
no in continuo cambiamento e, perchè
le nostre idee si adattino alle nuove con-
dizioni, dobbiamo imparare. Anche colo-
ro che conoscono molto bene il marxi-
smo, e la cui posizione proletaria è re-
lativamente salda, devono continuare ad
imparare, ad assimilare il nuovo ed a
studiare i nuovi problemi... Bisogna as-
similare la teoria marxista e saperla ap-
plicare: bisogna assimilarla al solo sco-
po di applicarla » (Mao Tse-tung).
In secondo luogo: per Liu l'individuali-
smo si manifesta nel contrasto fra il
singolo ed il partito, senza alcuna ana-
lisi di classe di tale contrasto e alcun
accenno all'interesse delle masse. In tal
modo si attribuisce alla direzione del
partito, sempre e comunque, una posì-
zione di prevalenza. Per Mao, invece, il
problema si presenta in maniera ben
diversa, come risulta chiaramente dallo
scritto fondamentale « Come _ eliminare
le idee errate nel partito ». Ed invero,
Mao parte sempre dalla considerazione
dell'interesse delle masse, per cui cri
tica lo "spirito di vendetta" del mem-
bro del partito che approfitta della sua
posizione privilegiata nei confronti di
chi è fuori dal partito od è a lui subor-
dinato; lo "spirito di piccolo gruppo" di
coloro che obbediscono ad interessi par-
ticolari di gruppo, anche se occupano
posti di direzione nel partito; la "men-
talità mercenaria", che non è, come af-
ferma Liu Shao, un problema di poco
conto, ma anzi è il fondamentale proble-
ma dell’atteggiamento passivo e servi.
listico con obbedienza cieca verso la
direzione politica del partito, sia essa
giusta o sbagliata. Si tratta, in sostan-
za, dell'importantissima lotta da Mao
svolta contro la mentalità servile, fin
dal lontano 1929 e prima, ma appunto e
sempre perchè la mentalità servile si-
ggnifica obbedienza passiva e acritica ad
una direzione, senza tener conto del-
l'interesse fondamentale delle masse. In
sostanza, l'autoeducazione preconnizzata
da Liu Shao Chi ha un carattere buddi-
sta e confuciano; nei suoi scritti man-
ca anche l'accenno alla possibilità che
la direzione del partito possa seguire
una linea errata, mentre per Mao, al
contrario, è la direzione del partito ed
ogni gruppo dirigente dello Stato che di
continuo debbono essere sottoposti alla
critica incessante delle masse. Il prin-
cipale errore di Liu consiste invece nel-
l'avere introdotto fin dal 1940, e sulla
base di insegnamenti provenienti già al-
lora da tendenze di questo genere esi-
stenti all'interno del P.C.U.S., il servi-
lismo e l'individualismo all'interno del
partito, abituando vari suoi membri a
conformarsi in tutto e per tutto alle di-
rettive provenienti dall'alto, per averne
in cambio vantaggi di carriera e di po-
sizione. Grande merito della rivoluzione
culturale è stato di comprendere, prose-
gue l'A., che la linea preconizzata da
Liu Shao Chi e Teng Siao Ping non
era un fatto individuale, un errore di
questo o quel comunista, ma rispecchia-
va, all'interno del partito, la lotta tra il
proletariato e la borghesia, era cioè una
linea politica completamente opposta a
quella. proletaria.
In terzo luogo: in tal modo, la linea
revisionista tendeva a creare un partito
borghese mascherato da partito proleta-
rio. « Costruire un partito, costruire un
movimento rivoluzionario sui dei princi-
pi organizzativi di obbedienza cieca, di
servilismo. In questo tipo di organiz:
zazione abbiamo la disciplina borghese
travestita da disciplina proletaria, cui
per decine di anni siamo stati sotto-
messi senza renderci affatto conto che
un tale problema esisteva ». L'obbedien-
za cieca ed incondizionata richiesta da
Liu Shao Chi ai dirigenti del partito co-
Struisce così non un partito rivoluziona-
"lo, ma un partito di schiavi: « L'essen-
ziale del problema è che una persona
che obbedisca ciecamente non può dir-
si marxista. Ovunque vi siano degli schia-
vi, vi sono anche i padroni degli schiavi.
Se non vi sono i padroni degli schiavi,
allora non vi sono schiavi. Ovunque voi
vi scontriate a un'obbedienza cieca pre-
sente nel partito, non avete che da guar-
dare verso l'alto e troverete certamente
Qualcuno che esige un'obbedienza cieca
e che è il padrone di questi schiavi...
Il Segretario della cellula del partito può
obbedire ciecamente al segretario del
partito a livello superiore; così, se si
guarda verso l'alto, egli è uno schiavo,
ma se si guarda verso il basso, verso
le masse, egli è un padrone di schiavi
ed esige da esse un'uguale obbedienza
cieca ».
In quarto luogo: la linea revisionista
di Liu si è manifestata chiaramente nel
merito della politica interna ed estera
della Cina. Così nel 1961 e 1962, periodo
delle maggiori difficoltà della Cina, Liu
proclamava, la linea dei "tre pacifismi"
verso gli Stati ‘Uniti, l'Unione Sovietica
e i reazionari indiani, e della riduzione
degli aiuti agli altri popoli rivoluzionari
(Guinea, Cuba, Cambogia, Indonesia,
ecc.). Inoltre, egli esaltava l'individuali-
smo nel campo agricolo, proponendo di
fondare l'economia contadina sui pro-
dotti individuali. ‘Nella sua concezione,
peraltro, il punto debole era costituito
dall'incapacità di mobilitare le masse.
Egli poteva sì imporre la propria disci-
plina borghese ‘a un ristretto gruppo di
quadri dirigenti, ma non poteva far pre-
sa sulle grandi masse proletarie, le qua-
li invece, si mobilitarono e si ribellarono
sotto la guida di Mao, rovesciando in tal
modo la macchina burocratica, e non
ispirata al centralismo democratico, del
partito costruito da Liu e Teng Siao Ping.
In quinto luogo: la concezione ideale
comunista del mondo che Liu pone al-
la base dell'ideologia proletaria nel suo
libro è una concezione idilliaca di un
mondo senza lotte e contrasti, mentre
invece la concezione di Mao è dialetti
ca e considera la realtà come continua.
mente scossa da lotte. In tal modo an-
che la società comunista non è un idea-
le statico, ma un mondo dinamico mos-
so dalla contraddizione fra ciò che è pro-
gressivo e ciò che è regressivo: « la con-
cezione del progresso di Liu Shao-Chi,
questo comunismo ideale visto come
una società senza classi e contraddizioni,
come un paradiso della tranquillità bor-
ghese, in cui. regna soltanto l’amore re-
ciproco, è la base che permette di con-
trabbandare il revisionismo ai rivoluzio-
nari che accettano tale concezione ». Che
è poi, in fin dei conti, la 6medesima
concezione idilliaca e mistificatoria che
sta alla base della teoria kruscioviana
dello «Stato di tutto il popolo » e del
« partito di tutto il popolo ».
cuba
OLAS E RIVOLUZIONE
IN AMERICA LATINA
La prima conferenza dell'OLAS, chiusa-
si il 10 agosto scorso, è importante per-
chè ha ulteriormente chiarito, e sottopo-
sto alla concreta verifica dei dirigenti ri-
voluzionari latino-americani, le posizioni
cubane quali sono venute sviluppandosi
in quest'ultimo anno, a partire dalla con-
ferenza Tricontinentale dell'Avana. In par-
ticolare, è interessante stabilire sia la
funzione assunta dalla così detta ’via
cubana’ per quanto riguarda la lotta rivo-
luzionaria in America Latina, sia l'uso cui
può prestarsi il castrismo all'interno del
movimento operaio europeo.
Già lungo tutto il 1966 — come osser-
vano Hubermann e Sweezy in « The Latin
American Revolution: a new Phase»
(Monthly : Review, febbraio 1967) i di
scorsi, di Castro documentano una evo-
luzione in senso rivoluzionario.
Tali posizioni si puntualizzano e si or-
ganizzano in una serie di documenti cu-
bani o di gruppi rivoluzionari latino-ameri-
cani aderenti alla linea castrista, di poco
precedenti alla conferenza dell'OLAS: il
discorso di Castro del 13 marzo, e le illu-
minanti; risposte del PC venezuelano da
un lato e di alcuni movimenti guerriglie-
ri latino-americani dall'altro; la risoluzione
del CC del PC cubano del 18 maggio; il
discorso di Castro del 26 luglio in occa-
sione della celebrazione dell'attacco della
caserma Moncada; le dichiarazioni del co-
mandante dell’ELN peruviano Héctor Bejar
e quelle di Douglas Bravo sul movimento
rivoluzionario venezolano etc. Esse ven-
gono infine pubblicamente discusse e, nel-
le loro linee generali accettate, alla confe-
renza dell'OLAS, come documentano le
varie interviste di capi rivoluzionari latino-
americani nel corso della conferenza stes-
sa e, in particolare, il discorso pronun-
ciato da Castro alla seduta di chiusura
il 10 agosto, la risoluzione generale della
conferenza e le risoluzioni delle commis-
sioni di lavoro.
Gli. elementi’ che emergono da tutti
questi documenti a comprova di una chia-
rificazione- in .senso rivoluzionario della
‘linea cubana’ possono essere così rias-
sunti:
1) Progressiva sparizione degli attac-
chi alla Cina e accentuazione delle criti.
che più o meno esplicite alla politica este-
ra dell'URSS -e alla politica interna dei
partiti comunisti filosovietici dell'Ameri-
ca Latina. a
Le critiche. all'URSS si -concentrano su
di un punto, che è però significativo, os-
sia sulla denuncia degli ‘aiuti economici
da essa offerti a quelle stesse oligarchie
latino-americane. che - massacrano i guer-
riglieri. È
« Che penserebbero i rivoluzionari viet-
namiti — dice Castro a questo proposito
nel discorso. del:13 marzo — se noi in-
viassimo una delegazione nel Vietnam
del Sud a trattare col governo fantoccio
di Saigon? ». (Prensa Latina n. 35, mar-
zo 1967, n. 30). Tale accusa è ribadita
energicamente nelle risposte al discorso
di Castro dell'ELN colombiano e delle
FAR del Guatemala ed è ripresa nel di-
scorso di chiusura della conferenza del-
l'OLAS, ‘nel punto in cui Castro, replican-
do alla risposta del PC venezolano_.e al-
l'accusa fatta a Cuba di commerciare a
sua volta. con. Paesi reazionari, precisa:
«La nostra posizione non riguarda il
commercio... Noi parliamo del problema
dell'aiuto: finanziario e tecnico... Qualche
paese socialista è arrivato persino a pro-
porre dei. prestiti in dollari al signor
Lleras Restrepo che aveva delle difficol-
tà col fondo monetario internazionale. E
noi ci domandiamo: come si può fare
una cosa del genere? E' assurdo! E' as-
surdo prestare dei dollari a un governo
oligarchico che reprime la guerriglia e
perseguita e assassina dei guerriglieri.
E la guerra, fra l'altro, si fa con i sold
tutti quelli che hanno a che fare con l'aiu-
to finanziario e tecnico a qualsivoglia di
codesti paesi che reprimono la guerriì-
glia e che sono complici del blocco im-
perialista, noi li condanneremo » (Granma,
20 agosto 1967). E' significativo, inoltre,
39
che la risoluzione del CC del PC cubano
del 18 maggio di quest'anno (Libreria
Feltrinelli, ‘Milano 1967), nel denunciare
una serie di strumenti di intervento del-
l'imperialismo USA in America Latina e
nel'mondo, accenni ai draconiani blocchi
economici imposti dall'imperialismo yan-
kee*a paesi come « Corea, Vietnam, Cina
e Cuba »''(p. 13), tacendo dell'URSS. A
questa fa riscontro una dichiarazione dei
guetriglieri peruviani (« Intervista conces-
sa a "Punto Final" di Santiago », in Qua.
derni Piacentini n. 31, luglio 1967): « ...sia-
mo naturalmente e assolutamente solidali
con la rivoluzione cubana, con Fidel Ca-
stro, con il Vietnam, con la Corea, con la
Cina; riconosciamo in questo processo
l'importanza dell'URSS, patria d'origine
-del' socialismo e di Lenin ». L'ambiguità
dell'apprezzamento relativo all'URSS, iso-
lato da quello degli altri paesi, appare si-
gnificativo.
Per quanto riguarda la denuncia della
politica disfattista dei partiti filosovietici
dell'America Latina, essa risulta dai vio-
lenti attacchi condotti da Castro contro il
PC venezolano, in particolare nel discorso
del 13 marzo. L'accusa fondamentale, che
riassume le varie altre fatte circostan-
ziatamente dal leader cubano, è quella di
voler preporre le iniziative politiche alla
lotta armata, il che porta inevitabilmente
il partito a inserirsi nel gioco democra-
tico, a negoziare al vertice con le oligar-
chie e a frenare o sabotare la guerriglia
quand'è di disturbo a tali operazioni po-
litico-parlamentari.
Questa accusa, ribadita nel discorso di
chiusura della conferenza dell'OLAS, tro-
va riscontro in vari documenti di movi-
menti guerriglieri, come pure in un'inter-
vista resa dal segretario politico del co-
mando nazionale del FLN-FALN del Vene-
zuela Francisco Prada nel corso della
conferenza dell'OLAS, e nella quale si
contrappone la scelta della lotta armata
dei rivoluzionari venezolani alla posizione
elettoralistica della frazione di destra del
PCV (Granma, 27 agosto 1967).
2) Strettamente congiunte alle prece-
denti sono le critiche alla ‘pace democra-
tica', alla politica di ‘coesistenza pacifica’
e alla politica di trattative per la non pro-
liferazione nucleare.
Una delle accuse fatte al PC del Ve-
nezuela nel discorso del 13 marzo è ap-
punto quella di caldeggiare la pace de-
mocratica, al quale proposito Castro fa
delle chiare e corrette precisazioni:
« ..può parlare di pace il movimento ri-
voluzionario che sta vincendo la guerra e
che deve cominciare a mobilitare l'opinio-
ne pubblica in favore di una pace che si
può ottenere soltanto con la vittoria della
rivoluzione... Ma parlare di pace quando
si sta perdendo la guerra non significa
altro che concedere la pace sulla base di
una sconfitta » (cit., p. 12). Altrettanto
chiare le enunciazioni al proposito della
risoluzione del CC del PC cubano del 18
maggio: « Se desideriamo la pace questa
pace deve essere estesa a tutti i popoli
in maniera uguale... il concetto della pace
può essere rispettato solo se esso è uni-
versale. Nel medesimo modo il concetto
di coesistenza pacifica fra stati di diffe-
renti sistemi sociali se non garantisce
per tutti l'integrità, la sovranità e l'indi-
pendenza di tutti i Paesi grandi e piccoli
è essenzialmente contrario ai principi del-
l'internazionalismo proletario » (cit., p. 18).
40
Nel discorso di chiusura della conferen-
za dell'OLAS, inoltre, Castro dice di non
comprendere di quale via pacifica si parli
in certi paesi dell'America Latina, « che
non sia di una via pacifica in accordo con
l'imperialismo » (cit.).
Molto importante, e decisamente in-
conciliabile con la politica che va condu-
cendo l'URSS in questi anni, è poi la
posizione assunta dal CC del PC cubano
nella stessa risoluzione del 18 maggio
nei confronti del ricatto atomico e degli
accordi per la cessazione degli esperi-
menti nucleari e la non proliferazione.
L'accettazione del ricatto atomico è de-
finita, nel documento, come un alibi per
la capitolazione, e indice di mancanza di
realismo, in quanto « satebbe come attri-
buire all'imperialismo yankee una voca-
zione di suicidio » (cit. p. 16); è necessa-
rio, al contrario, far fronte allo strapotere
imperialistico, sviluppare tutti i mezzi di
difesa possibili: « E' per questo che noi
rivoluzionari cubani — si dice nella risolu-
zione — non abbiamo sottoscritto e non
sottoscriveremo nessun accordo per la
cessazione o la proibizione degli esperi-
menti nucleari... Che risultato può avere
la rinuncia dei popoli allo sviluppo dei
propri mezzi difensivi se non di fornire
agli imperialisti le condizioni ideali per-
chè possano sottomettere il mondo al
loro terrore e al loro ricatto? Finchè non
esisterà per tutta l'umanità un sistema
che offra ai popoli senza alcuna eccezione
garanzie uguali ed effettive di sicurezza,
senza privilegi particolari per nessuno, i
paesi minacciati non possono rinunciare
al loro diritto di sviluppare i propri mezzi
di difesa qualsiasi essi siano » (cit. p.
14-15).
3) Un altro elemento chiarificatore è
costituito dalla consapevolezza che Cuba,
pur avendo instaurato il socialismo, è una
società in transizione, che molto resta da
fare per superare, a livello di coscienza
e di costume, abitudini e vizi capitalistici
radicati anche fra la classe operaia, che
a Cuba si deve produrre, a livello peda-
gogico, una decisiva rivoluzione nella
Rivoluzione.
Questo tema è ampiamente svolto nel
discorso del 26 luglio pronunciato da
Castro in occasione della celebrazione
del XIV anniversario dell'attacco della
caserma Moncada (Granma, 30 luglio
1967). Anche il discorso di chiusura della
conferenza dell'OLAS documenta dell'esi-
stenza all'interno di Cuba, di una micro-
frazione capitolarda composta di vecchi
settari che svolge una vera e propria at-
tività controrivoluzionaria, e contro cui
le forze rivoluzionarie devono mobilitarsi.
E tuttavia, in questi stessi documenti
citati a riprova dello sviluppo di coscien-
za rivoluzionaria della linea cubana e nel
modo stesso con cui certe consapevolez-
ze e certe giuste critiche vengono moti-
vate, permane tutta una serie di contrad-
dizioni, di ambiguità o di reticenze, che
vanno considerate:
1) Le medesime critiche a chi perde
tempo in elucubrazioni teoriche e nell'ap-
profondire divergenze, presenti nel discor-
so alla Tricontinentale, permangono im-
mutate nei più recenti documenti, impli-
cando il sussistere di una svalutazione
della teoria, tipica della ‘linea castrista',
e di altre posizioni ad essa tradizionali.
In particolare;
a) un atteggiamento di insofferente di-
stacco nei confronti del conflitto cino-so-
vietico a livello internazionale e, a livello
continentale, un atteggiamento che mette
sullo stesso piano entrismo e frazioni-
smo, riformismo e « purismo ideologico »,
PC filosovietici e gruppi marxisti-leni-
nisti, etc.;
b) insistente affermazione della prio-
rità della prassi sulla teoria rivoluziona-
ria, del movimento sul programma, del-
l'azione sulla coscienza, della tattica sul-
la strategia (anzichè del loro rapporto
dialettico). Talvolta l'affermazione è e-
spressa in forma possibilistica, altre vol-
te in forma definitoria o anche provoca-
toria.
Nel discorso del 13 marzo Castro af-
ferma: « Molte volte la pratica precede
la teoria e il nostro popolo ne è un esem-
pio » (cit., p. 25), e a proposito delle .re-
centi rivolte dei negri negli Stati Uniti,
Castro dice nel citato discorso di chiu-
sura della conferenza dell'OLAS: i negri
« non si sono messi a elucubrare tesi, né
a parlare di condizioni oggettive, prima
di impugnare le armi per difendere i loro
diritti. Non hanno avuto bisogno di appel.
larsi ad alcuna filosofia e tanto meno ad
una filosofia rivoluzionaria per giustifica
re l'inazione »; e ancora: « ciò prova che
spesso il movimento può precedere il
programma »; più avanti, nel medesimo
discorso, Castro risponde ironicamente
all'accusa fatta alla linea cubana di av-
venturismo e di mancanza di maturità ri-
voluzionaria: « per fortuna la rivoluzione
è arrivata da noi prima della maturità »;
c) conseguenza dell'affemata priorità
della pratica sulla teoria è una imposta-
zione della pratica stessa, ossia della lot-
ta armata, più come tecnica o arte mili-
tare che come organizzazione politica.
Questo è molto evidente nell'assunto
del libro di Regis Débray « Rivoluzione
nella rivoluzione? ». (Libreria Feltrinelli,
Milano, maggio 1967), che, non essendo
uno studio critico del castrismo ma una
sua fedele esposizione, può essere as-
sunto qui come uno dei documenti filo-
castristi di questo periodo. Anche là dove
si afferma che la guerriglia deve avere
una linea politica e svolgere un lavoro
politico fra le masse, e non si esclude
la successiva nascita di un partito rivo-
luzionario, mai si specifica in che cosa
consiste codesta linea politica e con quali
strumenti e metodi si realizzi il lavoro
politico fra le masse. In tal modo la linea
politica che dovrà dirigere la guerriglia
rischia di ridursi al precetto di fare la
guerriglia e di conquistare empiricamen-
te, attraverso azioni militari, la simpatia
e l'appoggio del popolo. E ciò, date le con-
dizioni oggettive di certi Paesi sottosvilup-
pati, può anche portare alla riuscita sul
piano militare, ma non necessariamente
e meccanicamente all'instaurazione di un
potere proletario e socialista.
Nè vale la « prova » ripetutamente ad-
dotta da Castro a difesa della sua impo-
stazione, e cioè la riuscita dell'esperienza
cubana. A proposito di questa esperienza
bisogna prima di tutto osservare che la
teoria — ossia una corretta identificazio-
ne dei fini da assegnare alla lotta rivo-
luzionaria, dei metodi e delle alleanze su
cui contare per condurla vittoriosamente
a termine — non fu affatto assente dal
movimento, prima e dopo la presa del
potere, anche se non assunse mai la for-
ma esplicita, compiuta e sistematica che
ebbe nella rivoluzione russa o cinese.
D'altra parte, lo scarso sviluppo della
teoria, e la sua sottovalutazione, non sono
un merito della rivoluzione cubana, ma
un limite, tanto più evidente e pericoloso
quanto più ci si allontana dal momento
della lotta armata, o della trasformazione
della base economica avvenuta anche sot-
to la pressione di fattori esterni e con-
tingenti (il blocco economico americano
che spinse Castro a dipendere dall'aiuto
sovietico) e quanto più diventa necessa-
rio impostare in forma corretta il passag-
gio al socialismo e la difesa degli istituti
socialisti attraverso una rivoluzione della
sovrastruttura e dell'uomo. E' interessante
a questo proposito ricordare quanto scri-
va Robert Williams in The Crusader (mar-
zo 1967) a proposito della mancata rivo-
luzione culturale a Cuba, del rafforzamen-
to della burocrazia e della piccola-borghe-
sia, del conseguente pericolo di una de-
gradazione degli istituti socialisti e della
stessa base economica socialista.
Anche il modo con cui Castro presen-
ta e affronta queste difficoltà di Cuba
post-rivoluzionaria contiene spunti mora-
leggianti o economicisti nell'analisi delle
contraddizioni e nella determinazione dei
rimedi. Si parla di vizi da estirpare non
draconiamente ma con pazienza, nella
persuasione «che l'arma fondamentale
che permetterà di liquidare questi vizi
‘ che ancora sussistono è l'aumento della
produzione » (discorso, citato, del 26 lu-
glio 1967). La carente analisi teorica del-
le radici di classe di questi fenomeni,
della persistente lotta di classe che essi
portano in evidenza, comporta che nel
combatterli non si metta la politica al
primo posto, facendo appello alla inizia
tiva rivoluzionaria delle masse, come ac-
cade invece nella rivoluzione culturale
cinese guidata dal pensiero di Mao Tse-
tung.
2) Un ulteriore elemento di grave am-
biguità, che come i precedenti è riduci-
bile alla più generale sottovalutazione
dell'analisi teorico-scientifica dei fatti e
delle situazioni, si ritrova nel modo con
cui vengono avanzate le critiche ai par-
titi comunisti filosovietici dell'America La-
tina e all’URSS.
CHE GUEVARA |
La notizia — che viene ormai pur-
troppo confermata — della morte di
Che Guevara, è motivo di profondo
dolore per ogni rivoluzionario. A
tutti in questo momento si impone
—, più che una sterile 'commemora-
zione' — un attento riesame della
esperienza di Che Guevara e degli |
insegnamenti che offre a tutti i ri-
voluzionari del mondo, Quali ragio-
ni hanno indotto Guevara a farsi
organizzatore della guerriglia nei
paesi dell’America latina; quale rap-
porto esiste fra questa’ linea poli-
tica oggi assunta da Castro e i
dissensi che opposero Guevara a
Castro sui problemi dell’edificazio-
ne economica in Cuba post-rivolu-
rionaria; quale validità strategica e
quali possibilità di sviluppo presen-
ta nei diversi paesi la guerriglia? Su
questi temi riteniamo necessario
aprire — fin dai prossimi numeri
— un discorso il più possibile docu-
mentato ed organico,
Ad esempio: si critica la funzione dei
partiti comunisti dell'America Latina per
la loro inconciliabilità per così dire « tec-
nica» con lo sviluppo della guerriglia
(impossibilità di dirigere un movimento
guerrigliero dalla città, etc.), non ricer-
cando effettive spiegazioni « politiche »
delle scelte criticate. La pretesa del PCV
di dirigere la guerriglia dalla capitale è
definita da Castro nel discorso del 13
marzo come un atto « figlio dell'ignoranza
più che della malafede » (cit. p. 14). In
« Rivoluzione della Rivoluzione? » Débray,
dopo aver esaminato la positiva esperien-
za del PC vietnamita e cinese, aggiunge:
« Senza voler entrare nei dettagli, le cir-
costanze storiche non hanno permesso
ai PC latino-americani, nella loro stragran-
de maggioranza, di radicarsi e di svilup-
parsi in un simile modo » (cit. p. 104).
Analogamente, non ci si chiede perchè
l'URSS aiuti le oligarchie controrivoluzio-
narie, ma ci si limita alla denuncia del
fatto, definito « assurdo », vale a dire in-
comprensibile. Il giudizio morale tende
anche qui a sostituire l'analisi materiali-
stica e la critica teorica del revisionismo.
Data poi la coerenza interna di queste
contraddizioni della « linea cubana », sem-
bra anche impossibile ridurla a una sem-
plice prudenza tattica verso l'URSS da cui
Cuba economicamente in larga parte di
pende. Senza dire che lo stesso insieme
di scelte economiche operate da Castro,
col risultato di uno scarso sviluppo del-
l'industria e di un pesante condiziona
mento da parte dell'URSS che è la mag-
gior acquirente dei prodotti agricoli cu-
bani, può derivare più di quanto di solito
si creda, dal non aver correttamente ri-
solto sul piano teorico e delle scelte po-
litiche i problemi che si pongono a Cuba
nel periodo della transizione al socialismo.
Da questa mancata critica, d'altra par-
te, e dalla mancata definizione degli
«amici» e dei «nemici» della rivolu-
zione scaturisce la decisione di non di-
scutere pubblicamente e di non rendere
poi pubbliche certe risoluzioni prese non
all'unanimità alla conferenza dell'OLAS,
come appunto pare essere quella della
condanna della politica di aiuti ai go-
verni oligarchici condotta dall’URSS, con
la motivazione di non voler consentire al
“nemico” di trarre profitto dalle diver-
genze all'interno del campo socialista.
La negazione della teoria, sulla base
dell'esperienza cubana, diventa qui una
mistificazione che serve per contestare
singole scelte sovietiche o dei partiti fi-
losovietici nell'America Latina senza met-
tere in questione il fronte unico con i
revisionisti e senza aderire al fronte ri-
voluzionario guidato dall'avanguardia ci-
nese.
3) Contraddittorio, infine, appare il ri-
petersi di dichiarazioni di Cuba a favore
di un impegno continentale di solidarietà
pratica e di elaborazione strategica, e l'al-
trettanto costante rifiuto di inserire tale
strategia continentale in una strategia in-
ternazionale, dal momento che interna-
zionale è il disegno strategico dell'impe-
rialismo.
Ciò non significa, com'è ovvio, che ai
cubani si domandi di elaborare tattiche
per questo o quel paese del mondo (e
neppure per i singoli paesi dell'America
Latina, dei quali andrebbe peraltro ana-
lizzata la supposta omogeneità), ma che
ciascun movimento o paese rivoluziona-
rio deve derivare il proprio lavoro poli-
tico, oltre che da un'analisi corretta delle
specifiche realtà locali, da una corretta
analisi dei rapporti di classe internazio-
nali e da una conseguente identificazio-
ne su scala mondiale degli amici e dei
nemici di classe, delle forze materialmen-
te e politicamente schierate a favore
della rivoluzione o contro di essa.
Anche nel citato discorso di chiusura
dellOLAS del 10 agosto, Castro ancora
ribadisce: « Noi parliamo delle condizioni
dell'America Latina. Noi non vogliamo im-
mischiarci nei problemi, già troppo gran-
di. che affrontano altre organizzazioni ri-
voluzionarie in altri paesi, come in Euro-
pa; noi parliamo dell'America Latina ». A
tale affermazione fa riscontro, carica del-
la stessa ambiguità, l'osservazione di
Débray (« America latina: alcuni proble-
mi di strategia rivoluzionaria », in « Rivolu-
zione nella Rivoluzione » Feltrinelli, Mila-
no, settembre 1967) intorno all'incompa-
rabilità delle situazioni in Europa e In
America Latina, per cui, ad esempio, lo
slogan della coesistenza pacifica impor-
tato dall'Europa non si adatta alle condi-
zioni dell'America Latina. Inutile dire che,
volente o no, un simile modo di affron-
tare la questione può avvallare l’idea che
in Europa, invece, i partiti delle sinistre
possano adottare a pieno diritto la poli-
tica della coesistenza pacifica.
Concludendo, ci pare di poter dire che,
per quanto riguarda l'America Latina, im-
pegnata almeno nella maggioranza dei
suoi paesi in una prospettiva di lotta vio-
lenta contro l'imperialismo a breve sca-
denza, il prevalere delle posizioni posi-
tive o negative, coraggiose o ambigue,
teoricamente corrette o mistificate della
linea cubana dipenderà dal concreto pro-
cesso rivoluzionario, dai rapporti di forze
che si stabiliranno al suo interno. E' com-
pito anche di altri, non solo di Castro e
dei cubani, eliminare gli equivoci residui.
Molto dipenderà dall'esistenza di auten-
tiche forze marxiste-leniniste, capaci di
partecipare alla guerriglia e di dirigerla,
garantendo in essa l'egemonia teorico-
politica del marxismo-leninismo e del pro-
letariato. Solo a questo patto, e in pro-
spettiva, potrà determinarsi fra Cuba, Ci-
na e Vietnam quella identità di indirizzi
strategici che alcune componenti della
sinistra italiana (vedi Quaderni Piacentini,
cit.) tendono a presentare, non senza pe-
ricoli, come già esistente.
Contemporaneamente non si può tace-
re l'utilizzazione del Castrismo in Euro-
pa. Ne costituiscono un ulteriore docu-
mento i recenti commenti alla conferen-
za dell'OLAS apparsi sul settimanale del
PSIUP Mondo Nuovo (17 agosto 1957). In
essa la lode entusiastica della “via latino-
americana” alla rivoluzione (che consente,
anche per l'espressione linguistica scel-
ta, l'accostamento alla “via italiana” al so-
cialismo); il vantato superamento cubano
« dell'assurda polarizzazione fra linea so-
vietica e linea cinese » (che permette di
criticare i compagni cinesi e di salvare
il «fronte unico » con i revisionisti sovie-
tici); l'apprezzamento per la terza via cu-
bana, proposta evitando « ogni irresponsa-
bile generalizzazione della loro teoria »
(per cui la via “armata” di Castro può coe-
sistere con la via “pacifica” dei socialpro-
letari italiani), stanno a testimoniare l'uso
controrivoluzionario di cui è oggetto, in
Italia e altrove, la linea cubana.
africa
LE COLONIE
PORTOGHESI
Il dominio coloniale portoghese, attual-
mente il più grande in tutto il mondo,
marcia verso la decomposizione, trasci-
nato dall'inesorabile processo storico. |
popoli delle colonie, dopo parecchi anni
di lotta politica clandestina, sono passati
all'offensiva, scegliendo la via della vio-
lenza, della lotta armata.
Il primo passo fu compiuto dal popolo
dell'Angola che ebbe la funzione di de-
tonatore delle guerre di liberazione na-
zionale, unico mezzo efficace nella deco-
lonizzazione del dominio portoghese. |
nazionalisti delle colonie indiane, mesi
dopo, chiedevano l'aiuto militare di Nehru
per rovesciare la presenza europea a Gòa,
Damfo e Diu, che sorgono nella storia di
questo secolo come le prime colonie por-
toghesi a staccarsi dal dominio.
Un anno dopo, sorge la guerriglia nella
Guinea-Bissau e, nel 1964, i nazionalisti
del Mozambico aprono il terzo fronte. A
Timor è Macao regna una atmosfera di
agitazione. Nelle isole di Capo Verde e
S. Tomè e Principe la lotta clandestina è
molto sviluppata. Il Portogallo deve man-
tenere un esercito di oltre 150.000 uomini.
La maggior potenza coloniale è un pic-
colo paese di 595 km da Nord a Sud e
170 km da Est a Ovest. La popolazione è
di circa 9,5 milioni di abitanti di cui il
50% occupato nel settore primario, il
24% nell'industria ed il rimanente 26%
nel settore terziario. L'agricoltura è molto
povera e primitiva rappresentando soltan-
to un quarto della produzione nazionale.
L'economia coloniale non partecipa alla
produzione nazionale secondo il ciclo im-
perialista tradizionale, cioè esportando le
materie prime nella metropoli che le rie-
sporterebbe come prodotti manufatti. Sol-
tanto il cotone segue questo ciclo. L'eco-
nomia portoghese è tutt'altro che un'eco-
nomia imbperialistica: èun'economia di
sottosviluppo. Infatti, il Portogallo espor-
ta fondamentalmente materie prime e
prodotti quasi grezzi (come il vino, l'o-
lio, il sughero ecc.) e importa prodotti
manufatti. e alimentari.
Il livello di vita è uno dei più bassi
del mondo: 210 dollari per anno. La mor-
talità infantile è del 60 per 1000: muoio-
no 51 malati di TBC per ogni 100.000
abitanti. Il 40,4% della popolazione con
più di 7 anni di età è analfabeta.
Gli investimenti stranieri nel paese
sono, anch'essi, tipici di un possedimen-
to coloniale. La Companhia Telefonica
Anglo-Portuguesa ha il monopolio della
rete telefonica; i trasporti pubblici ur-
bani sono proprietà inglese; la metà
delle assicurazioni sono straniere; una
delle banche più importanti è The Bank
of London and South America; la costru-
zione navale e l'industria elettrica sono
britanniche (English Electric); l'industria
medicinale è controllata dai tedeschi
(Meyer), il monopolio sul mercato del
sughero (1/6 delle esportazioni del pae-
42
se) è nelle mani del capitale USA, ecc.
Come è possibile allora che un tale
paese riesca a mantenere in guerra un
esercito di 150.000 uomini? Basta guar-
dare gli investimenti stranieri nelle co-
lonie: capitali inglesi, americani, tede-
schi, sudafricani, belgi, francesi, svizze-
ri ed italiani, tra gli altri, controllano i
diamanti, il petrolio, l'estrazione minera-
ria, il sistema bancario, il caffè, il coto-
ne, lo zucchero, il tè, i palmeti, i tra-
sporti, il commercio, la pesca, ecc. L'An-
glo-American Corporation of South-Afri-
ca, la De Beer's, la Union Minière du
Haut-Katanga, la Gulf Oil, la Standard
Gil, il gruppo Krupp, la Mutual Security
Agency, la Tanganyka Concession, la Car-
bide, il gruppo Oppenheimer e la Mor-
gan sono fra i più noti trusts internazio-
nali impegnati in Angola. Gli stessi An-
glo-American, Gulf Oil, Mutual, Morgan,
Oppenheimer e la Sena Sugar Estates,
Trans-Zambozia Railway, Total Oil, Gene-
ral Mining Corporation, Barclays Bank
D.C.O., Standard Bank of South Africa,
ecc., controllano altrettanti settori del-
l'economia del Mozambico.
Inoltre il Mozambico e l'Angola rap-
presentano tatticamente il punto vitale
per la sopravvivenza di un'Africa Au-
strale « bianca », nella quale il capitali-
smo internazionale ha investito fino ad
oggi più dell'85% degli aiuti economici
all'Africa. La concessione dell'indipen-
denza ai protettorati britannici del Le-
sotho, Botswana e Swasiland non mette
in pericolo tale piano, perchè essi sono
completamente isolati all'interno della
Repubblica Sudafricana. | due paesi neri
piazzati in mezzo a questo blocco (lo
Zambia e il Malawi) non hanno sbocchi
al mare e sono quindi dipendenti dalle
colonie portoghesi (il dr. Banda, presi
dente del Malawi, è noto per le «ec-
cellenti relazioni » con i governi di Vor-
ster e Salazar); nel Congo-Kinshasa,
che confina con Zambia ed Angola, l’'im-
perialismo ha colpito e colpisce ancora
con straordinaria violenza. Angola, Con-
go e Mozambico costituiscono quindi il
muro tattico che isolerebbe l'Africa del-
l'oro dall'Africa esplosiva.
A questo scopo l'aiuto imperialista è
massiccio: attraverso la NATO si forni-
scono armi all'esercito portoghese; at-
traverso i trusts capitalistici si conce-
dono prestiti al governo di Salazar e si
investono importantissimi capitali nelle
colonie (nel '64 in Angola gli investimen-
ti. furono di 82 milioni di dollari dei
quali 35,7 della Krupp). Così il Porto-
gallo può equilibrare la sua bilancia e-
conomica e destinare il 45% del suo
budget alle spese militari.
Appoggiato dall'imperialismo interna-
zionale, il governo fascista di Salazar
ha creato, con il governo reazionario di .
lan Smith e con quello filo-nazista di
Vorster, un blocco militare di repres-
sione contro i movimenti popolari di li-
berazione. La collàborazione avviene so-
prattutto a livello di scambi di informa-
zioni, « briefings », scambi di militari (per
studi) e aiuti in materiale bellico.
Nell'Africa Australe i movimenti di li-
berazione più attivi sono il Movimento
Popular de Libertacào de Angola (MPLA),
il Frente de Libertacào de Mocambique.
Nel '61 l'UPA (Uniaào das Populagoes
(FRELIMO), e l'African National Con-
gress (ANC).
Nel '61 l'UPA (Uniào das Populagdes
de Angola) ha svolto un ruolo molto
importante come principale orientatore
della ribellione popolare di marzo. Più
tardi ha creato, insieme con il PDA (Par-
tido Democratico de Angola), il GRAE
(Governo Revolucionario de Angola no
Exìlio). Però oggi ha perso il controllo
della lotta e i capi guerriglieri si preoc-
cupano di più di sparare sui militanti del
MPLA che sull'esercito coloniale por-
toghese.
Nel Mozambico, dove la lotta armata
scoppiò soltanto nel '64, tre partiti poli-
tici (l'Undemano, il Manu e l'Unami) han-
no formato un fronte comune, il FRELIMO,
il 25 settembre 1962. Tre altri partiti non
sono stati accettati in questo fronte
perchè sia la loro azione politica che
l’inattività militare non sembrano giusti-
ficare la fusione. Così si è costituito ‘il
Comité Revolucionario de Mogambique
(COREMO) il cui unico esperimento mi?
litare) è stato il tentativo di agitazione
politica delle popolazioni «zimba » (Est
del’ paese) che la repressione colonia-
lista riesce a controllare.
L'azione politica e militare portata a-
vanti dal MPLA e dal FRELIMO è petò ri-
levante. Il MPLA svolge un'intensa atti-
vità nell'Enclave di Cabinda (al nord del
fiume Congo) e nel Nord dell'Angola (re-
gioni di Cuanza Norte, Luanda, Congo e
Zaire), nonchè nel centro-est (regioni
del Moxixo e Cuando-Cubando). Dopo
un, periodo di crisi ‘interna, cui non fu-
rono estranei i cambiamenti politici in
Congo (ancor oggi il presidente Mobu-
tu, l'uomo del capitale USA, riconosce
soltanto l’UPA e fa arrestare i membri
del MPLA), il movimento del dott. Ago-
stinho Neto si è ristrutturato e ha ripre-
so l'offensiva con successo. L'apertura
del fronte centro-est nonostante la pre-
senza dei 65.000 soldati portoghesi ne
è la migliore prova.
Nel nord del Mozambico, le guerriglie
del FRELIMO commemorano questo 25
settembre il terzo anno di lotta: con
periodi più intensi ed altri di offensiva
tattica, il bilancio è molto positivo. Le
regioni di Cabo Delgado e Niassa, non-
chè piccole parti di quelle di Zambozia
e Nampula, sono pattugliate dai ribelli
che impegnano duramente l’esercito co-
loniale e stabiliscono rapporti con le po-
polazioni. Nella fascia nord, i portoghe-
si hanno ritirato le autorità amministra
tive ed il territorio, ad eccezione di al-
cune basi militari, è « pulito ». L'esercito
portoghese è qui forte di circa 40.000
uomini.
Parallelamente alla lotta armata, am-
bedue i partiti (MPLA e FRELIMO) svol.
gono un'attività politica” clandestina nel
le città e nelle zone in cui le condizio-
ni non sono adatte alla guerriglia. La
repressione della PIDE (polizia politica)
è fortissima e gli assassinî, arresti, tor-
ture dei militanti ed aderenti sono fre-
quenti. Però, nella durezza di questa lot-
ta silenziosa, i quadri si vanno costi-
tuendo e la politicizzazione delle mas-
se comincia ad assumere proporzioni
molto importanti.
Nelle ultime settimane c'è stato un
avvenimento importante nella situazione
politica dell'Africa Australe: il fronte co-
mune costituito dai guerriglieri rode-
siani e sudafricani come risposta al bloc-
pre”
co militare reazionario. Nella Rodesia del
Sud, ancora prima della proclamazione
« unilaterale » di Smith nel novembre del
'65, i leaders dell'opposizione africana
erano stati arrestati e l'organizzazione
del partito distrutta e dichiarata illega-
le. Pochi mesi dopo « l'indipendenza », i
rodesiani hanno cominciato ad opporre
al governo di lan Smith la resistenza ar-
mata e l'anno scorso la lotta ha assunto
un carattere nettamente offensivo. Nel
Sud Africa lo svolgimento della situazio-
ne è simile. Nel '61 l'ANC, di tradizione
non-violenta, è stato distrutto da Ver-
woerd. La maggior parte dei suoi qua-
dri dirigenti fece allora un'analisi della
situazione e scelse la via della violenza,
costituendo il partito clandestino, l'Um-
koto we sizwe (Lancia della nazione).
Nel '62 il sabotaggio, la lotta armata e
l'azione di massa sono stati molto rile-
vanti. Però la macchina repressiva di
Verwoerd riuscì a smebrare l'organiz-
zazione, arrestando i principali capi. Il
movimento nazionale attraversò allora
una profonda crisi; soltanto nel '66 si
sentì parlare di nuovo della ripresa del-
l'azione.
Adesso, una nuova prospettiva si apre
alla lotta antimperialista nell'Africa Au-
strale. Il ZAPU e l'ANC, consapevoli del-
l'importanza strategica della Rodesia del
Sud, hanno unito le loro forze per ro-
vesciare insieme il governo minoritario
dei bianchi e squilibrare così la situazio-
ne in quella zona dell'Africa.
Geograficamente isolata dall'Africa Au-
strale, un'altra colonia portoghese lotta
da cinque anni per la liberazione, im-
pegnando circa 30.000 soldati dell'eserci-
to coloniale: questo piccolo paese, do-
ve i portoghesi hanno subìto le più
umilianti sconfitte, è la Guinea-Bissau.
Diversamente dall'Angola e dal Mo-
zambico, nella Guinea il capitale inter-
nazionale non è direttamente impegna.
to. Il più grande gruppo economico por-
toghese, la Compagnia Uniao Fabril
(CUF), e la Banca Nazionale di Oltrema-
re (BNU), sono i padroni di tutta l’eco-
nomia guineense. Però l'importanza della
Guinea in quest'ultima fase della deco-
lonizzazione politica africana e dell'eman-
cipazione dell'Africa Australe è grande.
Infatti, sotto la guida di Amilcar Ca-
bral (uno dei più rilevanti leaders afri-
cani) il PAIGC (Partido Africano de In-
dependéncia da Guiné e Cabo Verde) ha
portato avanti una lotta vittoriosa e con-
trolla economicamente, politicamente e
militarmente la maggior parte del ter-
ritorio. La situazione geografica, il tipo
di terreno, l'unità del movimento, la cor-
rettezza della linea strategica, l'intensi-
tà dell'azione politica, l'addestramento
delle forze guerrigliere sono alcuni dei
fattori ‘che fanno di questa guerra di lì-
berazione quella più sviluppata e più
vicina alla vittoria. E una vittoria della
Guinea può essere addirittura decisiva
per ‘la situaZione angolana e mozambi-
cana e, quindi, per l'Africa Australe.
La propaganda di Salazar chiama le co-
lonie « province portoghesi » e la guer-
ra coloniale «la difesa dell'integrità na-
zionale ». | soldati portoghesi, nella mag:
gior parte. analfabeti o quasi, sono sot-
toposti ad Una intensa propaganda che
richiama « l'amore. della Patria» e la di-
fesa della «civiltà cristiana contro la
barbarie ». Una vittoria militare del PAIGC
sarebbe un colpo durissimo per. questa
falsa ideologia e un'indicazione decisiva
per gli altri popoli colonizzati dai porto-
ghesi.
In realtà, nonostante le distanze geo-
grafiche e le diversità etniche, le avan-
guardie dei popoli sotto dominazione por-
toghese hanno avuto sempre un’esatta
concezione del carattere internazionale
della lotta e della necessità di unirsi
contro il nemico comune. Già nel '58 na-
zionalisti di tutte le colonie si trovarono
in Europa costituendo il MAC (Movimen-
to AntiColonialista). Nel gennaio del '60,
nella seconda conferenza dei popoli afri-
cani, il MPLA e il PAIGC formavano una
nuova organizzazione, il FRAIN (Frente
Revolucionaria Africana de Independén-
cia) che sostituisce il MAC. Finalmente,
nell'aprile '61, con la partecipazione dei
principali partiti e movimenti di libera
zione, si è creato il CONCP (Conferén-
cia das Organizacdes Nacionalitas das
Colénias Portuguesas). Attraverso que-
sta organizzazione i nazionalisti delle co-
lonie portoghesi cercano insieme la stra-
tegia, scambiano le esperienze politiche
e militari, stabiliscono rapporti interna-
zionali, cercano aiuti, si fanno rappresen-
tare unitariamente nelle conferenze in-
ternazionali, ecc.
La lotta sarà lunga. Ma i popoli della
Guinea, dell'Angola, del Mozambico, del-
la Rodesia, dell'Africa di sudovest e del-
la Repubblica Sudafricana sembrano, o-
gni giorno di più, decisi a portare avan-
ti la loro lotta. Come nel Vietnam e
nel Sudamerica, l'imperialismo interna-
zionale ha cominciato già a tremare nel-
l'Africa Australe.
medio - oriente
MOVIMENTO ARABO
E FORZE DI CLASSE
A quattro mesi dall’aggressione israe-
liana contro i paesi arabi, e fermo re-
stando il giudizio sul ruolo proimperiali-
sta del cosiddetto stato di Israele, si ren-
de ormai necessario un bilancio che tenga
conto delle componenti di classe del mo-
vimento arabo, delle modificazioni o delle
prese di coscienza prodotte all'interno del
movimento dalla recente guerra-lampo,
e delle prospettive rivoluzionarie esistenti
oggi nel medio-oriente.
Fin dall'inizio del conflitto è apparso del
resto chiaro che dietro le scelte militari
giocavano scelte politiche e di classe,
linee contrastanti che possono riassumer-
si in due modi assai diversi di affrontare
lo scontro con Israele: quello della guerra
tradizionale fra stati, in cui avrebbe avuto
la meglio la parte tecnicamente più orga-
nizzata; e quello della guerriglia di lunga
durata, della lotta popolare rivoluzionaria
poggiante sulle masse.
In quest'ultimo senso pareva orientarsi
l'appello dei dirigenti algerini e siriani, ma
non è affatto chiaro quanto ciò sia dipeso
unicamente da motivi tattici, dal desiderio
di contendere la leadership politica a
Nasser nel movimento arabo. Lo stesso
movimento palestinese di liberazione non
ha saputo finora indicare se i suoi obietti-
vi vadano concretamente al di là di alcuni
isolati atti di terrorismo. D'altra parte, la
presenza nello stesso fronte antiisraelia-
no di stati a regime feudale e filoimperia-
lista non ha certamente contribuito alla
chiarezza ideologico-strategica del movi-
mento e alla sua collocazione di classe.
Tutti questi elementi di eterogeneità
non hanno concorso che a rafforzare il
ruolo direttivo di Nasser (e dell'Unione
Sovietica) nella guerra, col risultato di
una grave sconfitta militare.
Nasser e gli altri dirigenti arabi hanno
attribuito la sconfitta a fattori puramente
tecnici o alle capacità dei servizi di spio-
naggio israeliani e della CIA. In effetti si
tratta di una sconfitta politica prima che
militare, le cui cause sono da ricercarsi
«nel seno della società egiziana», nei
ranghi dell'esercito egiziano, attraverso i
rapporti interni che reggono insieme la
struttura della società e quella dell'eserci-
to. («Le origini di classe della disfatta
araba », Garde Rouge, n. 7, 1967). « E' la
sconfitta politica della direzione piccolo-
borghese del movimento patriottico —
osserva “Garde Rouge”. — Questa dire-
zione ha messo in opera, per realizzare
le sue aspirazioni capitaliste, una linea
politica fondata sulla collaborazione di
classe, e dunque sulla repressione della
lotta di classe operaia e delle altre masse
lavoratrici ». Contemporaneamente la di-
rezione nasseriana, per realizzare una in-
dustria nazionale che portasse all'indipen-
denza economica dall'Inghilterra, ha eli-
minato la grande borghesia e accordato al-
cune misure favorevoli ai lavoratori. Tutto
questo però, con l'aiuto finanziario dei re-
visionisti sovietici, i quali esperimenta-
rono in Egitto la nuova «via non capita-
lista » di sviluppo e la costruzione del so-
cialismo grazie allo « aiuto esterno ».
Ma, continua « Garde rouge », « Il ca-
rattere esterno dell'aiuto finanziario e il
carattere di classe piccolo-borghese del
potere, renderanno artificiale e vulnerabile
lo sviluppo industriale così condotto.
Gli ufficiali e gli amministratori e gli alti
funzionari domineranno le nuove istitu-
zioni e cercheranno di trasformare il loro
potere amministrativo in potere econo-
mico. D'altra parte, le misure prese in
favore della classe operaia non corrispon-
devano al livello della sua forza politica:
la presa dell'ideologia borghese sul mo-
vimento operaio e l'assenza di un vero
partito comunista porteranno la clas-
se operaia a sottomettersi politicamen-
te al regime di Nasser (...). Egli ha
potuto pensare che tutti i suoi sforzi du-
rante i quindici anni passati, dovevano
portare a una economia nazionale sana su
cui si sarebbe appoggiato un esercito mo-
derno ed efficace. Ma i recenti avveni-
menti hanno mostrato che questo esercito
con il quale Nasser ha voluto affrontare
l'imperialismo U.S.A. era un "fenomeno
sociale '" sottomesso alle contraddizioni
caratteristiche della società nel suo in-
sieme ».
L'errore fondamentale è stato quello di
43
un'azione politica condotta dall'alto, lonta-
na da ogni iniziativa e controllo popolare,
per cui, anche nell'esercito, Nasser non
ha creduto necessario un'educazione po-
litica e ideologica proletaria, così come
ha sempre rifiutato di appoggiarsi al popo-
lo, perchè ciò vorrebbe dire organizzare
politicamente ed economicamente i la-
voratori, negare cioè la via burocratica e
borghese.
D'altra parte, però, la via seguita da
Nasser è stata tracciata oltre che dalla
natura di classe del suo regime, anche
dall'aiuto economico e militare dell'URSS,
che ha paralizzato il dinamismo interno
dell'economia egiziana e si è trasforma-
to in un nuovo elemento di dominio che
forza il paese contro la sua volontà nei
momenti cruciali (quando, ad esempio,
l'URSS ha imposto all'Egitto il « cessate
il fuoco »). Le responsabilità sovietiche
nella disfatta araba, continua « Garde
Rouge » — dipendono ancora una volta
dalla politica di coesistenza e collabora-
zione con l'imperialismo USA per cui « se-
minando l'illusione della possibilità di
"costruire il socialismo" appoggiandosi
soltanto all'aiuto esterno, senza direzione
proletaria marxista-leninista » i revisioni-
sti sono riusciti a costringere i dirigenti
arabi alla capitolazione, pur continuando
nello stesso tempo a dichiararsi i soli veri
amici dei popoli arabi.
Tuttavia — si osserva al proposito in
«Le responsabilità dei dirigenti arabi e
dell'URSS » (Vietnam 1967, La Comune-
Centro di Informazione, Verona 1967) —
« l'azione di Israele, che ha sorpreso per
la sua rapidità e per la sua violenza, e che
ha profondamente umiliato gli arabi con
una occupazione territoriale di cui non si
vede la fine, ha portato allo scoperto,
più di quanto i sovietici prevedessero, il
disimpegno dell’URSS (...). Ciò potrebbe
costituire la premessa per una ripresa del-
la lotta in forme nuove e per il graduale
affermarsi in tale lotta di una direzione
politica sottratta al controllo revisionista ».
| popoli arabi — nota « Garde rouge » —
« hanno cominciato ad occorgersi... che
la via che era stata loro offerta dai
leaders attuali della lotta di liberazione —
quella degli eserciti " potenti » ma " non-
politicizzati — non era nient'altro che un
miraggio, presto cancellato, nel deserto
del Sinai; e che la via corretta è, invece,
quella di un'esercito popolare e di una
lotta prima di tutto politica ».
Questa impostazione è del resto la sola
— si nota ancora nel citato « Vietnam
1967 » — che possa convertire la lotta
«nazionale » degli arabi in « lotta di clas-
se « legando stabilmente la battaglia dei
paesi arabi « alla lotta del proletariato ara-
bo o ebreo-asiatico residente in Israele »,
facendo esplodere le contraddizioni inter-
ne a questo paese e favorendo il passag-
gio reale al socialismo nel Medio Oriente.
Non va infatti dimenticato che — come
scrive l'organo dei marxisti-teninisti au-
striaci(Rote Fanne, n. 79) — la maggio-
ranza degli ebrei residenti in Palestina
sono essi stessi soggetti ai rapporti ca-
pitalistici di sfruttamento: dei 900.000 la-
voratori di Israele 130.000 sono disoccu-
pati mentre, non solo le industrie, ma
anche la gran parte della terra (anche
quella dei tanto reclamizzati kibbuzzim) è
proprietà di grandi società capitalistiche
44
israeliane o straniere. Un ulteriore ele-
mento di contraddizione è rappresentato
dal divario di condizioni economico-sociali
fra ebrei europei ed ebrei afro-asiatici,
senza considerare i 300.000 arabi che vi-
vono in Israele in condizioni di semischia-
vitù e sottoposti a pesanti restrizioni e a
governatorati militari. Ciò in un paese in
cui il 40% delle spese statali è stato
devoluto — dal 1958 ad oggi — a inve-
stimenti militari e in cui la stessa re-
cente guerra risulta per molti versi un
diversivo contro l'aggravarsi delle con-
traddizioni interne, della disoccupazione
e della crisi economica — nonostante gli
abbondantissimi aiuti finora dati a Israe-
le dall'imperialismo (vedi « Vietnam
1967 », citato).
Le tensioni e i contrasti di classe fanno
dunque di Israele uno stato tutt'altro che
al riparo da una « guerra civile » fra sfrut-
tatori e sfruttati, nella misura in cui lo
svilupparsi del movimento di liberazione
palestinese e della lotta di liberazione
araba aiuterà le forze rivoluzionarie inter-
ne a riconoscere i « veri amici » del po-
polo israeliano e a scegliere la loro col-
locazione di classe.
Su questi dati si fonda l'analisi della
situazione araba sviluppata dai compagni
cinesi, particolarmente nel recente arti-
colo di Tcheou Tien-Tche su «Le lezioni
della guerra araba contro l'aggressione »
(Honggi, n. 13, 1967; o anche in Pekin In-
formation, n. 37, 11 settembre 1967).
Contrariamente a quanto hanno mostra-
to di credere alcuni settori della sinistra
italiana antirevisionista, la posizione dei
compagni cinesi di fronte al conflitto ara-
bo-israeliano non si è limitata a una at-
testazione, doverosa, di incondizionata so-
lidarietà con la lotta contro l'aggressione,
ma ha contemporaneamente ‘indicato i
principii teorici e le scelte politiche da
cui dipende il vittorioso sviluppo della ri-
voluzione araba.
Partendo dal conflitto del giugno scorso,
Tcheou Tien-tche scrive che «La guerra
ha fatto prendere coscienza ai popoli, li
ha educati e li ha temprati. Le perdite su-
bìte dai popoli arabi sul campo di batta-
glia sono temporanee mentre i profitti
che hanno acquistato sul piano morale in
questa guerra avranno un effetto di lun-
ga portata (...) ».
Ma, si legge subito dopo. « Questa
guerra mostra chiaramente che i due tipi
di neo-colonialismo, americano-britannico
e il revisionismo sovietico, hanno messo
apertamente le loro forze in comune (...).
Lenin ha detto che «la guerra ha... tra-
sformato l'alleanza tacita degli opportuni-
sti con la borghesia, in un'alleanza aper-
ta ». La serie di atti di tradimento della
cricca revisionista sovietica nel corso de-
gli avvenimenti del medio-oriente prova in
maniera certa che questa cricca si è col-
locata a fianco dell'imperialismo ameri-
cano (...). Da questi avvenimenti risulta
ancora che lo « aiuto » militare ed eco-
nomico fornito dalla cricca revisionista
sovietica ai paesi arabi e ad altri paesi
d'Africa, d'Asia e d'America latina, non
ha per scopo di sostenere veramente le
loro lotte antimperialiste ».
Tcheou Tien-tche prosegue inoltre criti-
cando il modo con cui è stata condotta
la guerra, come guerra tradizionale fra
Stati: « Questa guerra insegna una volta
di più ai popoli che per annientare gli at-
tacchi armati dell'imperialismo e dei suoi
lacchè i popoli e le nazioni oppresse non
possono contare che sulla teoria, la stra-
tegia e la tattica della guerra popola-
re (...). Se le nazioni oppresse vogliono
vincere l'aggressione imperialista, esse
non devono appoggiarsi sulle armi moder-
ne,,,, esse devono contare sulla coscienza
politica del popolo... e devono fare ap-
pello ai principi strategici della guerra
prolungata (...). Questa guerra... prova
che tutte le vecchie teorie militari sono
inoperanti. Utilizzare i metodi militari de-
gli imperialisti non è di nessuna utilità
e imparare dai revisionisti sovietici avrà
inoltre come risultato quello di perdere
la guerra ».
Altrettanto rigorosa, da un punto di vi-
sta classista, l'analisi delle borghesie na-
zionali arabe e del tipo di alleanza (esclu-
sivamente tattica) che i rivoluzionari ara-
bi devono con queste stabilire durante
la lunga lotta di liberazione: « Attualmen-
te — si legge su « Honggi» — i paesi
arabi sono ancora nella tappa storica del-
la rivoluzione nazionale e democratica...
La loro recente guerra contro l'aggres-
sione e la loro lotta attuale contro l'impe-
rialismo americano rivelano una presa
di coscienza senza precedenti. Questa
forza rivoluzionaria latente fra le larghe
masse del popolo arabo è invincibile. Le
masse popolari, in primo luogo gli operai
e i contadini, sono la forza motrice es-
senziale della rivoluzione nazionale e de-
mocratica dei paesi arabi. Eccezion fatta
per la classe burocratica e « compradora »
la borghesia nei paesi arabi ha un doppio
carattere. Da una parte essa soffre del-
l'oppressione imperialista e ha delle con-
traddizioni con gli imperialisti. In un dato
periodo e in una certa misura, essa può
prendere parte alla lotta antimperialista.
Ma d'altra parte, essendo economicamen-
te e politicamente debole, essa vacilla
ed è incline a compromessi col nemi-
co (...). La borghesia che detiene il po-
tere nei paesi arabi si trova davanti a
questa alternativa: o persistere nella lotta
antimperialista, opporsi al neo-coloniali-
smo diretto dagli Stati Uniti e salvaguar-
dare l'indipendenza nazionale, e in questo
caso avrà il sostegno del popolo; oppure
andare contro le aspirazioni del popolo,
non persistere nella lotta contro l'impe-
rialismo americano e non resistere alla
soperchieria e alla pressione dei revisio-
nisti sovietici, e in questo caso, non sol-
tanto si staccherà dal popolo, ma sarà
inoltre rovesciata dagli imperialisti ame-
ricani e revisionisti sovietici o sarà ri-
dotta ad essere loro dipendente... ». Il
presidente Mao, conclude l'articolo, ha
sottolineato che « Nella lotta contro l'im-
perialismo, è possibile riportare la vitto-
ria seguendo la giusta linea, appoggiando-
si sugli operai e sui contadini, unendosi
alle masse degli intellettuali rivoluziona.
ri, della piccola borghesia e della borghe-
sia nazionale che si oppone all'imperia-
lismo così come a tutte le forze patriot-
tiche e antimperialiste e mantenendo de-
gli stretti legami con le masse ».
E' un invito al proletariato e ai marxi-
sti-leninisti arabi, di prendere nelle pro-
prie mani — fin dalla fase democratica,
di alleanza con le borghesie antimperiali-
ste — la direzione della lotta, che dovrà
condurre al socialismo.
gr
grecia
LE RESPONSABILITA’
DEI REVISIONISTI
La Grecia è un paese in cui la domi-
nazione imperialista ha raggiunto uno dei
più alti livelli, nell'ambito dei paesi occi-
dentali, tanto che la sua condizione può
venire assimilata, per molti riguardi, alla
situazione semi-coloniale dei paesi più
sfruttati. La partecipazione dei capitali
stranieri negli investimenti è passata dal
36% nel 1963 al 67% nel 1965. Con la
progressiva integrazione del paese nel
Mercato Comune l'alleanza tra grande
borghesia legata all'imperialismo e pic-
cola borghesia non poteva più sostenersi,
data la crescente concentrazione mono-
polistica, la proletarizzazione degli arti-
giani e dei piccoli contadini, l'afflusso
delle merci straniere.
Questi settori della piccola borghe-
sia fornivano la base elettorale della
Unione del centro, diretta da Papandreu
e costituita dagli Americani con elemen-
ti liberali e repubblicani per un gover-
no di ricambio provvisorio, un paraven-
to perchè l'E.D.A. non apparisse il solo
partito alternativo alla destra.
Inizialmente il Centro condusse una po-
litica demagogica nei confronti della pic-
cola borghesia ma progressivamente rive-
lò la sua completa subordinazione agli a-
mericani sia in politica interna che este-
ra. Tutto ciò, legato a certe misure lesi
ve della piccola borghesia, finì col far
sentire i suoi risultati nelle elezioni mu-
nicipali del '64 che videro aumentare con-
siderevolmente i voti dell'E.D.A. Ciò non
poteva che preoccupare la corte e gli
americani, che temevano un avanzamen-
to massiccio della sinistra nelle future
elezioni politiche. Il colpo di stato reale
del luglio 1965 era l'unico modo per cri-
stallizzare una situazione fluida, e peri
colosa per il monopolio. La sorpresa mag-
giore venne dalla reazione popolare, pro-
lungata per 70 giorni: un governo fantoc-
ciò, con parvenze democratiche, era ne-
cessario perchè si calmassero le acque e
si potesse preparare una dittatura milita-
re definitiva.
In questa situazione caotica e oppres-
siva, in cui il regime parlamentare non
esisteva che di nome, in cui il terrore e
l'illegalità erano le uniche regole, come
si comportava il P.C. greco? L'E.D.A.
(Unione della Sinistra Democratica) fu
istituito nel 1951 dal raggruppamento di
diverse formazioni di sinistra, in cui il
peso preponderante era dato dai comu-
nisti. Dal 1957, quando il P.C. fu messo
fuori legge e i suoi membri integrati al-
l'E.D.A., inizia un processo di degenera-
zione del P.C., sia organizzativamente che
sul piano politico e ideologico. Dall'VII°
congresso nazionale, avvenuto nel 1961,
Î principali obiettivi dei comunisti greci
furono sempre più la collaborazione di
classe e l'inserimento in un governo
parlamentare, tutto ciò accompagnato dal-
la miope propaganda di false illusioni elet-
toralistiche in nome del passaggio paci-
fico al socialismo (in Grecia!).
Dopo il colpo di stato; nell'estate 1965,
le parole d'ordine dell'E.D.A. erano «ri-
spetto della costituzione », e « ritorno al-
la normalità », parole d'ordine evidente-
mente arretrate e capitolazioniste tanto
più in una situazione come quella greca,
dove non è mai esistita una normalità,
neppure nel senso di una democrazia bor-
ghese parlamentaristica. 1 dirigenti del-
l'E.D.A. rifiutarono perfino la parola d'or-
dine del plebiscito (pro o contro la mo-
narchia) che le masse avevano adottato
spontaneamente; inoltre non dettero mai
alle manifestazioni un contenuto antim-
perialista, quando lo stesso Papandreu de-
nunciava nell'affare di Cipro un fattore
determinante allo scoppio della crisi. In-
fatti un “regime-forte” si imponeva in Gre-
cia per una soluzione del problema volta
a mantenere intatta la presenza turca e
britannica nell'isola, non solo, ma per
trasformare l'ala sud della NATO in una
“fortezza” che assicurasse il permanente
controllo imperialista sul Medio Oriente.
Nota Garde Rouge, in un contributo sul-
l'argomento (n. 6, giugno 1957): «i diri-
genti dell'E.D.A., invece, pensavano soprat-
tutto a curare la loro “immagine” presso
il pubblico borghese. Si guardavano bene
dall'offrire di più. Essi volevano provare
che erano un partito come gli altri (...).
Nei loro sforzi per rassicurare la reazione
i dirigenti dell'E.D.A. sono arrivati fino a
condannare la resistenza popolare all'in
tervento, inglese nel '44. Leggiamo per
esempio ne «La Gauche Ellenique » or-
gano teorico dell'E.D.A. (n. 39, p. 49) a
proposito delle accuse lanciate dalla de-
stra secondo cui i comunisti stavano per
preparare un nuovo « dicembre »: Oggi i
partiti comunisti, almeno in Europa, si
sono positivamente orientati verso forme
di lotte democratiche e parlamentari, e
tali errori non si commettono più ».
L'E.D.A. costruì anche una teoria sul-
la differenziazione della destra, dalla
quale si sentiva autorizzata non più ad
unirsi coi lavoratori indicando loro chia-
ramente gli inganni della destra e i loro
effettivi interessi, ma ad un'intesa con
dirigenti ultrareazionari come Cannelopu-,
los, per cui essi vedevano nell'unione di
tutti i Greci, indipendentemente dalle loro
opinioni politiche, l'unica garanzia contro
ogni tentativo di colpo di stato. In tal
modo l'E.D.A. rinunciò ad affrontare qua-
lunque questione in termini di classe, in
nome di una democrazia e di un antifasci-
smo generici, come se per dei marxisti-
leninisti la democrazia non significhi più
« democrazia del proletariato » e il fasci
smo « dittatura della borghesia ».
Anche dopo il recente colpo di Stato i
revisionisti greci hanno continuato nel
loro sonnambulismo collaborazionista e il
pretesto antifascista è servito loro per
proporre l'unanimità di tutte le forze po-
litiche, compresa la destra “onesta”. Pri-
ma del colpo di Stato « La Gauche Elleni-
que » scriveva n. 39, p. 50): «Il popolo
mette al disopra di tutto, l'ordine costitu-
zionale e il funzionamento normale del re-
gime. Esso ha perfettamente ragione, per-
chè le questioni costituzionali determina-
no di gran lunga, per un lasso di tempo
indefinito, la vita della nazione, e al loro
corretto regolamento sono sospese la cal-
ma e la prosperità di intere generazioni ».
Oggi l'E.D.A. si ripropone soltanto Il ri-
torno alla democrazia borghese. « Una tale
parola d'ordine — osserva « Garde Rou-
ge » — è utopica... (vista la reazione) per
il carattere necessario della dittatura in
Grecia in questo periodo. Inoltre, non si
vede perchè il popolo farà dei sacrifici e
si batterà per ristabilire quello stesso
regime che ha preparato il letto al fa-
scismo. A parole i revisionisti si pronun-
ciano per l'indipendenza, ma, a creder
loro, sarebbe sufficiente ad assicurarla
che la Grecia si ritirasse dalla NATO.
Essi non fanno parola della necessaria
evizione dei monopoli stranieri. E come
lo potrebbero, quando essi collocano aper-
tamente le loro speranze di una evolu-
zione democratica del regime greco sul-
la pressione che su questo esercitereb-
bero certi governi europei? »
Significativa in questo senso anche la
dichiarazione della signora Antoniadis Bi-
bikos in un meeting tenuto a Parigi due
settimane prima del colpo di Stato: « La
legislazione del P.C.G. permetterebbe a
tutti i greci di contribuire coi loro sforzi
a rendere l'economia del loro paese con-
correnziale nel quadro del Mercato Co-
mune ».
Infine, osserva ancora « Garde Rouge »,
« l'ultima capitolazione dell'E.D.A. accad-
de quando essa rinunciò alla marcia della
pace di Maratona, alla vigilia del colpo
di Stato che la mobilitazione popolare
avrebbe potuto impedire o rendere più
costosa per i cospiratori. Sferrato a caldo
il colpo di stato non avrebbe permesso
di rastrellare in una notte quasi tutti |
dirigenti dell'E.D.A. (...) Così, fino alla
fine, l'ED.A. si lascia allettare dallo
specchietto per le allodole delle elezioni.
Un tale atteggiamento sarebbe normale
nella piccola borghesia che, debole eco-
nomicamente e non essendo rappresen-
tata da un partito, non potesse contare
che sui propri voti per pesare sulla mar-
cia delle cose. Ma coloro che si dicono
comunisti avrebbero dovuto. combattere
queste illusioni e preparare le masse alla
lotta. Oggi la dittatura della borghesia ha
lasciato cadere la sua maschera parla-
mentare. Il meccanismo di classe del po-
tere appare agli occhi di tutti. | fascisti
si sono affrettati a decretare delle misu-
re facilitanti la penetrazione del capitale
imperialista. Essi hanno firmato l'accordo
con la società americana Lytton, cosa che
nemmeno i ministri del colpo di Stato
reale del '65 avevano osato tanto è scan-
daloso. Esso infatti permette alla Lytton
di soppiantare il potere di Stato a Creta
e nel Peloponneso. Gli americani raccol.
gono i frutti del loro lavoro, ma altri frut-
ti maturano che saranno loro amari (...).
Oggi le masse sono coscienti che la loro
liberazione suppone l'eliminazione simul-
tanea dell'oligarchia « compradora », dei
monopoli stranieri, della monarchia e la
distruzione dell'apparato burocratico e mi.
litare dello Stato e questo nonostante
le speranze ingannevoli dei comunisti
greci sulla possibilità di una « evoluzione
pacifica ».
Mao Tze-Tung insegna che «il potere
è sulle canne dei fucili »: i reazionari
greci e di tutto il mondo lo hanno dimo-
strato. Anche per le masse greche è ar-
rivato il momento di organizzarsi poli
ticamente per rispondere alla violenza rea-
zionaria con la violenza rivoluzionaria,
smascherando contemporaneamente le tat-
tiche capitolazioniste della strategia re-
visionista complice dell'imperialismo.
45
IL CASTRISMO
E IL PSIUP
I commenti dedicati dalla stampa psiup-
pina alla recente conferenza dell'OLAS
permettono di individuare abbastanza chia-
ramente il ruolo che va assumendo il
PSIUP nella geografia politica italiana.
Prima di esaminarli, tuttavia, sarà bene
richiamare alcuni tratti tipici del PSIUP
che consentono di considerarlo come una
variante secondaria del revisionismo, rap-
presentato in Italia dal PCI.
A tale partito il PSIUP è legato innan-
zitutto dalla formazione ideologica e dai
caratteri del suo gruppo dirigente — che
aveva rappresentato per anni, nel vecchio
partito socialista, l'ala procomunista del-
l'apparato. La direzione politica da esso
impressa prima al vecchio PSI e poi al
PSIUP ha reso questo partito coincidente
col PCI anche per quanto riguarda la
pratica e .il programma politico, che si
fonda suì due pilastri tipici del revisio-
nismo: difesa della « via italiana democra-
tica al socialismo » e allineamento alla
« politica di pacifica coesistenza interna-
zionale » sostenuta dai dirigenti revisioni-
sti sovietici.
Il PSIUP, inoltre, rispetto al PCI, ha
un. assai. minore legame con le masse
ed una meno rigida disciplina interna —
riflesso della diversa composizione socio-
logico-politica della sua base militante.
Mentre . il. PCI, almeno originariamente,
ha organizzato nelle sue file prevalente-
mente il proletariato operaio, il PSIUP fin
da principio si è trovato ad ereditare in
larga misura i vecchi militanti della sini-
stra socialista: in genere meno politiciz-
zati, spesso di formazione. individualisti-
ca piccolo-borghese, reclutati in preva-
lenza fra elementi. semi-proletari, non
proletari, o sottoproletari. A questi —
anche attratti dalla minore disciplina
interna e dalla maggiore indeterminatez-
za della linea politica — si sono poi
aggiunti giovani intellettuali e dissidenti
di sinistra, intenzionati a trasformare il
PSIUP in un partito rivoluzionario.
L'incerta identità sociologica e la ete-
rogeneità politica dei militanti psiuppini
unitamente alla subordinazione ideologica
al PCI del suo gruppo dirigente e della
sua linea politica, sono importanti per
capire come il PSIUP non possa, nè abbia
mai inteso, proporsi quale alternativa po-
litica al PCI ne sostituirlo nella direzione
della classe operaia; ma possa, e intenda,
solo egemonizzare per conto del PCI —
e in funzione ausiliaria rispetto ad esso
— quelle forze di classe che sono per
loro natura subalterne ed ausiliarie rispet-
to al proletariato operaio, o frange dissi-
denti e numericamente poco consistenti
di questo.
Scaturisce da ciò un altro tratto carat-
teristico della variante psiuppina del
revisionismo e cioè la sua pendolarità. In
quanto la linea politica del PSIUP si svilup-
pa e si definisce costantemente in fun-
46
. teor
zione delle esigenze di affermazione del-
la linea principale fissata e rappresen-
tata dal PCI, e per garantire a essa il
massimo dei consensi, il PSIUP non rap-
presenta una variante di destra o di sini-
stra del revisionismo ma — di volta
in volta — la variante della quale c'è
bisogno in un certo momento politico.
La differenziazione dal PCI, sempre neces-
saria per guadagnare forze che immediata-
mente non si riconoscano nella linea di
questo partito, e sempre contenuta nei li
miti della strategia da esso stabilita,
avviene così — alternativamente e spes-
so simultaneamente — da destra o da
sinistra.
Per qualche tempo, tuttavia, parve che
il gruppo dirigente del PSIUP avesse iden-
tificato nelle forze a destra del PCI, nel-
le frange di sinistra del PSI e in consi-
stenti settori del tradizionale elettorato
socialista, la sua potenziale area di espan-
sione. La dura polemica verbale con i
« socialtraditori » fu per qualche tempo
il tema dominante della propaganda psiup-
pina mirando a fare del PSIUP la « com-
ponente socialista » dello schieramento
politico italiano, ala intermedia fra la so-
cialdemocrazia di Nenni e quella di Kos-
syghin. | toni massimalistici di tale pole-
mica — toni non sgraditi alla sinistra e
al vecchio elettorato socialista — sem-
brarono per qualche tempo sufficienti, al
gruppo dirigente del PSIUP, per occupare
contemporaneamente anche ‘il fronte di
sinistra, e tenere sotto controllo i gio-
vani entrati nel PSIUP con la parola d'or-
dine del « partito nuovo ».
Alcuni fatti recenti peraltro, hanno con-
vinto i dirigenti psiuppini che il ruolo di
componente socialista nello schieramen-
to politico italiano non offre prospettive
di sviluppo al partito, nè serve a coprire
efficacemente la linea revisionista nel pun-
to in cui attualmente è più scoperta e
cioè sulla sua sinistra.
Il primo di tali fatti è rappresentato
dalla rapida involuzione a destra del PCI.
E' una legge politica abbastanza elemen-
tare che la lenta incubazione di una linea
contradditoria con certe tradizioni rivolu-
zionarie duri anche a lungo e avanzi a
fatica: ma che quando ha conquistato lo
organismo e ha superato il punto di iner-
zia, acquisti una forte accelerazione. La
storia recente del PSI lo conferma. Il
PSIUP, partecipe dello stesso fenomeno,
non era ovviamente in grado di preve-
derlo: lo slittamento del PCI non pote-
va che parergli un errore rettificabile
con pazienza, non un processo irrever-
sibile di degenerazione revisionista. Vi-
ceversa questo processo, andato avanti
in forme abbastanza mistificate e sotter-
ranee per anni, fu costretto a rivelarsi
in modo improvviso e vistoso anche
per la pressione di avvenimenti interni
e internazionali quali il rapido logoramen-
to del centro-sinistra, che trasformava
la nuova maggioranza in prospettiva a
breve termine verso cui mobilitare tutto
il partito accelerando la sua smobilitazio-
ne ideologica; e lo sviluppo della rivo-
luzione culturale cinese, che costringe-
a elotta politicain italia
va i revisionisti italiani a gettare la ma-
schera, ad abbandonare, l'illusione della
equidistanza e a prendere partito a favo-
re dei revisionisti sovietici, con la con-
seguente necessità di abbandonare e far
abbandonare ai militanti tutte le posizio-
ni teoriche e politiche che potessero in-
generare consensi verso la linea rivolu-
zionaria portata avanti da Mao Tse-tung.
La corsa comunista verso destra ha enor-
memente rafforzato il prestigio del PCI
come partito riformista 'serio' presso lar-
ga parte dell'elettorato socialista piccolo-
borghese riducendo in modo considerevole
lo spazio a disposizione della componente
socialista psiuppina.
In contemporaneità con questo processo
politico e anche a causa di esso numerosi
fatti avvertivano che l'integrazione eco-
nomica dell'Italia nelle aree sovrasvilup-
pate non procedeva invece con pari ce-
lerità. Il PSI veniva « consumato » come
forza politica prima ancora che fossero
consumati i limiti riformistici del neo-
capitalismo.
La disponibilità comunista all'integrazio-
ne d'altra parte, toglieva ai capitalisti
qualsiasi stimolo ad attuare le riforme
di riserva. Insieme a ciò si determinaro-
no obiettivi rallentamenti dell'espansio-
ne economica, che impediscono oggi di
prevedere una rapida ripresa e un facile
superamento delle attuali strozzature da
parte del capitalismo americano e dei
paesi capitalisti ad esso subalterni. Non
si tratta necessariamente di una grave
crisi economica, nè di un processo che
possa essere sbrigativamente descritto
senza adeguate analisi (che ci ripromet-
tiamo di fare prossimamente), ma di un
ristagnare istintivamente evidente della
politica di riforma, col conseguente per-
manere — in un paese arretrato come
l'Italia — di forze disponibili a un discor-
so rivoluzionario, e che il PCI fatica a
controllare.
Un terzo fatto è stato infine costitui-
to dalle manifestazioni pacifiste della
primavera e della estate scorsa. Pacifi-
ste nelle intenzioni dei promotori, esse
si sono convertite spesso, quasi a cate-
na, in manifestazioni di protesta contro
la linea dei partiti revisionisti. La stes-
sa protesta — contro i tradizionali stru-
menti sindacali e politici — prendeva
corpo nelle protratte occupazioni delle
università italiane e nei primi esperimen-
ti consistenti di giornali operai. La dis-
sidenza. rivelava una improvvisa vivacità
e volontà, o velleità di proporsi come
forza politica dirigente.
La protesta non è naturalmente una li-
nea politica differenziata e alternativa
rispetto a quella revisionista; nè il dis-
senziente è, necessariamente, un rivolu-
zionario capace di dirigere le masse. Ma,
dati i rapporti di classe esistenti in Italia
e il vuoto politico prodottosi per la corsa
verso destra del PCI, la dissidenza può
contenere in embrione forze suscettibili
di maturare in senso rivoluzionario. Mol-
to dipende, o può dipendere, a questo
punto, dal fatto che le forze di classe
siano gradualmente coinvolte nel proces-
so di costruzione di un partito rivolu-
ustiti
zionario; o siano invece tenute sotto con-
trollo da un partito contro-rivoluzionario,
che si assume il compito di organizzare
la protesta e di ridurla a variante inter-
na ‘del revisionismo.
In questa situazione i dirigenti del
pSIUP sembrano aver capito che tale può
essere — almeno per un certo periodo
— il compito principale del loro partito:
funzionare da serbatoio per i voti comu-
nisti in fuga verso sinistra; trattenere
nelle sue file, con parole d'ordine rivo-
luzionarie, forze di classe e quadri intel-
lettuali non più controllabili dal PCI; ge-
stire per conto dei revisionisti quei mili-
tanti che possono scambiare il PSIUP
con. una organizzazione politica di ricam-
bio alle organizzazioni tradizionali.
Numerosi sono stati negli ultimi mesi
i sintomi di questa scelta del PSIUP. A
livello politico-culturale esso ha promosso
sulle colonne di « Mondo nuovo » un di-
battito fra i gruppi minoritari per mostrare
la liberalità del partito e la sua disponi-
bilità a impiegare gli apporti critici di
sinistra, e le loro forze organizzative, in
un rilancio della lotta di classe in Italia.
A livello sindacale il PSIUP ha comincia-
to a prendere le distanze dalla linea del-
l'unità sindacale a tutti i costi e a bre-
vissimo termine. Ma soprattutto sul piano
internazionale, avendo capito che que-
sto punto è particolarmente dolente e che
soprattutto su questo piano è facile sma-
scherare il revisionismo, il PSIUP si è
messo a costruirsi adeguate coperture in-
ternazionaliste.
Naturalmente, grazie al vigore con cui
Mao Tse-tung e l'ala rivoluzionaria del
partito comunista cinese hanno saputo
condurre la lotta politica ed ideologica
contro il revisionismo, sul piano interno
e su quello internazionale, è diventato
impossibile anche al PSIUP — per quanto
preoccupato di coprirsi a sinistra — di
conservare una sorta di olimpico neutra-
lismo fra linea revisionista e linea mar-
xista-leninista. Messo alle strette dalla
rivoluzione culturale proletaria, il PSIUP
ha dovuto lasciar cadere la maschera
neutralista prendendo decisamente parti-
to per i revisionisti sovietici e contro
i rivoluzionari cinesi.
Ma proprio per questo il PSIUP si è
trovato costretto — per coprire a sini
stra il revisionismo italiano — ad esco-
gitare un nuovo neutralismo, consistente
nel. presentare come legittimo dissenso
«n. seno al popolo », come divergenza
d'opinioni all’interno del « campo sociali-
sta», quel pronunciamento filosovietico
che rappresenta viceversa una scelta
controrivoluzionaria, una contraddizione
« fra noi e il nemico ».
Si colloca a questo punto, e assolve
a questa precisa funzione, la valorizzazio-
ne strumentale e insistente che la stam-
pa psiuppina va facendo della cosiddetta
«terza via castrista ».
Questa « terza via », come abbiamo avu-
to occasione di notare in altra parte e
come avremo modo di osservare più am-
piamente nei numeri successivi, presenta
già nella sua formulazione originaria nu-
metosi equivoci — che spiegano la sua
Utilizzazione da parte dei revisionisti eu-
ropéli;
MORI Aiaborai di Castro, e dei lati-
IRGULO ocastristi, risulta invariabil-
Una sottovalutazione della teoria ri-
voluzionaria, della strategia generale e
dello strumento di direzione politica che
la garantisce (il partito) rispetto alla pra-
tica rivoluzionaria, valorizzata eminente-
mente nei suoi aspetti di tattica della
guerriglia, di azione militare, di rivolta
armata.
Ora è fuori di dubbio che la rivolta
armata, è — come dice Mao Tse-tung —
«il proseguimento della politica con altri
mezzi », un momento indispensabile del-
la.lotta rivoluzionaria e anzi il punto cul-
minante di questa lotta: il punto attra-
verso cui occorre passare per prendere
il potere e instaurare la dittatura del pro-
letariato. Ma, appunto, in quanto prose-
guimento della politica con altri mezzi,
essa non può in alcun modo sostituire la
politica, assicurare, di per sè, la direzio-
ne politica e la vittoria politica del pro-
letariato. Si tratta, in altre parole, di
chiedersi chi — cioè quale classe — diri-
ge.la guerriglia; a quale classe essa assi-
curerà in termini politici i risultati dell'a-
zione militare; in funzione di quale dise-
gno strategico nazionale e internazione, e
di quali forze sociali, interne e interna-
zionali, la guerriglia sarà condotta e sarà
vinta.
Si potrà dire che una direzione prole-
taria della guerriglia già esiste in Ame-
rica latina; che, di conseguenza, in quei
paesi si tratta essenzialmente di passare
all'azione e di mettere in opera la guer-
riglia coi fatto militare; che l'uso poli-
tico della vittoria, anche contro l'influen-
za sovietica revisionista, verrà successi-
vamente garantito dalle forze localmente
impegnate nella direzione della lotta. La
correttezza di queste affermazioni va a-
nalizzata nel quadro di un discorso sul ca-
strismo latino-americano, che qui non in-
tendiamo sviluppare.
E' invece indubbio che trasposto in Ita-
lia il castrismo si risolve nell'esaltare
la tattica della guerriglia contro la tatti-
ca della coesistenza pacifica in America
latina, lasciando impregiudicata (e met-
tendo quindi fuori discussione) la coesi-
stenza pacifica come strategia e come
linea generale del movimento rivoluziona-
rio internazionale.
Utilizzando gli equivoci che portano il
castrismo a proporsi come tattica loca-
le, e sia pure continentale, e sfruttando
il fatto che questa tattica non ha imme-
diata possibilità di applicazione in Italia,
i psiuppini esaltano il castrismo in bloc-
co per poterne conservare concretamen-
te quel che ad essi serve: l'allineamento
alla linea strategica di Mosca e il fron-
te unico coi revisionisti sovietici. Un
gioco dei bussolotti che vale a definire
appieno il carattere controrivoluzionario
di questo partito. Presentandosi come i di-
scepoli italiani della tattica della guerri-
glia in America latina — e assicurando al-
la propria propaganda la prestigiosa lot-
ta dei rivoluzionari latinoamericani — |
dirigenti del PSIUP cercano di dare credi.
to alla coesistenza pacifica in Italia, cioè
a quella politica e a quella teoria che
porta alla ‘smobilitazione delle masse e
impedirà: di fare la guerriglia e la rivo-
luzione in Italia, anche quando se ne
presentassero le condizioni.
Questo gioco sembra al PSIUP tanto
vantaggioso che il suo corrispondente da
L'Avana si ritiene in dovere di insegnarlo
anche ai revisionisti sovietici. « A_questo
punto — scrive De Sanctis su « Mondo
Nuovo » del 27 agosto dopo aver commen-
tato i risultati dell'OLAS — fare delle
previsioni è difficile e pericoloso. Si può
soltanto sperare che l'Unione Sovietica si
renda conto della situazione cruciale che
si è venuta a creare nell'America latina
e non favorisca — anzi contrasti — un
"pronunciamento" anticubano da parte dei
partiti comunisti latinoamericani: "'pronun-
ciamento” che in ultima analisi avrebbe il
risultato di far perdere al comunismo or-
todosso del sub-continente la sua estrema
possibilità di inserirsi nel processo di
liberazione in corso ». Discorso che con-
ferma come per il PSIUP la forza egemone
del movimento rivoluzionario resti pur
sempre, in America latina come in Italia,
il comunismo ‘ortodosso’ (cioè revisio-
nista).
Resta a questo punto da domandarsi
in che misura il PSIUP riuscirà a stabili
re una. egemonia revisionista sulle forze
di classe potenzialmente rivoluzionarie
che esistono ancora in Italia. E' una do-
manda che chiama direttamente in causa
la cosiddetta dissidenza di sinistra.
A questo proposito si deve osservare
che larga parte della cosidetta « dissiden-
za di sinistra» — dopo la fioritura îim-
provvista dei mesi scorsi — sta rapida-
mente degenerando in una componente
attivistico-protestaria organica al disegno
del PSIUP ed egemonizzabile da esso.
Ciò dipende in larga parte dal combi-
narsi di una origine piccolo-borghese, ti-
pica delle avanguardie studentesche pre-
dominanti nella dissidenza italiana, con
un sostrato ideologico trozkisteggiante-
castrista, cui la stessa origine piccolo.
borghese facilmente inclina, se essa non
venga costantemente corretta da una pra-
tica sociale metodica e da una rigorosa
assimilazione della teoria rivoluzionaria.
La mancanza di una appartenenza sociolo-
gica alla classe proletaria, come di una
conoscenza meditata di essa ottenuta at-
traverso un severo costume di indagine,
predispone larghi settori della dissidenza
più alla protesta di sapore goliardico, che
al lavoro politico concepito come mestie-
re da svolgere con metodo e disciplina. Di
qui la sottovalutazione della ricerca teo-
rica e l’istintiva adesione a parole d'or-
dine avanzate, fino a quelle della « guer-
riglia urbana ».
Sul piano pratico ciò ha portato nume-
rosi elementi del PSIUP o del PCI, o indi
pendenti genericamente filocinesi, a far
consistere la lotta contro il revisionismo
in una contro-manifestazione permanente
all'interno delle manifestazioni pacifiste
organizzate dai revisionisti. La mancata
analisi del significato politico, circoscrit-
to e assolutamente iniziale, delle manife-
stazioni di protesta riuscite nei mesi scor-
si sul tema del Vietnam, ha fatto pensa-
re ad alcuni che seguitando a manifestare
contro la linea revisionista si aumenteran-
no i consensi a una nuova linea — sen-
za accorgersi che essa ha oggi soprattut-
to bisogno di essere elaborata, e che
il dissenso non basta a produrla.
Da questa non-corrispondenza fra paro-
le d'ordine e capacità di direzione effet-
tiva delle masse, deriva anche quel sen-
so di frustrazione che ha spinto altri ele-
menti di sinistra, (o gli stessi) a rifluire
nel PSIUP, nell'illusione di poter riutiliz-
zare in senso rivoluzionario le sue parole
d'ordine più avanzate, e di poter stabili-
47
re per suo tramite un rapporto con le
masse.
Anche in questo senso il PSIUP, propo-
nendosi come surrogato di partito ope-
raio che soddisfa l'esigenza di un rap-
porto con la classe, ottiene di far dimen-
ticare l'unico partito revisionista in cui
ancora, e in forme ancora considerevoli,
sono presenti masse proletarie — facili-
tando la fuga indisturbata verso destra
del Partito Comunista, con la maggior
parte del proletariato italiano.
Tutto, in conclusione, conferma il ruo-
lo controrivoluzionario — di copertura a
sinistra del revisionismo — che il PSIUP
va assumendo. Ai militanti rivoluzionari
il PSIUP si presenta come una organiz-
zazione rivoluzionaria già pronta, con una
certa efficienza, con un minimo di rami-
ficazioni locali, con una capacità di dire-
zione delle lotte su piano nazionale: in
tal modo questo partito blocca la ricerca
pratica di nuove forme organizzative rivo-
luzionarie, cui i militanti sono spinti dal-
la insufficienza del PCI; ritarda la co-
struzione di un movimento rivoluzionario
reale e sottrae ad esso una potenziale
base di massa; copre con una organizza-
zione pseudo-rivoluzionaria l'intervallo che
si va producendo fra le masse più co-
scienti e la direzione revisionista del PCI.
Nella misura in cui gruppi dissidenti e
di sinistra confluiranno nel PSIUP tratti
in inganno da questa collocazione pseudo-
rivoluzionaria del partito e dal rapporto
con le masse che esso promette, il gioco
del PSIUP sarà favorito in due sensi:
prima di tutto perchè verranno sottratti
al lavoro di costruzione d'una avanguar-
dia legata alle masse del PSIUP e del
PCI è sottoposti al controllo dell’appara-
to psiuppino alcuni quadri rivoluzionari;
in secondo luogo perchè l'azione di que-
sti quadri di sinistra contribuirà a raffor-
zare presso i militanti l'illusione che il
PSIUP sia il nuovo partito rivoluzionario
e renderà più facile ai revisionisti man-
tenere il controllo di tutte le forze di
classe.
Non intendere questo; non intendere
che il PSIUP è il prodotto della arretra-
tezza della società italiana e della conse-
guente impossibilità da parte del revisio-
nismo di controllare l'intero fronte di clas-
se con un solo partito; non intendere che
il reimpiego rivoluzionario delle forze di
classe più disponibili, passa attraverso lo
smascheramento e la liquidazione del
PSIUP; significa per i gruppi minoritari,
dissidenti o di sinistra che siano, offrire
un oggettivo aiuto alle forze controrivo-
luzionarie.
PROLETARI
SENZA RIVOLUZIONE
«Le classi subalterne, per definizione,
non sono unificate e non possono uni-
carsi finchè non possono diventare "Sta-
to": la loro storia, pertanto, è intrec-
ciata a quella della società civile, è
una funzione "disgregata" e discontinua
della storia della società civile »: su
questa base teorica Gramsci concepiva,
in carcere, il disegno generale di una
storia delle classi subalterne italiane.
Il libro del Del Carria (Proletari senza
48
rivoluzione, ed Oriente, Milano 1966, 2
voll.) è per l'appunto il primo tentativo
di affrontare in senso gramsciano il pro-
blema, un tentativo per molti versi an-
cora incompleto e contradditorio, ma tut-
tavia, anche per questo, estremamente
significativo per il modo nuovo ed auto-
critico in cui è affrontata la storia ita-
liana.
Due sono le premesse fondamentali
del lavoro:
a) in primo luogo il presentarsi del-
le classi oppresse sulla scena con mo-
vimenti quasi sempre spontanei e per-
ciò stesso destinati al fallimento, attuan-
dosi un costante divario fra le masse
oppresse che istintivamente insorgono
contro l'ordine costituito ed i gruppi di-
rigenti che non sono loro organica e-
spressione in quanto per lo più appar-
tenenti a classi interessate al mante-
nimento dell'ordine costituito, anche se
con taluni miglioramenti peraltro non
essenziali;
b) in secondo luogo è carente nella
storia italiana più recente un'ideologia
rivoluzionaria che sappia guidare le mas-
se in lotta e divenire strumento di azio-
ne per la trasformazione dello Stato: di
qui la penetrazione del marxismo in
Italia come evoluzionismo positivista e
la sua successiva trasformazione in una
ideologia di tipo revisionista piccolo-bor-
ghese.
Sulla base di questi principi, informa-
tori, la storia di D.C. è una continua
narrazione, estremamente agile ed av-
vincente, dei movimenti popolari dal
1860 al 1950, dalle insurrezioni siciliane
contro il nuovo potere piemontese al
c.d. brigantaggio, l'insurrezione di Pa-
lermo, i moti del macinato, le insurre-
zioni anarchiche, la formazione in senso
rivoluzionario e successivo soffocamento
del partito operaio, il sorgere del socia-
lismo borghese positivista e la conse-
guente alleanza della borghesia progres-
sista con l'aristocrazia operaia e conta-
dina contro i ceti più conservatori, i fa-
sci siciliani, i moti del 98, il trionfo del
rivisionismo e corporativismo sotto il go-
verno di Giovanni Giolitti, la settimana
rossa, lo scoppio della guerra mondiale
e la creazione del nucleo rivoluzionario
dell'Ordine Nuovo, il biennio rosso, l'oc-
cupazione delle fabbriche e la fondazio-
ne del partito comunista, la disperata
lotta contro il fascismo e gli arditi del
popolo, la lotta clandestina durante il
ventennio, la guerra di liberazione, e-
sempio tipico di rivoluzione interrotta
in seguito agli errori di destra compiuti
dalla direzione del P.C.I.; infine i gran-
di moti del 48, col definitivo tramonto
della speranza messianica di una tra-
sformazione sociale.
Tutto quanto lo scritto, ampio e do-
cumentato (a questo proposito sarebbe
stato più opportuno indicare speclcata-
mente le varie fonti bibliografiche) Indu-
ce a conclusioni amare: in Italia, nono-
stante le dure lotte, ogni trasformazio-
ne sociale si è quasi sempre soltanto
attuata per « rivoluzione passiva » (Gram-
sci), talchè le classi oppresse sono ri-
maste « subalterne », cioè incapaci di di-
venire autonome, farsi nazionali e pren-
dere nelle loro mani la direzione dello
Stato rompendone la vecchia struttura
per costruirne una nuova e guidando il
proletariato egemone l'enorme maggio-
ranza della popolazione nell'azione rivo-
luzionaria.
In tal senso l'opera assume il signi-
ficato di una presa di coscienza autocri-
tica e di uno stimolo al movimento ope-
raio italiano per la lotta contro le ten-
denze revisioniste che si sono rivelate
incapaci di condurlo alla vittoria. Il li-
bro non è peraltro scevro di difetti (di-
rei quasi inevitabili in un lavoro del ge-
nere). Così, troppo spesso la contrappo-
sizione fra movimento spontaneo delle
masse e tendenza frenante dei gruppi
dirigenti diviene schema meccanico, por-
tando all'acritica esaltazione di ogni mo-
vimento spontaneo, che è invece spes-
so un tragico esempio dell'immaturità
delle masse oppresse, causata peral-
tro dall'inettitud'ne dei loro gruppi di-
rigenti.
Manca, in altri casi, un'adeguata valu-
tazione dell'importanza del fattore ideo-
logico (« senza teoria rivoluzionaria non
esiste movimento rivoluzionario ») per
la lotta del proletariato.
Così, l'insurrezione di Parma contro
il fascismo viene considerata il momen-
to più alto della lotta delle classi su-
balterne nella storia italiana, mentre
invece il modo ed i risultati a lunga
scadenza di tale resistenza dimostravano
esaurientemente la validità del giudizio
che Gramsci aveva dato degli « Arditi
del popolo », quando aveva criticato i
loro dirigenti, capaci di mobilitare le mas-
se, ma altrettanto pronti a limitarne
forzatamente gli obbiettivi d'azione entro
schemi puramente difensivi, senza in-
dicare l'obbiettivo della conquista rivo-
luzionaria del potere statale. In tal mo-
do, anche la gloriosa resistenza di Par-
ma si esaurirà ed il fascismo riuscirà
ancora una volta a trionfare per l'inetti-
tudine dei gruppi dirigenti d'opposizione,
manifestatasi in misura macroscopica
durante la crisi Matteotti.
In tal modo rimane nel libro in parte
incompreso il grande significato che ha
avuto ed ha ancor oggi per il movimen-
to operaio italiano l'elaborazione ideolo-
gica di Gramsci, il quale viene accusato
dall'A. di non aver saputo sufficiente-
mente collegare la teoria con il movi-
mento reale delle masse. Si dimentica
che proprio Gramsci ed il gruppo di in-
tellettuali dell'« Ordine Nuovo» che a
lui si richiamavano, hanno avuto il gran-
de merito storico, rimasto purtroppo poi
senza seguito, di aver saputo collegare,
sia pure nei limiti dell'ambito piemonte-
se, l'elaborazione ideologica di tipo le-
ninista con la creazione di un vero mo-
vimento rivoluzionario. di massa coscien-
te dei suoi finì. Si dimentica anche che
Gramsci dovette operare isolato ed in
condizioni estremamente precarie: è og-
gi invece compito di ogni movimento
d'avanguardia rompere la gabbia di acri-
tiche esaltazioni ed interpretazioni de-
formate ed agiografiche di cui la storio-
grafia ufficiale riformista e revisionista
si è servita per imprigionare il pensiero
gramsciano, per farne comprendere ap-
pieno il grande valore rivoluzionario e
leninista.
Il discorso va in ogni caso approfon-
dito e l'opera va ampiamente diffusa,
in modo da fornire la base per un'am-
pia discussione su tutti i problemi pas-
sati e presenti del movimento operaio
italiano.
iii
CLASSE E STATO
n. 3, primavera 1967
Editoriale, Cina: la dialettica della rivoluzione - Paul A. Baran
e Paul M. Sweezy, Note sulla teoria dell’imperialismo - A. K.
Bagchi, La svalutazione della rupia e i problemi dell'India - Sei
domande a Ajit Singh sulla Unione Sovietica e il Vietnam -
Luca Mendolesi, Sistema monetario e sviluppo capitalistico » Ni-
coletta Stame, Divisione del lavoro politico o partecipazione? -
Luciano Della Mea, La colonia europea - Saverio Caruso, Capi-
talismo e ideologia in U.S.A. - Documenti: un editoriale di “The
Marxist” sulla situazione internazionale
REDAZIONE: PRESSO FEDERICO STAME, VIA DANTE 28,
BOLOGNA - UN NUMERO L. 500 - ABBONAMENTO L. 1.600
(PER QUATTRO NUMERI) - CONTO CORRENTE POSTALE
N. 8/27750 INTESTATO ALLA RIVISTA
NUOVO IMPEGNO
n. 8/9, estate/autunno 1967
Nuovo impegno, Bilancio sull’inchiesta dei gruppi minoritari -
H. Marcuse, Un inedito: prefazione politica 1966 a Eros e civiltà -
G. M. Cazzaniga, Cronache e notizie del movimento studentesco -
Documenti allegati: tesi e mozioni della sinistra al congresso di
Rimini dell’UGI - A. Bianco, Il movimento studentesco in Ar-
gentina - L. Della Mea, Lettera a Cazzaniga: la forza del capitale
e la forza del fucile - Documenti: Pubblicazione integrale della
Dichiarazione Generale della prima Conferenza Latino-americana
di Solidarietà (OLAS); Cuba e la rivoluzione negra negli U.S.A. -
S. Sechi, Il congresso gramsciano - P, Baldelli, La Cina vista
da un territorio extraterrestre - R. Luperini, Bobbio, Gramsci e
alcune ipotesi sul “marxismo critico” - L. Marchiani, La stampa
italiana, il libro di Malcolm X e la rivoluzione negra - F. Petroni
e G. Ciabatti, I ragazzi di Barbiana fra rivoluzione e riformismo -
G. Ciabatti, Il marxismo polacco all’opposizione - Notiziario: “Quin-
dici” contro tutti; Pasolini ama gli arabi; “L'Unità” e la Fiat;
Le espulsioni di Pisa secondo “Rinascita”; Ancora su “Quindici”
e “Che fare”; I letterati beat; I servitori cinesi in fabbrica;
“ " ” A sara
Bandiera rossa” perde un punto e acquista una “probabilità”;
NOIE a PIGRO EROI
Lenin, “Rinascita” e Libertini
QUESTO NUMERO L, 600 . ABBONAMENTO ANNUALE
L, 1.800 - VERSAMENTI SUL .C.C.P. N. 22/14688 INTESTA.
TI A NUOVO IMPEGNO, VIA S. GIOVANNI BOSCO, 2,7
PISA
QUADERNI PIACENTINI
n. 31, luglio 1967
INPERIALISMO E RIVOLUZIONE IN AMERICA LATINA
a cura di “Quaderni Rossi”, “Quaderni Piacentini”, “Classe e
stato”
Imperialismo e sviluppo capitalistico in America Latina - La linea
della lotta armata - Cina, Cuba, Vietnam - Citazioni di Mao Tse-
tung - Documenti sulla lotta armata - F. Coni, I monopoli U.S.A.
e l’economia latino-americana - Cronologia delle violenze impe-
rialistiche e delle reazioni dei popoli dell'America latina - Il
franco tiratore - Tre interventi sul libro di don Milani: E. Fa-
chinelli, F. Fortini, G. Giudici - Libri da leggere e da non leggere
BIMESTRALE DIRETTO DA PIERGIORGIO BELLOCCHIO
(RESPONSABILE); GRAZIA CHERCHI E GOFFREDO FOFI
- REDAZIONE: PIACENZA, VIA POGGIALI 41, TEL. 31699
- FASCICOLO DOPPIO L. 800 - ABBONAMENTO A SEI FA-
SCICOLI: ORDINARIO L. 2.000, SOSTENITORE L. 3.000,
BENEMERITO L. 5.000 - ABBONAMENTO PER L’ESTERO
L. 2.500 - CONTO CORRENTE POSTALE N. 25/19384 ©
GIOVANE CRITICA
n. 15/16, primavera/estate 1967
Editoriale: Tiziano Salari, Qualche precisazione - Zibaldone:
Cesare Cases, Il “Marat/sade” di Weiss - P. L. Thirand, Il ro-
manzo poliziesco in Francia: San Antonio e Japrisot - Viktor
Sklovskij, Caro Romka - Pio Baldelli, Tre registi: Sordi, De
Laurentiis, Lelouch - Classe/partito/teoria: Gianmario Cazzaniga,
Per una definizione del concetto di classe - Marco Macciò, Crisi
del marxismo teorico tradizionale - Alberto Asor Rosa, Su “Ope-
rai e capitale” di Mario Tronti - Saggi e studi: Robert Paris, Il
Gramsci di tutti - Herbert Marcuse, La tolleranza repressiva +»
Carlo A. Madrignani, la Critica politica di Asor Rosa - Lucia-
no Della Mea, Panzieri tra “Mondo operaio” e “Quaderni rossi”
- Documenti: Victor Serge, Le classi medie nella rivoluzione rus-
sa » Dogana: “Vento dell’est”
DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE; VIA F. CILEA, 119,
CATANIA -. QUESTO NUMERO L. 600 . ABBONAMENTO
ANNUO L. 1.800; ESTERO L. 2.400 - I QUATTORDICI NU-
MERI FINORA USCITI L, 6.400
pubblicazione ‘mensile. respon:
sabile marisa bertolini:= aùtoriz:
‘zazione del tribunale di verona
È N 0171, 17/10/1967 - ‘redazioni
locali: bolzano, ‘milano, trento,
i Li Venezia, Verona - direzione, am-
ministrazione; c/o centro. di in:
formazione; Vla: si maria rocca maggiore 15, 37100 Vverona'+
tel. ‘27978 © c.0.p. 28/2475 - stamperla zendrini, via’ s. mar:
‘co 36/a verona» spedizione In abbonamento postale gruppo Ill
‘comitato. redazionale maura antonini, duccio; berio,
marisa bertolini, francesco) brunelli, amanda che:
neri, renato. cureio, corrado diamantini, edda fog:
gini; ‘sandro‘forcato, paolo mosna, walter peruzzi;
cesare’ pitto;
lavoro: politico. è Un organo; marxista-leninista ‘curato! dal
‘gruppi. di ‘bolzano, dela vcomune” di verona; deli fmovi-
‘mento per una Università negativa di trento e'da altri ‘nuolei
omilitanti:di differenti città Italiane.
‘quantisI riconoscono. nella piattaforma: teorico-politica ‘del
perlodicox sono Invitati \ad‘Utilizzario come strumento; dilia-
Voro teorico costituendo: collettivi::di studio sul:;teml:trat:
tatle ‘a(prendere;contatti‘con la‘direzione è con le;redazioni
locall‘(scrivendo anche ih questo caso alla direzione). per dif-
fonderlo;. Istitulre regolari interscambl; di: esperienze politi.
che, e. concordare forme. particolari di collaborazione.
nel: primi: numeri. Il gruppo; redazionale: ‘cercherà di appro:
fondire; particolarmente alcuni fondamentali*problemIdi'teo:
ria; di ‘organizzazione; 8 Ulelinea politica; attraverso gli ‘edi:
toriali, Ja: pubblicazione ‘di itestie<documenti del marxismo:
leninismo nella rubrica orientamenti, l'analisi critica.dei prin
cipali avveniment) internazionali nella‘ rubrica rassegna inter:
nazionale, e con monografie redatte in collaborazione col mo-
Vimento, per-una- Università negativa.
*\parallelamente si cercherà! di‘sviluppare, nella rubrica\teo-
tla e lotta politica in italia, una discussione critica delle po-
s]zioniteoriche ‘e; delle esperienze: politiche che hanno: corso
Nel'mostro paese, integrandola con'analisi;particolari e gene-
rall'idellarealtàdivclasse exdelle ‘tendenze del'oapitalismo
in-italia:
tutti'e:solo gii ‘articoli non firmati“InVestono completamente
Ta responsabilità della‘redazione;
lavoro politico ‘esce il:20 ‘di ogni mese. e
ogni anno. escono 10. numeri (con; 10 in-
‘’serti. monografici “in. collaborazione’ col
‘movimento per una; Università negativa‘)
® Una copia L..300:earretrato.:L. 500, este-
roll doppio e abbonamento annuo L, 2.500
e estero il doppio e simpatizzante. L; 5:000;
sostenitore L: 10,000,
CENTRO: DI INFORMAZIONE
Vla:s, marla.rocca maggiore 15,37100. ve.
tona, tel; 27978, conto. cor; post. 28/2475